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Nel 140° anniversario di Dino Campana: la modernità tra cinema e velocità nei Canti Orfici

di Leonardo Romagnoli

Il 20 agosto 1885 nasceva a Marradi Dino Campana, poeta visionario e irregolare, la cui opera continua a suscitare interpretazioni e riletture anche a 140 anni dalla sua nascita. In questa occasione, vale la pena tornare su un aspetto poco esplorato ma centrale della sua scrittura: il rapporto profondo con la modernità, espressa attraverso due simboli allora emergenti – il cinema e la velocità.

Un tema che era stato al centro della mia relazione presentata il 30 aprile 2004 alla Conferenza annuale dell’American Association For Italian Studies di Ottawa, intitolata Velocità e cinema in Dino Campana.

Tradizione e modernità: le due anime della poesia campaniana

La poesia di Dino Campana si nutre di riferimenti colti e radicati nella grande tradizione letteraria e artistica italiana. Da Dante a Leopardi, da Carducci a Pascoli, fino alle suggestioni pittorico-scultoree di Leonardo, Michelangelo, Ghirlandaio e Della Robbia: le fonti classiche sono ben presenti nei suoi versi, come linfa profonda del suo linguaggio poetico.

Eppure, accanto a questa base colta, si innesta una tensione marcata verso la modernità, che si manifesta nella fascinazione per la velocità e per l’immagine in movimento, quella del cinema.

Campana e il Futurismo: una vicinanza solo tematica

Pur condividendo alcuni temi con il Futurismo, Campana prende le distanze dai suoi dogmi programmatici. Non aderisce al rifiuto della memoria e della cultura espresso nel Manifesto Futurista:

  • Rifiuta il punto 10: “Noi vogliamo distruggere i Musei e le Biblioteche”.
  • Contesta il punto 3: “Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa”.

Come lo stesso Campana affermava:

“Ogni tanto scrivevo dei versi balzani ma non ero futurista. Il verso libero futurista è falso, non è armonico. È un’improvvisazione senza colore e senza armonia. Io facevo un poco di arte. I Futuristi li trovavo vuoti.”

Questa dichiarazione chiarisce la distanza tra la sua poetica e quella futurista, ma al tempo stesso conferma una vicinanza tematica, in particolare sul punto 4 del Manifesto: la velocità come nuova forma di bellezza.

Cinema e velocità: due volti della modernità campaniana

Nella poesia di Campana, cinema e velocità sono forme sensoriali della modernità. Si pensi a La sera dei fuochi o Ne la sera di fiera, in cui la velocità del linguaggio si fonde con la dinamicità della percezione visiva, evocando scenari che anticipano un montaggio cinematografico.

Già critici come Bonifazi, Ceragioli e Pedro Luis De Guevara hanno analizzato il procedimento cinematografico in Campana, che destruttura la cronologia, introduce visioni rapide, scorci visivi, sovrapposizioni e dissolvenze. Nei manoscritti del Più lungo giorno, i riferimenti al cinema sono espliciti:

  • Titoli provvisori come La notte mistica dell’amore e del dolore – Scorci bizantini e morti cinematografiche.
  • Frasi come Cinematografia sentimentale scritte e poi cancellate.
  • Descrizioni della visione cinematografica dal punto di vista dello spettatore.

Il cinematografo nella Romagna dell’inizio Novecento

L’ambiente romagnolo in cui Campana cresceva non era isolato dalle innovazioni. A Faenza, già nei primi anni del Novecento, il cinema itinerante era una realtà viva:

  • Il settimanale Il Lamone nel maggio 1905 racconta la presenza del cinematografo all’Arena Borghesi.
  • Nello stesso anno, si proiettano pellicole sulla guerra russo-giapponese, come L’assedio e capitolazione di Port Arthur.
  • I fratelli Lumière avevano introdotto la camera mobile nel 1895, e dal 1897 le prime riprese in movimento avvenivano anche in Italia.

Tutto ciò alimenta un immaginario che entra nella poesia campaniana, come nei passaggi de La sera dei fuochi, dove la protagonista è attratta dalla baracca del cinematografo, simbolo di un mondo che cambia, di una realtà che si trasforma in immagine.

L’esperienza cinematografica: tra estraneità e intimità

Campana racconta lo spettacolo del cinema dal punto di vista dell’uomo comune, spettatore disorientato, immerso nel buio, nella polvere e nell’odore della segatura. Accanto a lui una ragazza sconosciuta, figura evanescente che condivide per pochi minuti quella visione:

“La ragazza è presso di me perché è immobile alla porta della baracca, ma ognuno prenderà la sua strada.”

Quella vicinanza nel buio, tipica dell’esperienza cinematografica, è un momento irripetibile di intimità anonima, che Campana coglie con una sottile malinconia. È un tema che ancora oggi conserva potenza emotiva: la condivisione dell’istante con uno sconosciuto, resa possibile solo dalla magia del cinema.

Dalla fiera alla poesia: una sera del 1906?

Ne la sera di fiera, undicesimo componimento dei Canti Orfici, potrebbe ambientarsi a Faenza o a Marradi, forse il 22 luglio del 1906, durante la Festa della Madonna del Popolo, o addirittura il 20 agosto, compleanno di Campana. In ogni caso, l’esperienza poetica si mescola al dato biografico, tra fuochi artificiali, baracche, folla e cinema, in un’atmosfera sospesa, fatta di luce e ombre, odori e immagini fugaci.

Conclusione: Campana, un poeta nel tempo della macchina

Dino Campana non è un futurista, né un cantore della tecnica fine a sé stessa. Ma è un poeta della modernità, capace di cogliere la trasformazione del mondo attraverso la lente della poesia. Il cinema e la velocità non sono per lui mere curiosità contemporanee, ma forme espressive, strumenti di visione, dispositivi poetici con cui leggere un’epoca.

Nel 140° anniversario della sua nascita, Dino Campana ci appare ancora come una figura di frontiera, che traghetta la poesia italiana dalla classicità alle soglie della contemporaneità, con uno sguardo visionario e profondamente umano.

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