Bokassa non paga – Copacabana Beach

COPACABANA BEACH
Bokassa non paga

Non devi fare ritardo, altrimenti inizio a srotolare battutine sarcastiche dritte al cuore, dritte al cuore! E non è che mi risparmi eh, dovrai avere le spalle larghe bello mio!

“Partiamo tra un minuto”. Diamine, potrei guardarmi un porno nel frattempo… naaa, ricordo che non ho ancora il primo caffè. Siamo matti? Sono le 11 e ho un leggero mal di testa, ho fatto il pieno di metano a Monculi per consumarne un quarto solo tornando a casa, mi hanno offerto mandarini e arance siciliane a “prezzi parrocchiali compà”. In effetti mi mancava qualcosa. Sali Sali, caro il mio caffettino, ti aspetto al varco. Frrrrrr, bofonchia la moka, ‘nchiana, ‘nchiana… eccolo, ‚nchianau! Questo è meglio di un porno, per dio. Apro il coperchio di metallo e verso lentamente nella tazzina in vetro, la mia preferita, che in realtà è un semplice bicchierino rubato anni fa al circolino di Casaglia, quando tutta ‘sta merda ancora era lontana anni luce. Adoro appoggiare il culo sul termosifone caldo e sorseggiare la bevanda a occhi chiusi, silenzio, fuori spira e la caldaia brucia e gorgoglia e il caffè gorgheggia, anzi sono io che gorgheggio come nell’inferno dantesco, vortico giù negli abissi verso il Lucifero incastrato…e sbuco su sempre più su! e sogno Dio la Madonna e tutti i santi, sogno…
Driiiin! Diavolo! Ti pareva, han fatto i loro porci comodi al Mediceo, si son presi la pastina e l’orzo e il deca e il bombolone e la bionda e la mora! Per non parlare di tutto il belvedere che può passare a quell’ora!
– Perchè ci guardi così?
– Non ce l’ho con voi, tranquillo
– Ok, lo so
– Perchè lo sai? Potevo avercela
– Ehm, ok, ma non è così
– No, ma potrebbe essere che…
– Ok, andiamo?!
– Vado io dietro?
– Ni, hai il giubbotto strappato dietro, si vede l’interno
– Cazzo! Uff…
Un tempo della malora, la nebbia è fitta già dalla Madonna dei Tre Fiumi, e si fa sempre tiranna. Zig zag, zig zag, siamo all’autodromo dell’alto Mugello, prima tappa Fonte dell’Alpe.
– C’è da prendere l’acqua.
– Ti prego Leone scendi tu.
– Perchè io?
– Mi sta fatica.
– …
Fresca, diavolo! Non c’è acqua più buona di questa, ti depura dallo schifo che hai in corpo e nel cervello, dalla libertà negata, dalla voglia di muoversi e saltare e frullare! Fresca come i ghiacci dell’Antartide, per dirne una a caso. Ottima.
Vruuummm vruuummm
– Prenotiamo? Per la Miseria?
– Sì ok ok un attimo. Come si chiama il posto?
– Per la Miseria
– Caspita dammi il nome, come faccio a chiamare sennò?
– „La Miseria“! Si chiama Trattoria „La Miseria“, è tipo a Russi o Granarolo, insomma dopo Faenza, piatto abbondante seduta stante!

Andata, tra un’ora e mezzo ci siamo, prima che tutti chiudano di nuovo, prima di un nuovo lockdown planetario intergalattico, prima delle vacanze di gennaio ché già tutte ‘ste osterie se la danno a gambe perchè gli affari son calati e buonanotte, tanto vale prendersi qualche giorno di tregua.
– Fanne qualcosa della tua libertà, fanne qualcosa! – un messaggio in codice from Salaiole.
– Sarà fatto, diavolo!
Intanto l’insegna della trattoria campeggia sulla statale con un tizio forse messicano o un semplice contadino della Bassa che mangia fagioli e ricorda tanto un dipinto famoso. C’è un gran rigirio di persone e la proprietaria è già girata di coglioni ché “siam troppi, aria aria! Aprire tutto!”
Un tavolo per tre, un’asse campagnola d’antipasti con pasta fritta e maiale in ogni sua variante possibile, una marmellata di fichi che ci sta un po’ lì buttata a caso, tre primi di tagliatelle al ragù, cappelletti, gramigna con salsiccia, un litro di rosso della casa. Divoriamo tutto in un’ora scarsa ma ce la prendiamo comoda chè tanto il mare mica scappa e abbiamo ancora un paio d’ore di luce. Alle pareti Batistuta con un ridicolo cappello, un tizio sessantenne vestito da bebè, vip sparsi, forse i Cugini di campagna, gli amici morti da qualche decennio in bianco e nero seduti intorno a una briscolina. Cornici d’oro massiccio, la miglior trattoria dell’anno! Mica si mangia male eh, diamine, certo la panna copre tutto ma m’importa niente, la fame è una bella bestia se soddisfatta. Col vino che scende giù e t’impregna lo stomaco e il cervello non c’è mica da prendere stelle Micheline. Ordino anche un mascarpone, una padella di mascarpone.
– Quello lo risenti vai, ova su ova…
– Ma quando?
– Anche subito mi sa.
– Sì, poi ci penso, potrebbe essere… slurp!
Shhh, com’è bello quel momento in cui tutto si adagia, e mica dev’esserci per forza il sole.
– Me la fai una sigaretta?
– Certo amico, certo – Leone mi passa la sua appena fatta.
Com’è bello, dicevo, quando la pancia è piena, sei sfuggito alle quarantene e ai tracciamenti, hai viaggiato, ti sei nutrito di mamma Romagna, ricopri il corpo con un giaccone caldo, ne assecondi le curve, le masse grasse, i gorgoglii, tiri zaffate di fumo come il sipario che si chiude dopo uno spettacolo e senti gli applausi scroscianti. Solo una dormita a bordo strada…se non fosse così umido e così bigio…potrebbe completare…questa…sensazione embrionale, questo discorso cantato…sì, la cantilena… gli amici…l’effetto neve sulla legna in vetrina… la vecchietta che dorme…l’insegna col messicano…Russi, russo…
– Oh!
– Oh! Sì, cavolo…ci sono
– E allora dai, manca ancora mezz’ora alla Marina

