ESTIVA #4
Bokassa non paga

– Vuoi veramente…veramente la liberazione…o stai cambiando nome? …Mi metti Liberazione? M’è presa bene d’ascoltarla.
Pure Claudione canticchia i primi versi cercando pigramente lo smartphone tra le cianfrusaglie e i vestiti.
– Sì dai, ci sta.
La voce di Edda subito affonda nella carne mentre mi lascio cadere sul divano. L’occhio scivola sulle cataste di magliette asciutte, le crocs gialle, i panni penzolanti per la via che si intravedono dalla porta aperta. Abbiamo buttato in lavatrice abiti e lenzuola, federe, calzini, pantaloni, tutto. Stesi sui fili, gocciolano dal terrazzo di sopra creando piccole pozze oblunghe. In questa cupola nascosta tra le vie di Ginosa, nella Murgia tarantina, passiamo gli ultimi scorci di questo viaggio terronico, desiderando una pizza ripiena in attesa di mezzogiorno.
– Io ho già quasi fame.
– Si potrebbe fare tipo aperitivo, è solo un aperitivo, si dà un morsino dai…
– E poi mangiare spesso fa bene, lo dicono i nutrizionisti. Mangiare spesso e poco.
– Birretta anche, ogni tanto.
– “Ora” va bene come “ogni tanto”?
– Ho la pancia gonfia però. La puccia di ieri era da sega…
– Bombette di carne…
– Bufala affumicata…
– Melanzane…
– Devo tornare in bagno, scusami.
– Apri la finestra però.
– È già aperta, è sempre stata aperta.
– Ah, ok.
….
Praticamente la Taranto vecchia è un’isola, collegata al resto da due ponti, ma poi è bella verace… mentre altre città pugliesi hanno un po’ perso… Eh insomma i saraceni nel secolo X dissero “all’armi!”, e fu la distruzione, poi il 1746, il borgo isolano palpitava al 100%…infine la grande industrializzazione, lo spopolamento, l’Arsenale militare…si va fuori…alè…
Non lo so davvero, dovrei stare più attento, affilare occhi e orecchie, studiare i particolari. Arte, storia, usi e costumi…non posso perdermi tutto questo…
Poi succede che ci sediamo al primo tavolo lungo un viale vista mare e procediamo a fare, semplicemente, quel che si deve fare…
È sesso, non ci sono dubbi. A metà della terza birretta emetto un rantolo di piacere misto a riso: – Buah ah ah ah -, mentre il boccone sanguigno carico di pane croccante e carne speziata e verdura, dopo esser stato maciullato a modino, riscende nella cavità orale, dritto in gola e giù fino allo stomaco selvaggio.
– Spettacolo…
– Boia, io duro una fatica…
– No Claudio, questo istante è il Paradiso, ecco…sì…lo sento…
– Cosa?
– È l’arcangelo Gabriele che stromba la mia salita al cielo…lo vedo… c’è una grande luce Claudio, e tutto è di una bellezza straord…
– Oh
– …Eh?
– Che…
– …Mah
– Andiamo a pagare, ho bisogno di camminare.
Il sole è all’orizzonte quando ci alziamo da tavola. E’ una serata rossa come un fuoco che, circondato dalle tenebre che avanzano, promette vendetta scaricando mitraglie d’afa sull’estate italiana.
Il viale del tramonto ci lancia dritti sul ponte girevole per approdare nel borgo antico. Le colonne di un tempio dorico ci accolgono spuntando da dietro una cancellata a ricordare la Taras del VI secolo prima del Cristo, graffiti più recenti raccontano di navi spartane in guerra, di una Magna Grecia che magnava tutto quanto era possibile per vivere di rendita fino ai giorni nostri. Poseidone placido sorveglia dal mar Grande il Castello Aragonese, mi pare di vederlo immergersi sotto Porta Napoli, affondare giù verso il primo seno del mar Piccolo e di nuovo riaffiorare minaccioso con il suo tridente. Una ringhiera infinita circonda la vecchia palazzata, la fila di edifici un tempo aristocratici che gira torno torno. La seguiamo per un tratto finchè non ci addentriamo nella prima viuzza che la spacca a mezzo. Dio queste città di notte sono tutte gialle! Gialle marce di lampioni che ne fanno un santuario di vicoli stretti e misteriosi. Una scritta sul muro scrostato di una palazzina mi rammenta un vecchio film in cui un ergastolano di nome Papillon gettava nell’oceano la sua zattera di noci di cocco: “La settima onda è grande abbastanza da riuscire a portarci fuori vincendo la forza delle altre”. Poi saltava da solo nel vuoto e una volta lontano dai suoi aguzzini, levava quell’urlo roboante verso il cielo: “Maledetti bastardi, sono ancora vivo!”.
SONO ANCORA VIVO. E’ la voce straziante e orgogliosa di qualcuno che ha voluto mettere le cose in chiaro: “Potrei morire adesso, ma io, da questo buco del culo del mondo intriso di merda e miseria, di acciaio e tumori, sono – ancora – vivo“.
Nella piazza della cattedrale una vecchia signora lamenta l‘arsura:
– Mai come quest’anno…mamma mia maaaamma mia…che poi i condizionatori…quelli tutti li accendono per tutto il giorno ma poi dentro è fresco e fuori si brucia!
