Bokassa non paga – Lode a Mishima

Bokassa non paga

LODE A MISHIMA

di Ivan Ferraro

La Giungla scende dal palcoscenico, ripone la chitarra nella custodia rigida ed esce dalla porta che introduce nel cortile-area fumatori. Il clima è umido, piove, cristosanto… avevan detto che le nuvole…il sole…le stelle…l’aurora boreale…e il desiderio più comune del mondo, pure quello. Niente da fare, è sempre così. Jimmy, il mio amico Jimmy, deve ancora arrivare: ci mette sempre una mezzora buona a mangiare una pizza, più il caffè, l’ammazzacaffè e via dicendo. Del Boka, invece, stasera ne avrei fatto volentieri a meno. E’ voluto venire per forza…si annoiava a casa, “imputridiva”, com’è solito dire. Lo sa di essere pesante, e ci gode pure quel bastardo, ma lui va avanti, picchia duro…

«Le persone…gli amici… vanno e vengono, perdìo! – lo dice sempre – E anche tu, ahah…mica firmiamo contratti, dai retta!». Nessuno gli chiede mai niente, solo che finiamo sempre a parlare di ‘sta roba, dei rapporti…diavolo…

«Sì ascolta una cosa, vattene affanculo eh, mica t’ho obbligato io a prendere l’Appenninica. M’hai pure fatto litigare per i posti».

«Oh che tragedia! E comunque finchè puoi nella vita devi scroccare, nini.. spremerla tutta ‘sta gente che ti ritrovi tra le palle…c’hai tutto da guadagnare no? Le donne, quelle poi…».

«Fai sempre i soliti discorsi, ma poi sembra che ti sforzi a farli, cazzo. Alla fine sono gli altri che si stufano di te, coglione».

«Oh andiamo, offrimi una bevuta, la prossima la pago io, tanto devo uscire a prelevare».

Quello ordina una roba che non so neanche pronunciare, io mi prendo un Americano, anche se mi fa schifo, per il semplice fatto che non so che diavolo ordinare. Il bancone è molle di alcol e sudore; un sudore giovane, ancorato ai primordi del post concerto.

Lo porto alla bocca e sento che vorrei sputarlo all’istante. L’unico motivo per cui l’ho ordinato è per il semplice fatto di tenerlo in mano, e avere qualcosa da fare… che non sia parlare.

« Vai cazzo, buttati, fava lessa», esclama il Boka.

Fa sempre così…m’imbarazza ogni volta… vede il mio interesse per qualcuna, e allora deve incitarmi ma non per bontà d’animo, macchè… per sadismo. Gli altri si possono schiantare sulle esperienze della vita, non è vero? Beh sì, potrebbe andarmi bene, chi lo sa. Ma quel suo ghigno idiota nasconde sempre un fine disgraziato. Ha fallito, lui, dunque che falliscano anche gli altri! Che gli si ammazzino di fronte come kamikaze…quello ci schianterà sopra la sua solita risata.

« Vuoi solo che provi per fallire, ti conosco, testina»

«…Eddai buttati, sarà una checca lamentosa e piena di problemi come tante stronze…e stronzi. Ma che importa? Intanto ti prendi la tua fetta di gloria…se ci riesci…ma non ci riesci, nevvero? Guardati, hai la fifa nera, ahahah!»

E’ una presenza fissa da anni, dice dice ma non mi molla mai…ed è forse un bene, chi lo sa. Macabro e bestiale… potrebbe mostrarmi ogni mia inadeguatezza senza il minimo rimorso…anche lì, in quel locale mai visto, tra gente sconosciuta e per di più mascherata, nella notte dei morti. Dice che sono come lui, se non peggio, ma vuole solo denigrarmi…

«Oh sì, non ci capisci proprio niente… Ma lo sai qual è l’unica differenza tra me e te? Che io vinco sempre, perchè io me la racconto giusta. Tu invece sei sempre a piagnucolare come un frocio. E bada bene che io avrò la tua stessa vita di merda, solo che lo interpreto… – senti che roba…interpreto! – …la vedo come mi torna comodo…intendi?».

