Sotto di due gol, i ragazzi di Begliomini firmano un’impresa dal sapore epico e battono l’Arpi Nova 6-4. Un regalo di Natale che sa di speranza, coraggio e identità.
Ci sono partite che non si vincono solo con i piedi, ma con l’anima. E la sfida contro l’Arpi Nova, nell’ultimo atto prima della pausa natalizia, è stata una di quelle che resteranno negli occhi e nel cuore di chi c’era. Non solo per il punteggio finale, 6-4, che pure scintilla come una cometa su questa fredda sera d’inverno. Ma per ciò che ha rappresentato: un inno alla resilienza, alla fede incrollabile di un gruppo che ha scelto di non arrendersi nemmeno quando il buio sembrava inghiottire tutto.
Il Palazzetto, vestito a festa e gremito come nelle grandi occasioni, era un teatro dove si è recitato un dramma sportivo degno di Shakespeare. Le luci fredde del parquet riflettevano il sudore, la tensione, la voglia di lasciare un segno prima del brindisi natalizio. E quando l’Arpi Nova è andata avanti 3-1, l’eco degli spalti si è fatto più cupo, come se per un attimo fosse passato Babbo Natale… ma con un sacco vuoto.
Ma è lì, in quel momento, che è emersa la vera natura di questa squadra. Come diceva Gianni Mura, “nel calcio, la bellezza non è nei piedi, ma nella testa e nel cuore”. E i nostri ragazzi, guidati da un’anima collettiva più che da un singolo, hanno dato vita a una rimonta che sa di epopea, più che di cronaca.
Ogni gol nella ripresa è stato un colpo d’ariete contro il destino, ogni corsa verso la panchina un abbraccio collettivo che diceva: “Siamo ancora qui, insieme”. Il 6-4 finale non è solo una vittoria: è una dichiarazione d’intenti. È l’atto di fede di chi, dopo essere stato a terra, si rialza con gli occhi più lucidi e le gambe più salde.
Il Patron Quartani, simbolicamente omaggiato da questo successo, ha ricevuto il regalo più bello: non i tre punti, ma la prova vivente di un gruppo che lotta, si incasina, si sbaglia… ma non smette mai di crederci. E nel calcio – come nella vita – questo vale più di qualsiasi tattica.
L’allenatore Begliomini, a bordo campo, sembrava un direttore d’orchestra impazzito: urla, indicazioni, applausi, mani nei capelli e infine quel sorriso liberatorio al triplice fischio che dice tutto senza dire nulla. Il pubblico, esploso al gol del sorpasso, ha cantato fino a perdere la voce: in quei cori c’era la gratitudine per aver visto una squadra non perfetta, ma profondamente vera.
Ora arriva la pausa, il tempo della riflessione e del riposo. Ma si ripartirà da qui, da questa vittoria che pesa come un macigno in classifica e che può diventare una pietra angolare per il cammino che verrà. Ogni Natale porta con sé la promessa di un nuovo inizio. Questo, forse, è l’inizio di qualcosa di più grande.
Perché certe vittorie non finiscono al novantesimo. Restano.