Fa un certo effetto Marina di Ravenna, coi suoi stabilimenti industriali, le ciminiere gonfie, le fabbriche di cemento, i magazzini doganali, lo stoccaggio e i chimici e i petrolchimici e i petroliferi e gli alimentari, i biocombustibili e i liquidi e i secchi per dio quanta roba! E subito appressata la Piallassa della Baiona tra il Lamone che scende e il porto canale Candiano coi suoi mille condotti e passaggi e capanni da pesca e da caccia! Tutto una zuppa di natura e artificio, di uccelli che volano felici e montagne di argilla ammucchiata. Al lato c’è il mare, signori miei, il mare. Dal centro si riscende cercando la scritta Hana-Bi nei pressi del Piomboni, il campeggio storico su cui mi appoggio ogni volta che tiro tardi dopo i concerti estivi. E’ il deserto e fa impressione, Cristo, giusto stamani dicevamo, in quel piccolo paesino prima di Faenza “guarda ‘sta via com’è vuota, tutti fuggiti via, scappati dalle case vecchie, potrebbero girarci un film coi cespugli che rotolano lungo strada”, ma quella era Fognano, Via Emiliani dal Bar Caffè Lamone alla chiesa. Questa, siore e siori, è Marina di Ravenna: nessun’auto popola i bordi, e le macchinette per il parcheggio sono ricoperte di sacchetti neri come condannati a morte. Siamo soli, tre mugellani in visita al museo dell’estate.
– Te la ricordi l’estate, Leone? Italia-Austria e il primo gol di Chiesa, le zanzare assassine, la piadina con lo squacquerone… Prossima estate vieni pure tu cugina, ma intanto ce lo vediamo in letargo…
Montiamo sulle dune che proteggono gli stabilimenti dalle alte maree, così vediamo stendersi l’Adriatico con le sue piattaforme, le sue draghe, i mercantili che s’appressano al porto, più a nord.
Alle nostre spalle il palco è vuoto, Micah Hinson ha smesso di suonare e si avvicina alla sua tipa con un bicchiere di vino rosso, la bacia e le tiene la mano, la gente si sta alzando per andare a farsi l’ultimo drink dato che il dj set non si fa più ché non è cosa, le lucine hawaiane danno un tocco natalizio e tintillano negli occhi quando il vento le smuove. La testa pelata del Santelli troneggia nella fila al bar in mezzo ai due cordoncini… Oggi niente di tutto questo sopravvive, ci sono solo spettri, il pavimento è libero da sedie e poltroncine, dai rastoni tatuati che affittano sdraio e ombrelloni, dal tipo enorme che accoglie i musicisti e controlla che tutto vada a modino, dai ragazzi in infradito serale e le camicie a fiori. Il tavolo ricurvo per quella specie di ping pong che non è ping pong affianca il campetto da basket, le panche sulla duna sovrastano la scena in attesa di una nuova estate e degli ultimi poeti dal nord Europa o dall’America. „Tutti all’Hana-Bi, signori! Il miglior palcoscenico estivo del continente!“
La Ni immortala tutto e la sua panoramica fa il giro del mondo, si sofferma sull’enorme conca di sabbia, sul pattìno abbandonato, su una spiaggia che è una misera Copacabana. Scendiamo giù di corsa, le mani in tasca, il cappuccio sulla testa. Saltelliamo sui rivoli e gli isolotti affollati di conchiglie.
Leone si muove come un Geppetto e modella la sabbia con gli scarponi disegnando orme di ciliegio e castelli di faggio, la sciarpa svolazza nell’aria senza odore mentre balene immaginate spruzzano addii in lontananza. Il pomeriggio inerte si adagia sulla riviera grigia coprendola di una coltre di vento balcanico. Sul bagnasciuga un ramo a forma di Nessy scruta l’orizzonte, siamo in Scozia o in Brasile? Siamo sulla Riviera o in Costa Azzurra? Oltre il porto, sull’acqua non si vede anima viva, non c’è traffico stagione morta. Lungo il tragitto qualche anima armata di secchiello e bastone, gruppi di giovini assetati di un sole che non arriva più. Il Carnevale è finito, la luce sopravvive sulla bruma incerta, Maracaibo è soltanto una città venezuelana sul Mare dei Caraibi, non più canzone acidula di capodanno, nessun trenino. Poco resta da fare e tutto resta in gioco, così si raccolgono i gusci delle ostriche e s’inganna il tempo.