Fa il duro, il Boka, ma talvolta cede… ha degli sbalzi di umore, ce l’ha col mondo intero, a momenti sproloquia come un cane e non capisco per quale diavolo di motivo non si metta il cuore in pace…

Jimmy no, cerca sempre di guardare al buono delle cose, o almeno ci prova. E’ malinconico, va bene, ma ha sempre una parola giusta per me, per tutti. D’altronde c’è chi l’anima ce l’ha bianca, no? Almeno, così sembra.

Il Boka fila via subito dopo e decido di uscire in solitaria, dove la gente fuma e ragiona del Tihovistalmatrimoniolestatescorsa. Un buon aggancio, devo dire. Le storie d’amore iniziano così, – ti ho vista…ricordo…avevi – e bla bla bla. Lei, la Giungla, sta al suo gioco… ma questo è un problema loro, no? Di questa tenera coppia neonata che farà l’amore tra un tredueuno. Io non pagherò per le loro imprudenze…insomma, potevano già essere altrove. Ad ogni modo mi annoio e non so cosa fare, per di più ho un sadico bisogno di interrompere una situazione piacevole. Forse sono davvero come il Boka? C’è forse qualcosa che non va?…Le tocco la spalla destra con la mano sinistra, si volta, con un mezzo sorriso stampato. L’altro mezzo lo ha troncato sul nascere, appena in tempo.

« Ehi ti ho vista suonare, cristo se sei in gamba»« Beh grazie» Il suo sorriso si completa, integro quanto ben costruito, molto artefatto.

« Ehm…sei di qui? Come ti chiami?»

« Emanuela…In realtà sono di… [me la perdo, non ascolto più da circa tre secondi] ma Bologna mi ha adottata, quindi…»

Nel frattempo il ragazzo ricciolo che sta con lei si volta verso la lunga fila che ancora popola l’entrata del Bronson ravennate.

« Ah, non ti ho mai vista suonare, sei molto giovane…». Frasi a caso come se piovesse.

Non so se mi guardi con l’aria di chi abbia davvero un’età maggiore di quanto non sembri (di qui il lieve dolore che spegne quel dolce velo azzurro) o se i suoi occhi nascondano il fastidio celeste dell’angelo sterminatore. Ad ogni modo, anche questo non è un problema mio.

« Lascia stare.. – dice, facendo spallucce – Cheers!»

La chiudo qui, con un brindisi, che è pure un successo, no? Quando è giusto, è giusto. Poco prima si muoveva disinvolta e meccanica. I suoi gesti grattavano le corde o scolpivano il pavimento rumoroso del piccolo palcoscenico. Scendeva le scale per immolarsi nello scarno pubblico delle 23.30, tra maschere horror e lenzuoli attaccati alle pareti. Le piaceva, credo, sentirsi avvolta dall’idea di aver creato una piccola famiglia di fans. I suoi umili, sperduti, convinti ammiratori. Chitarra e drume machine in solitaria, una voce niente male. E’ la Giungla, un caos electro-pop o qualsivoglia…un disordine bello e accattivante, e una pioggerellina acida di scintille con gli applausi di contorno. Se la godeva come una pazza, se la sentiva, perdìo…un concerto niente male.

