Dal 14 febbraio all’8 marzo 2026, lo Spazio Brizzolari ospita la prima mostra retrospettiva interamente dedicata all’artista Enrico Pazzagli, a un anno dalla sua morte. Un’occasione per raccontare, attraverso i suoi lavori, un percorso artistico tanto silenzioso quanto profondo, che affonda le radici nel territorio e nelle persone che lo hanno attraversato.
L’inaugurazione ufficiale si terrà sabato 14 febbraio alle ore 17:00, con la presenza della curatrice Emanuela Degan. La mostra sarà poi visitabile ogni mercoledì, sabato e domenica dalle 15:30 alle 18:30.
Un talento riscoperto tra armadi e cassetti
La retrospettiva nasce da un lavoro intimo e meticoloso: la figlia dell’artista, Simona Pazzagli, insieme a Degan, ha recuperato decine di opere rimaste conservate in casa, mai esposte al pubblico, frutto di un’attività pittorica privata ma intensa.
Emergono paesaggi, ritratti, figure umane che restituiscono la visione limpida e ironica di un artista che non ha mai smesso di dipingere, nemmeno nei suoi ultimi giorni. Il colore, nei suoi lavori, è elemento vivo, giocoso, mai manierato. Le sue immagini raccontano scorci familiari e volti incontrati tra le strade di Borgo San Lorenzo, spesso ignari di essere immortalati su tela o su carta.
Nessun classicismo, ma sperimentazione continua
Enrico Pazzagli ha saputo distinguersi nel tempo per la sua ricerca tecnica e materica, senza mai rincorrere i canoni accademici. Un’arte personale, costruita senza clamori, eppure dotata di una voce autentica. Lungi dall’essere confinato nella pittura “di provincia”, Pazzagli ha saputo muoversi con sensibilità tra linguaggio figurativo, immaginazione e memoria.
Il legame con il Museo Casa di Giotto, che ha segnato la sua giovinezza artistica, è solo uno dei tanti tasselli di una personalità ricca, che oggi viene raccontata non con retorica, ma con le sue opere, lasciate a parlare per lui.
Una mostra che è anche un saluto
La retrospettiva è stata voluta dalla famiglia per onorare la memoria di un artista, un padre, un uomo legato visceralmente al suo territorio. Nessuna costruzione celebrativa: solo la volontà di condividere ciò che è rimasto nascosto. L’effetto è sorprendente: le opere conservano una freschezza che colpisce, un’ironia delicata che commuove.
La mostra non è un punto d’arrivo ma un punto di partenza. Una porta aperta su un artista rimasto per anni fuori dai circuiti ufficiali, ma oggi finalmente riconosciuto nel suo valore più profondo.


