Il rapporto sul futuro del cibo a Firenze sabato 9 novembre

 

L’appuntamento è per sabato 9 novembre, alle ore 20.30, alla Biblioteca delle Oblate a Firenze. Vandana Shiva, presidente di Navdanya International, insieme a un parterre di esperti, presenterà il nuovo rapporto “Il Futuro del cibo – Biodiversità e agroecologia per un’alimentazione sana e sostenibile” in occasione dell’incontro dal titolo “L’agricoltura che fa bene al clima , nel corso del quale verrà anche presentato l’ultimo libro di Vandana Shiva “Agroecologia e crisi climatica“, pubblicato da Terra Nuova Edizioni. Il libro dimostra che le pratiche agricole sostenibili sono l’unica soluzione per combattere le ineguaglianze sociali e il cambiamento climatico, e garantire a tutti gli abitanti della Terra il cibo e l’acqua; il volume è solidamente documentato e costituisce un’appassionata chiamata per tutti coloro che non accettano lo stato di cose attuale.

Interverranno all’evento di sabato 9 novembre, oltre a Vandana Shiva, Salvatore Ceccarelli, esperto internazionale in agronomia, specialista di genetica agraria e membro del consiglio direttivo di Navdanya International, Nadia El-Hage Scialabba, esperta internazionale di ecologia alimentare con 30 anni di esperienza alla Fao; Bernardo Gozzini, climatologo e direttore del Consorzio Lamma. Conclusioni a cura di Alberto Bencistà, presidente di Firenze Bio. Per i saluti saranno presenti rappresentanti della Giunta di Comune e Regione, e Maria Grazia Mammuccini presidente di Federbio.

In tutto il mondo, i piccoli agricoltori e orticoltori stanno già attuando un’agricoltura ecologica basata sulla biodiversità. Rigenerando il suolo e conservando e selezionando le proprie sementi, forniscono cibo sano e nutriente alle comunità. Le comunità che scelgono di mettere i beni comuni al centro di sistemi economici locali, solidali e basati sulla cooperazione, continuano a offrire soluzioni creative e innovative, riappropriandosi così dei sistemi alimentari e riuscendo spesso a rendere le grandi multinazionali dell’agrochimica irrilevanti.

Il rapporto “Il Futuro del cibo – Biodiversità e agroecologia per un’alimentazione sana e sostenibile”, riunisce esperti internazionali, raccoglie testimonianze di resistenza globale contro il sistema agroalimentare industriale, annovera esempi di buone pratiche tra agricoltori, comunità locali e organizzazioni della società civile, come parte della campagna di Navdanya International Per un cibo e un’agricoltura liberi da veleni. Il rapporto offre, in prosecuzione del lavoro della Commissione Internazionale sul Futuro del Cibo e dell’Agricoltura, una prospettiva globale e si pone come continuazione dell’analisi dei sistemi agroalimentari iniziata con la pubblicazione del Manifesto Food for Health – Cibo per la Salute del 2018.

Alcuni dati tratti dal rapporto “Il futuro del Cibo”

A chi conviene l’agricoltura industriale?

Il valore globale della produzione alimentare a 2.800 miliardi di dollari, i costi ambientali sono stati calcolati a 3.000 miliardi di dollari, a cui ne vanno aggiunti altri 2.800 per costi legati alla perdita di benessere sociale e a conflitti causati dalla perdita di risorse naturali come suolo e acqua.

Le vendite mondiali di prodotti biologici sono triplicate in un decennio, passando da 18 miliardi di dollari nel 2000 a 59 miliardi di dollari nel 2010. Nonostante la crescita esponenziale delle vendite, l’offerta non sta al passo con la domanda, poiché nello stesso periodo i terreni agricoli biologici sono aumentati da 14,9 a soli 35,7 milioni di ettari.

Perchè la biodiversità è importante?