Fa freddo e rischio qualcosa come mal di gola o quant’altro. Non ora, aspettiamo domani. La notte è lunga e infinita, divertente, hollywoodiana… Al rientro, il Boka ha già preso il via e se la sghignazza con un paio di sfigati di passaggio, la gente è molto carica, spensierata come un giovedì pre-festivo. Il popolo è allegro, si struscia, tocca cosce a caso, e puzza, diommio, puzza senza ritegno e pudore. Si porta dietro una settimana breve e intensa, addensata di fatiche tirate via, ché tanto il weekend arriva presto. I miei movimenti sono lenti, e si adeguano a una strada appenninica troppo lunga per concedermi scosse di brillantezza una volta giunto a destinazione. Poi il cambio di passo, la dj inizia a fare sul serio e mi sforzo di clonare i movimenti dei miei simili. Questo genere umano, al quale appartengo senza alcun dubbio, dal Pleistocene a oggi non ha mai smesso di sorprendere. Necessità, poi Cultura, infine Ironia e Auto-distruzione. E’ andata così, nevvero? 130.000 anni di Débacle travestita da Progresso. Un successo editoriale, performatico, spettacolare… inaudito. Ma non c’è mai stata, dico io, un’epoca migliore di questa, un momento in cui la Disfatta abbia raggiunto livelli di sudorazione, spudoratezza, menefreghismo, sfrontatezza, arroganza, sessualità, disinibizione, aspettativa e delusione, illusione e successo, più alti che in questa dolciastra e umida nottata. E’ nient’altro che l’estremo mascherato da moderazione. Il pogo stasera è un delirio educato, solo quattro stronzi si immolano nella calca. Io stesso prendo Jimmy per le gambe sollevandolo in aria, ma senza calcolare bene la mia capacità di resistenza. Cola a picco nel suo brodo alcolico e sbatte la schiena sul pavimento ormai pieno di fanghiglia dorata.

« Stai bene, perdìo?»

« Diamine, sì dai ma…cazzo fai?»

Non lo so, era per fare…esco a prendere un po’ d’aria, e sulla parete un annuncio recita…Hollywood’s party! Halloween come non lo avete mai festeggiato prima!

Poco più in là un capannello di gente se la ride. Nel mezzo dev’esserci qualche coglione di esibizionista…Mi appoggio al muretto di fianco al bar del Bronson…c’è un signore coi capelli unti e tirati all’indietro che ciondola e ciondola e non vede l’ora di affibbiare la sua storia a qualcuno, qualcuno che la riesca ad assorbire, o a fingere perlomeno un interesse di facciata. Saluta…ricambio…accenna ad un sorriso mesto e scaltro come una tenaglia… e subito dà il via alle danze:

«Scusa…tu lo sai chi sono io…io…sono siciliano…Michelangelo mi chiamo…»

«Piacere…qual buon vento» borbotto un po’ tra me e me.

Quello inizia a blaterare un racconto privato, strascicandolo da mezzo chè tanto i primordi sono poca cosa…arriviamo al dunque: «Sai che per non denunciare mia madre mi sono perso un miliardino di vecchie lire…ma prima sono andato da persone amici di famiglia che m’hanno fatto…»

Non si capisce, ‘sto tipo, si mangia le parole come l’ultima cena, se le sbriciola in bocca fino a renderle impalpabili, o maciullate come un budino del cazzo. Prosegue con il suo monologo sulle ultime fissirie, per la gioia del suo unico uditore.

«…Quindi ho cercato di ragionare fino all’ennesimo js cnfgcd [incomprensibile]…poi mi sono preso n’ambricatora…significa…»

«Una ubriacatura? Una sbronza!»

«Sì, esattamente.. Una sera..qua…ho rotto i coglioni e uno m’ha spaccato la clavicola…Tutt’appost’ eh. Mi hanno insegnato se tu rompi i coglioni, ti prendi la rottura della clavicola, te la porti a casa…e ringrazia che non c’è papà».

Sorride, mostrando le macerie di un bombardamento al napalm in tutto il suo splendore post-bellico.

«Solo che queste persone qua – si ferma in una lunga pausa per poi ricominciare – non hanno cazzo, perchè se io tu mi vieni qua sahbdiuascuiesu […] mi offendi mia madre e mio padre io non ti faccio niente…aspetto che ti passa la sbornia, l’indomani ti vengo a cercare. Però sono punti di vista…»

Risucchia, cristo, risucchia come un vecchio con la saliva che gli straborda ogni tre per due. Fa schifo alla vita ma non riesco a cavarmi. S’affanna come uno che ha corso chilometri e chilomentri senza fermarsi mai. Ma non se ne accorge, e dondola e s’abbuffa d’aria nera di porto e ciminiere.

