Ci sono partite che valgono tre punti. E poi ce ne sono altre che valgono molto di più: un ricordo, una stretta al cuore, il senso profondo del tempo che passa. Il 3-2 della nostra Prima Squadra a Scarperia contro il Viciomaggio, già salvo ma capace di esprimere un calcio vivo e coraggioso, appartiene a questa seconda categoria. Perché dentro quei novanta minuti non c’è stato solo un risultato: c’è stato il saluto di un capitano, il sigillo di una storia, la bellezza malinconica di chi chiude un capitolo lasciando un segno indelebile.
Il pomeriggio aveva il sapore delle sfide vere. L’aria tesa, il brusio sugli spalti, gli occhi di chi sapeva che non sarebbe stata una gara qualunque. Il Viciomaggio, senza l’assillo della classifica, ha giocato con leggerezza e qualità, dimostrando perché nel calcio la libertà mentale spesso diventa talento puro. Ma la nostra squadra aveva dentro qualcosa di diverso: fame, orgoglio e quella scintilla che nasce quando la motivazione incontra il destino.
A firmare la vittoria sono stati Minischetti, Mazzoni e lui, Leonardo Pierattini. Ma ridurre tutto ai marcatori sarebbe ingiusto. Perché il gol del capitano non è stato soltanto una rete: è stato un manifesto emotivo. “E che gol!”, verrebbe da dire senza bisogno di aggiungere altro. Una giocata che ha acceso il campo e spento per un attimo il rumore del mondo. Di quelle che fanno alzare tutti in piedi, compagni e avversari, perché certi gesti tecnici superano i colori della maglia.
Pierattini lascia il calcio giocato così come i grandi personaggi escono di scena: da protagonista. Non cercando l’applauso, ma meritandolo. Non chiedendo celebrazioni, ma ricevendole spontaneamente. Il capitano ha rappresentato leadership silenziosa, sacrificio, presenza. Quelle figure che magari non fanno sempre rumore, ma senza le quali uno spogliatoio perde equilibrio e identità.
Come scriveva Gianni Brera, il calcio è “epica del quotidiano”. E allora l’addio di Pierattini è questo: l’epica di chi ha vissuto il campo con serietà, passione e appartenenza. Di chi oggi segna e saluta, ma in realtà resta. Perché certi capitani smettono di giocare, non di appartenere.
La partita, nel frattempo, ha raccontato anche una squadra viva, capace di colpire nei momenti giusti e resistere quando serviva. Il 3-2 finale parla di carattere, di qualità offensiva, di un gruppo che non vuole smettere di credere nei propri obiettivi. E quando il campionato entra nelle sue curve decisive, contano tanto le gambe quanto l’anima.
In classifica questi tre punti pesano. Ma ancora di più pesa il messaggio lasciato dal campo: questa squadra c’è, lotta, sa soffrire e sa emozionare. Il futuro arriverà presto, con nuove sfide e nuove pressioni. Intanto resta questa immagine: il capitano che segna, il pubblico che esplode, i compagni che lo abbracciano. A volte il calcio sa essere crudele. Altre volte, raramente, sa essere perfetto.