L’agro-biodiversità è importante per la sicurezza alimentare, per aumentare il reddito agricolo e per generare occupazione e ridurre l’esposizione al rischio. Il declino della diversità ha aumentato la vulnerabilità delle colture perché la loro uniformità genetica le rende incapaci di rispondere ai cambiamenti climatici, soprattutto a breve termine. Inoltre, le colture uniformi costituiscono un terreno di coltura ideale per la rapida comparsa di varianti resistenti ai fungicidi. La diversità delle colture, al contrario, ha dimostrato di essere molto utile nel limitare lo sviluppo di malattie.

Una questione globale

In Italia, una famiglia di agricoltori del Trentino ha dovuto spendere di propria tasca oltre 150 mila euro per costruire barriere di protezione contro la deriva dei pesticidi al fine di proteggere le proprie colture biologiche.

In Brasile l’agribusiness alimenta la violenza contro le famiglie contadine e le nazioni indigene. Nel 2017, 2.307 famiglie sono state espulse dalle loro terre, 28 contadini sono stati uccisi, 27 sono stati torturati, 167 sono stati minacciati di morte e 1.465 sono stati identificati come lavoratori in condizioni di schiavitù.

Da oltre un decennio, il Brasile è il maggior consumatore di pesticidi al mondo. Solo nel 2017, in Brasile sono state consumate 539,9 mila tonnellate di ingredienti attivi dei pesticidi, più del 45% in riferimento al glifosato. Nella prima metà del 2019, sono stati approvati circa 240 nuovi pesticidi da utilizzare nei campi del paese, molti dei quali vietati in Europa e altrove. La maggior parte dei pesticidi consumati è legata alla coltivazione di OGM. Nel 2016, il Brasile aveva 41,9 milioni di ettari di colture di sementi transgeniche, il che rende il paese il secondo maggior produttore di transgenici al mondo.

In Costarica uno studio sui bradipi (Bradypus variegatus y Choloepus hoffmanni) in una fattoria situata nel Pueblo Nuevo de Guácimo, circondata da coltivazione intensiva di banane, ananas e paddock, ha trovato tracce di pesticidi nei bradipi analizzati. Tra le sostanze trovate: ametrina, clorpirifos, clorotalonil, diazinon, difenoconazolo, deet, etoprofos e tiabendazolo. Tutte queste sostanze sono utilizzate nelle piantagioni di banane e ananas. Secondo lo studio, questa contaminazione è prodotta “probabilmente dal cibo ingerito contaminato e dal contatto diretto con i pesticidi”.

Le soluzioni locali

In tutto il mondo, sempre più sindaci e rappresentanti delle istituzioni locali stanno prendendo misure per proteggere la salute dei loro cittadini e il loro diritto ad un ambiente privo di veleni. Ne sono un esempio, in Italia, i circa 70 comuni che hanno bandito o limitato l’utilizzo dei pesticidi sulla base del Principio di Precauzione. Tra questi, le quattro province di Belluno, Bolzano, Trento e Verona. Emblematico l’esempio di Malles, il comune della Val Venosta che ha scelto di vietare l’uso dei pesticidi sul proprio territorio per mezzo di un referendum e grazie all’impegno politico e il coinvolgimento dei cittadini. La delibera successiva al referendum però non è stata mai applicata, prima bloccata, poi annullata dal Tar di Bolzano.

In Francia, circa 56 piccoli comuni hanno emesso normative contro i pesticidi, facendo pressione sul governo, il quale ha poi lanciato una consultazione pubblica sulle distanze di sicurezza. Lo scorso settembre, anche le aree metropolitane di Parigi, Lille, Nantes, Grenoble e Clermont-Ferrand hanno annunciato il divieto di utilizzo di pesticidi nel loro territorio.

Nel 2017, nelle Filippine, 200 comuni membri della League of Organic Municipalities and Cities (Lega dei comuni e delle città Biologiche nelle Filippine – LOAMCP), hanno firmato un accordo comune per promuovere nuove politiche basate sulla preservazione dell’equilibrio dei suoli, come potente strumento di resilienza climatica, vietando l’utilizzo di prodotti agrochimici tossici e di organismi geneticamente modificati (OGM), oltre a prevedere un sistema di sanzioni e ricompense per gli agricoltori.

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