«Fiorentino?»

«Sì, più o meno. Della provincia..Mugello…Scarperia…autodromo, quella roba lì»

«Io ho fatto Firenze Prato..quelle zone là…perchè avevo dei parenti..che mi rompevano i coglioni. Mi cercavo la casa..e vaffanculo. Ti dico solo una cosa. La Toscana è bella, ma hanno un caratterino un pochino…quando s’incazzano s’incazzano ma…è bella. Io una vota …minchia le bordate.. – farfuglia tra sè -…l’altro giorno mi è morto un parente, in Toscana. E hanno una cosa brutta. Brutta e bella. Che…ridono anche nelle disgrazie… in Toscana. Infatti una vota ho detto minchia offendono i miei parenti…poi invece ho capito»

«Invece voi siciliani..siete più seri?»

«Nonze…io sono più serio. Mi faccio dare botte, ma sono il più serio…perchè… – ancora una stop, più lungo del primo -… Io devo fumarmi una sigaretta. Ora vediamo…Finite.»

Lascia la risposta in sospeso, gira il culo e, dimentico di tutto, se ne va senza neanche un cenno di saluto. Dimentico di me che ascoltavo, dimentico del suo sconforto di uomo solo e perso, della sua inutile esistenza bandita. Non m’importa, è soltanto uno dei tanti vagabondi che hanno esaurito i muri dove sbattere la testa, o che magari, pur continuando a farlo, non sentono più niente.

Il Bronson sta chiudendo, la gente si trascina fuori a fiotti sotto la minaccia dei buttafuori che spietati stroncano le ultime richieste musicali…Basta, stop… «Ravenna finita!» Grida qualcuno. La provincia ha avuto la sua dose di leggerezza, i biglietti strappati a mano, la finzione di una notte troppo breve e troppo stanca per essere vissuta a pieno. La polizia non fa più controlli, non li ha mai fatti veramente. «Scusi potrei fare l’alcool-test per sicurezza?».

«Ma chi, ma di che…? Via via..». Se n’è venuta a spossare gli ubriachi con le sue apparizioni religiose, la sirena blu che gira e gira senza suono, i volti terrorizzati, forse. Per poi andarsene inzuppando il suo emerito servizio in un cappuccino a forma di cuore.

I cornetti fumano e le 5 del mattino rotolano come un tumbleweed nel selvaggio West. Sullo Spotify di un diligente barista passa una perla antica, Morire dei CCCP, un Ammazzati grande come una casa che rimbomba nelle teste annacquate di sonno e superalcolici. Tra poco il sole nascerà, ne sono certo, ma sarà un’alba piena di nuvole nere, col Pleistocene lì a due passi dal Niente, dall’Oggi buio e misericordioso, ché tanto tutto inizia e tutto finisce… e questa giungla avrà modo di rimettersi a dormire.

Risalgo in macchina con gli altri e la puzza di vomito riempie le narici, qualcuno ha espulso con i diti in gola, tanto per coronare l’ambiente di un colore nauseante. Qualcun altro si è ferito malamente e balbetta nella sua disperazione catatonica. Poi c’è la pizza della sera precedente, dio quanto era buona! con le cipolle e il salame e il gorgonzola! Per fortuna non se n’è uscita per niente, solo annacquata da quei 4-5 gin tonic di chi in qualche modo la regge ogni volta, nel miglior modo che conosca. Jimmy la sa lunga… sa equilibrare il tutto senza fuoriuscire dai limiti della vergogna. Una qualità quasi folle.

Qualcuno scende in stazione in attesa del primo treno. Il resto della banda riprende la statale e punta a nord. Il regionale arriva poco dopo e mi siedo col Boka davanti e Jimmy, di fianco a me, che ripensa ai tentativi falliti, a quei maldestri e ammirevoli giochi di seduzione – Ehi, posso chiedere al tuo bambolotto se posso ballare con te? – prima di cedere a un sonno profondo.

