Dopo 24 anni e oltre trecento battaglie, Filippo Gurioli saluta la Fortis Juventus.
C’è un momento in cui il calcio smette di essere un semplice gioco e si trasforma in un frammento di vita, una seconda pelle che si intreccia con l’infanzia, l’età adulta e ogni sogno mai confessato ad alta voce.
Per qualcuno questo momento ha un nome preciso: Stadio Romanelli.
Correva il 1996 quando un bambino dagli occhi grandi e dal cuore gonfio di speranza varcava per la prima volta il cancello di quel campo che profumava di erba bagnata e sudore. Allora era solo un piccolo appassionato di pallone, ignaro che un giorno sarebbe uscito da lì uomo, padre, e, soprattutto, parte della grande storia della Fortis Juventus.
Ventiquattro anni. Non si raccontano con un tabellino o una statistica. Ventiquattro anni sono una vita intera vissuta con la stessa maglia, quelle che, come scrisse Gianni Mura, «profumano di fedeltà e malinconia insieme».
Sono stati anni di vittorie e sconfitte, di quelle che ti stringono la gola e ti fanno tremare le gambe. Momenti felici, altri duri come certe domeniche di pioggia, quando sembrava che il destino si divertisse a mettere alla prova la resilienza di un uomo e di una squadra. Ma tutto è stato vissuto fino in fondo, senza risparmiarsi. Con qualche rimpianto, certo, perché i sogni, per definizione, non sono mai del tutto completi. Ma anche con la lucida consapevolezza di aver dato ogni briciola di energia per quei colori che non rappresentano soltanto un club, ma un paese intero.
La Fortis Juventus è stata casa. È stata famiglia. È stata passione e storia. Trecento battaglie: non partite, battaglie. Perché scendere in campo al Romanelli non era soltanto inseguire un pallone, ma difendere un’identità. Ogni fischio d’inizio era un rito, ogni abbraccio con i compagni un giuramento silenzioso.
Oggi il saluto non è un addio. È un passaggio di testimone. A chi indosserà quella maglia domani, a chi canterà sugli spalti insieme agli ultras, quegli stessi tifosi che non hanno mai fatto mancare una voce, una bandiera, un coro anche nelle notti più fredde.
«Continuare a tifare» non è un semplice proposito. È una dichiarazione di appartenenza. Perché, come diceva Eduardo Galeano, «il calcio è la più importante delle cose meno importanti». E per chi lo ama davvero, resta una fiamma che non si spegne mai.
La classifica può cambiare, le stagioni passano, ma il legame che nasce tra un uomo e la sua squadra del cuore è un patto sacro, che resiste al tempo e alle distanze. Oggi finisce un capitolo, domani ne cominceranno altri. Ma ogni domenica, tra i gradoni del Romanelli o dietro uno schermo, ci sarà sempre un cuore che batterà all’unisono con quella maglia biancoverde.
Perché i sogni, quelli veri, non finiscono mai davvero.
Fabio Ceseri



