Home » Bokassa non paga. ESTIVA#2

Bokassa non paga. ESTIVA#2

di Leonardo Romagnoli

ESTIVA #2
Bokassa non paga

 

 

 

 

 

 

13 agosto, settimana dell’apocalisse: a Gaeta l’acqua ribolle, l’aria è soffocante e la pelle brucia. Intorno a mezzanotte Max richiama l’attenzione della cameriera e inaugura il terzo giro: un Jack Daniel’s, una chiara e uno Jäger con ghiaccio.
Nell’attesa il Boka solleva lo sguardo offuscato dall’ora, gli occhi seguono il lungomare che a poco a poco va svuotandosi di famiglie e riempiendosi di monopattini elettrici sempre più liberi di osare. Le sue palpebre sono due sportelli di piombo che crollano a intervalli regolari. Si appoggia al bordo della ringhiera provando a sopravvivere al sonno mentre le macchine e i motorini lo sfiorano senza tregua, nella sua totale indifferenza. Orde di ragazzini invadono le strade con bicchieri di plastica in mano cercando luoghi dove andare a spegnersi.
Sul mare nero Claudione spara nuvole di fumo in cui le palme illuminate da orribili lucine natalizie sembrano friggere come mosche bruciate.
– Venditore…una parola che odio… Il progetto ok, se mi parli di progetto ci sto, mi piace, altrimenti guardati il listino prezzi e scegli.
– Sì, ha senso. Ah! I soldi, potrei cambiare ma non so, forse per il tempo libero…ma no…no…non ha molto senso. Ci ho pensato bene…
– Ragazzi, – irrompe Bokassa – io non ce la faccio, non ce la faccio più.
– Dai, di già? È solo mezzanotte…Riprendiamo da bere su, adesso non hai più neanche le lenti a contatto…
– Ha ragione lui, è presto, e poi dovresti parlare anche tu, ragionare con noi, conversare…
Il Boka si stropiccia gli occhi disperatamente in un impeto di resistenza alla morte della gioventù.
– Vedo i mostri, per dio…
– Ah bene, interessante…!
– Raccontaci una storia…una bella storia…qualcosa che hai scritto.
– Non scrivo più, non ho più voglia, davvero.
Claudione fa gli occhi alla Clint Eastwood, Max piega il lato della bocca in una smorfia canzonatoria.
– Che modesto che sei, sei un finto modesto, Bokà. Perché ti fai pregare e lo fai apposta io lo so… Sei proprio un buffone.
Max prova a sfondare la solita porta, Claudione si rulla un drummino godendosi la scena e sogghignando. Il Boka, incalzato, si fa meditabondo. Nel mentre una donna di là dalla strada si toglie i tacchi e prosegue scalza, poco lontano un gruppo di teenagers canta in coro una canzone trap mentre un uomo di mezza età
vestito da coglione li scarta come birilli in monopattino rischiando un simpatico strike. L’umanità, un nugolo di api stordite dal caldo che annaspano senza rendersene conto. Alcune leggere e spensierate vivono di riti collettivi, altre ricercano la distruzione per sentire il brivido dell’esistenza, altre ancora bramano il contatto con le superfici, l’intesa degli occhi e – perché no? – la pelle sulla pelle, nonostante la terribile calura estiva.
– Per esempio…al bar del campeggio… c’era quest’uomo…
– Vai! Altro giro! – esulta Max – Ebbene …?