I bambini si rincorrono coi monopattini sotto i balconcini lanciandosi sfide innocenti: – Tanto quel tuo cane non vale niente! È troppo lento!
Dieci metri più avanti una secchiata liquida precipita dal terrazzo, una sagoma guarda di sotto e poi scompare imprecando in una lingua sconosciuta. Ancora un flash filmico: “(A posto)… è pipì”, “È pipì???!!”. Noi, per fortuna, proseguiamo illesi e quasi divertiti.
– Amarino?
– Vai…
Un baretto deserto offre due sedie di plastica perfette, pulite, linde di sudore agostano.
– Un amaro del Capo e uno Jäger per favore.
– Ecco qui ragazzi, bevete con calma va’, qui fuori sulle sedie al fresco, si fa per dire.
La vecchiarella ridacchia tra sé e sé mentre il marito si alza da una delle sedie per farci posto.
– Sono 8 euro.
Ma cos…? Pensiamo che porca troia due amari otto euro è un furto bello e buono, seppure addolcito dalla veneranda età e da scadenti osservazioni sulla nostra sana gioventù brunita.
“No! La prego otto euro no! Come potrò / dire a mia madre / che ho paura???”
Sto per pronunciare questo verso sacro di deandreiana memoria ma l’unica cosa che faccio è borbottare a testa bassa infamando un padre Pio attaccato alle pareti.
Claudione ciondola davanti a me stabilendo un nuovo equilibrio tra sé e il cosmo. Al di là della sua ombra sento le vibrazioni che smuovono la piazza desolata. Ok, è fatta siamo usciti e ci sediamo, padre Pio è salvo, la nonnina ci lascia sorseggiare in pace mentre ciaccia sbatacchia spulicchia nei pressi del banco.
– Gaetano, sei pronto che ci sta il pullman, io chiudo!
– Ch’ té, md’ nameee stataaaa
– Voi tranquilli, bevete con calma…
– Sì signora grazie signora scusi signora – rispondiamo cercando di reprimere l’ira funesta.
È la fine, chiude il bar, dormono le vecchie abitazioni clericali, due motociclisti si avvicinano col mezzo e chiedono se possono entrare in piazza.
– No, rispondo. È chiuso. Tutto chiuso. E poi otto euro due amari, no, andatevene, per dio. Che dio sia con voi.
– Ma noi volevam…
– No!
Mentre ci avviciniamo al porto sono ancora zuppo di nervi e fatica, è sempre la settimana santa, quella dei 48.8, e continuo a perdere chili nonostante pucce, pizze, sfoglie e taralli. Ogni grammo cola indisturbato dalla fronte in una notte di luci fioche e vento assente, gli occhi frizzano, la cappa ci cuoce a fuoco lento.
A un tratto penso che i ponti si alzeranno e rimarremo imprigionati, poi inizierà la grande fusione, lo scioglimento, la fine del mondo a Taranto. La temperatura si alzerà ancor più vertiginosamente e saremo risucchiati con le scritte, i balconi, i cani randagi e le pescherie, oppure – che ne so! – un mostro gigantesco affiorerà di nuovo dalle acque, o magari il solito Nettuno ci infilzerà come uno spiedino – ahi noi! – e assaporerà le nostre carni intrise di salse, pucce imbottite e birre ghiacce ruttandoci nelle profondità degli abissi tarantini macchiati di sangue e petrolio. Wow, la bella morte…
Invece no, c’è ancora vita eccome! Il porto freme, s’azzuffa, s’impenna pur nella calura! Gruppi di parcheggiatori ottantenni dirigono il traffico per non far cadere macchine in mare, si susseguono tavolate sommerse di pietanze, banchetti luculliani per famiglie e amici e amici degli amici in numero indefinito che si azzannano tra loro con parole forse gentili e raffinate ma tagliate secche che neanche la testa del re di Francia sotto la tagliola:
Amice e ccumbáre se pàrlne chiare!!
Acchije u fess e inghij’ u sacc!
Ct stap! Tataaa p’m’! C’m faaaa!
Sembra una guerra punica e vediamo pure i fumi delle armi. A questi si mescolano quelli della bestia, in lontananza. I clamori delle grida portuali riproducono i titoloni di giornali puzzolenti di pesce e lasciati marcire lungo la banchina.
L’ex Ilva resta aperta! Annullata l’ordinanza del sindaco Melucci! La bestia, la Nazione, la Patria chiamò! Con le voci che muoiono a stento e che ci inseguono quasi spingendoci via ce ne torniamo sulla terraferma. Lasciandoci l’isola del buon Poseidone alle spalle guardiamo le auto impazzite che in coda lungo la costa s’avviano chissà dove, come un esercito di fuggitivi.
….
Claudione esce dal bagno dopo una mezzoretta buona, infila in cucina a vedere cosa c’è da far fuori prima di partire. Torna in soggiorno con una mezza bottiglia di passata di pomodoro.
– Questa? Ce la portiamo in viaggio?
– Mmm…al posto dell’acqua fresca…
– Oh, in America lo bevono il succo di pomodoro, ci fanno i cocktail-s.
– Allora prosit, per dio!