Nel vagone solo noi, io non mi sento bene… il Boka è inquieto, mentre l’Appennino inizia a scorrere veloce tra una galleria e l’altra. Non sta più nella pelle. «Sono stanco, quando arriviamo?» dice. «Calmati Bokà, mancherà ancora un’oretta, datti pace». Ma quello no, inizia pure a sragionare. Ci siamo, ha uno dei suoi scatti d’ira. Cristosanto..lo preferisco con quel ghigno del cazzo ma così proprio no…

Succede all’improvviso, come una notizia inattesa…una di quelle robe che ti colpiscono allo stomaco un giorno in cui tutto dovrebbe andare semplicemente a morire…

E’ imbastardito dalla rabbia, pare un Savonarola infuocato, lo osservo alla dovuta distanza mentre tira cazzotti ai finestrini…si fa fottere e fotte di rancore… e se la piglia col rancore di quelli che lo han ferito, lei sopra gli altri… Loro, i sofferentidellaterra, sopra tutti. Dice proprio così, i sofferentidellaterra…i peggiori che ci siano.

«Mi hanno abbandonato – blatera imitandogli la vocina melensa e squallida a presa di culo – Santo cielo mio padre se n’è andato! E giù di lagna, nevvero?…e poi già…poi mia madre dio mio la sua follia non mi dà pace! E mia sorella con i suoi cancri e le sue crisi isteriche! – la voce del Boka si fa ruvida e a crescere sempre più profonda come l’eco degli abissi – E poi il lavoro e la paga di merda e tutti i figli dei figli dei figli che nascono! E il buio delle mani tese che non bastano mai, ne voglio ancora, perdìo! Perchè non ci sei mai? Perchè non c’eri mai? Non sai cosa vuol dire! Non sai che cosa dire!! E cosa ne sapete e cosa ne capite?!?»…Jimmy sobbalza dalla nube di sonno in cui si era invischiato come un papa. Non sa che fare, è confuso, mentre quello continua in su e giù per il corridoio con il suo monologo infinito. Se la sbriga liscia come l’olio quell’invettiva di piazza – una piazza deserta e in movimento – contro i poveri di mente i depressi i falliti… contro i campioni dell’Apocalisse, diceva così! Contro i professionisti dei suicidi annunciati..«Fatelo davvero, sto aspettando, canidi codardi!»… e contro tutti quelli che sanno elaborare il dolore soltanto tramite la sua infame diligente meccanica restituzione…

«Io vi odio, ammazzatevi tutti» …Sbarra gli occhi iniettati di sangue come in un’estasi infernale…se la piglia con i “ciechi”, dice, «che annusano la storia solo da una parte, la loro, quella più putrida, quella più malata e misera! Il resto può andare a farsi fottere, nevvero?!»

…Sembra guardarli negli occhi tutti quanti i suoi microbi delusi dalla vita, e li fotte nell’anima, e li stupra nello spirito, come in un’ultima fetida azione prima di morire…

Con lo spirito esausto e succhiato dai gesti, da quell’impeto improvviso e bestiale, colui che poco prima mi sembrava così spavaldo e sfrontato cede ad un pianto assassino e inesorabile…di lui resta solo un Lucifero bellissimo e distrutto…

Io e Jimmy restiamo immobili, paralizzati da quella metamorfosi ferita, da quegli occhi vitrei e lacrimosi. Una degna fine, nella notte dei morti. Bokassa crolla lungo il finestrino sudicio e appannato, si rannicchia sulle ginocchia piegate abbracciandole con le braccia tremanti. La lode è terminata, ha centrato in pieno e gli si è ritorta contro. Il suo ghigno non è più che un solco disfatto, mentre il vagone s’immerge nelle tenebre rosse del mattino.

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