– Mi dà carta e penna favore?
– Ssssì…ho questo quaderno dove segno gli ordini…un caos….pure la sera che sto mezza addormentata come ‘na zombie guarda…ecco.
L’uomo, seduto a pochi passi da me davanti al bancone, offre la mano destra in attesa degli oggetti richiesti, e una volta ricevuti scivola di qualche sgabello. Piegato in avanti, inizia a scrivere qualcosa. Le parole scendono giù lentamente per depositarsi sul foglio bianco, lo stampatello minuscolo che noto sforzando la vista è quello di un bimbo cresciuto e impacciato. Quando finisce depone la penna blu, ripiega il fogliolino in quattro parti e si accende una sigaretta guardando in alto verso il Redentore.
– Guarda che roba…
Borbotta e osserva la striscia di carbone sul pendio, proprio sopra la stazione ferroviaria. L’incendio della sera prima ha lasciato ferite nere e profonde. Poi spegne la cicca nel portacenere rotondo, raccoglie le sue poche cose e scivola nuovamente di fronte alla donna.
– Quant’è?
– Mmm, dunque tu avevi un cappuccio e una pasta giusto?
– E un caffè…liscio, diciamo
La barista ha poco meno di quarant’anni, di corporatura robusta, i riccioli biondi le scendono appena sulle spalle e sulla schiena scoperta, sfiorandole il tatuaggio centrale: quattro lettere stilizzate, una sopra l’altra. Si muove con grazia, nonostante il fisico tutt’altro che esile, ma ogni gesto è netto, chiaro, non lascia scampo a sfumature. Mantenere le giuste distanze, dice il manuale.
– Ah giusto, allora sono 3,20
– Ecco qua…
– Spe’ che ti do il resto
La donna prende 80 cent dalla cassa e li consegna all’uomo dilatando leggermente le labbra a sorridere cordiale. Anche la bocca di lei tradisce movimenti meccanici, consolidati dal tempo e dalla professione, come il tintinnio dei bracciali che partecipano dei suoni del mattino. È bella, di una bellezza popolare e rassicurante che rimarrà dov’è, piantata su quelle quattro assi, guardando la pista da ballo del campeggio, i faretti rossi della sera, i graffiti colorati. Mentre folle di passanti avranno di che commentare (“Certo, la barista, niente male”), la immagino immobile e soddisfatta, sola e placida come un’isola in mezzo all’oceano.
– Me ne vado
– Di già? Sicuro sicuro? Solo due notti?
– Eh sì, devo proprio…
La voce rimanda le partenze, talvolta, ma è solo un’illusione. “Me ne vado ma ritorno. Arrivederci a presto, o almeno vorrei. Tu, vorresti?”. Poi la mano allunga bruscamente il fogliolino ripiegato.
– Sai, questo è un pensiero per te.
Lascia il biglietto sull’acquaio con un piccolo lancio, mentre lei dista ancora qualche metro, vicino al frigo dei gelati. Lo passa male, in effetti, un gesto rozzo, “Toh, scherzavo, prendi ‘ste due paroline di addio, non ti voglio più vedere”. Ma non è quello che vuole, e così si corregge arrossendo nonostante la pelle brunita dal sole. La sua vergogna risale i pori del viso, si diffonde sulle guance, sotto gli occhi, sulla fronte madida di sudore, e intorno agli occhi strizzati di luce. La barista ha un sussulto, un millesimo di secondo impercettibile, una caduta quasi invisibile. Infine si ricompone e ringrazia l’uomo.
– …Molto gentile da parte… tua…
La testa alta e una leggera ma decisa piega della testa sancisce un congedo senza ulteriori discussioni, come vuole la tradizione.
– Ciao, e buon lavoro
– Arrivederci, buon viaggio.
Osservo l’uomo scendere dallo sgabello e allontanarsi lungo il vialetto con le sue ridicole ciabatte gialle, la maglietta bordeaux, i pantaloni grigi coi tasconi laterali. Cammina male, le braccia staccate dal corpo comunicano un orgoglio che non ha, trasmettono una boria che non vuole. I passi sono goffi e i piedi, troppo distanti l’uno dall’altro, sollevano una polvere inutile. Immagino che pensi di voltarsi, ma decide che non è il caso. Quello che voleva fare lo ha fatto, e non c’è altro da aggiungere.
Torno sulla donna che a sua volta lo segue dal bancone, dopodiché si guarda attorno assicurandosi che non ci siano altri clienti oltre al sottoscritto, ritenuto evidentemente “innocuo”. Apre il biglietto, legge quelli che sembrano versi scomposti e storti, ribelli alle righe. La donna fa quel sorriso che non gli ha concesso sul momento, lo strappo improvviso in un tempo fuori dal tempo. Poi alza lo sguardo verso il vialetto, come cercandolo di nuovo, ma l’uomo è svanito nel nulla.
Il biglietto è disteso con le pieghe che spaccano le frasi in quadranti più o meno regolari. La sua mano aperta impedisce al vento caldo di portarlo via. Lo studia ancora qualche minuto, poi torna seria, tira un sospiro che non lascia adito a dubbi, solleva la carta e la strappa in tre o quattro volte, prima di gettarla nel cestino per sempre.

– Che romanticone che sei, Bokassa – sentenzia Max, sorseggiando il suo drink.
– Dovresti scriverci un pezzo – aggiunge Claudione, serioso.
Bokassa tira fuori dalla tasca quattro pezzi di carta.
– Può darsi.
Risponde, sardonico, lasciandoli portare via dal vento sul lungomare gaetano

Potrebbe anche piacerti

Mostra/Nascondi Podcast Player
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00