– Mi sento l’orecchio strano, oh controllate!
– Ma che schifo!
– Almeno ci trovassimo una perla. Quanto potranno valere?
Ci fermiamo sul pattino solitario, unico superstite della stagione scorsa insieme a una triste manichetta a vento. Proviamo a rievocare un ricordo di qualche anno fa, spiaggia di Viareggio, infinita Lecciona, due fumatori ai lati, Geppetto si accende un drummino, la Nicla ha il filtro in bocca e guarda verso il centro, il tutto ha la spontaneità dello pseudo autoscatto a caso e degli anni felici.
Insistiamo nel cercare una quadra, nell’immortalare un presente invidioso con sorrisi nuovi e nuove pose, le immagini sono più mosse, dietro le teste compare un alone di benedizione, un contrasto di luce tra i visi accesi e il cielo cupo di Croazia.
– Heylà, direi che può bastare!
– Andiamo a farci un amaro in centro?
– Dai!
Anche la scelta di un bar a modino ha un certo peso, rivoglio quel posto coi tavoli neri e le sedie antiche, era frequentato da un paio di fricchettoni e un uomo zitto che leggeva il giornale, un altro parlava di covid cercando la rissa. Sarà qui? Sarà là? C’è tempo non c’è tempo. I luoghi del cuore latitano nelle vie dove si arriva per pura fortuna, zigzagando tra nugoli di zanzare e bestemmiando forte. Ricordo l’edicola con le riviste storiche, la fila interminabile, il “fermiamoci qua a leggere un po‘…”. Bar caffè. Non importa, un giorno sbucherà di nuovo fuori, al momento la scelta ricade sul bistrot vicino alla vecchia bancarella di libri.
– Ho bisogno di qualcosa che bruci ‘ste tagliatelle, ho bisogno di ricominciare.
– Prendi una grappa gialla
– Gialla, fa impressione
– Ma sì, bariccata insomma, vecchia!
– Andata.
– Io vado di mezza, non mi va proprio
– Io invece mi prendo un whiskyno, ah che bellezza…
Già, bruciare tutto, inondare quel pasticcio di ragù e mascarpone con uno tsunami di grappa invecchiata. Non è catartico? Sentirla scorrere bollente lungo i negozi bui e i locali in dormiveglia, un occhio aperto un occhio chiuso come i gatti, dentro i campeggi con qualche lucina che rimane accesa per farsi belli anche nei giorni neri dell’inverno, nel canale Baiona e nella capitaneria, giù ad affogare il circolo velico ravennate, il molo di Porto Corsini e poi a sud verso la piadineria a strisce verdi e bianche. Ah! Bruciare tutto per ricominciare, bruciare virus e influenze, bruciare anche quel poco di socialità che ci è rimasta, tra uno spippolìo e l’altro, tra una variante e una dose di vaccino, per dio! Il grappino inonda pure le coltivazioni di cachi e le viti scheletriche, le trattorie appenniniche, i borghi rossi e i loggiati vuoti. Il punto zero sta per arrivare e torneremo alla Miseria a rimangiare cappelletti fino all’esplosione…
– Buono ‘sto grappino…
– Vuoi finir la mia?
– Ma sì, finiamo pure ‘sto mezzo mezzino
Glu, glu, glu la tracanno come fossi un cammello nel deserto.
– Siete mai stati a Brisighella?
– Mmm no, giusto di passaggio
– Vamos
Il ritorno ci manda in mezzo a campi delimitati da stretti fossati e altrettanto strette stradelle di campagna dove a malapena ci si scambia, poi di nuovo superstrada e ancora distese di sera, infine una capatina tra i capannoni di un quartiere industriale saltando Faenza e arrivando dritti sotto i tre colli, la Rocca, la Torre e il Monticino. Imbocchiamo lo sterrato accanto alla Fortezza chiusa, verso l’orologio illuminato. A quest’ora non c’è più nessuno e i gradoni sono scivolosi tant’è che subito rischio la ribalta. Sul terrazzo circostante la Torre, la balaustra getta sul baratro lo sguardo nero nero
– Se cadi è un bel casino…
Detto fatto, le mani sulle spalle, spinta leggera a smuovere vertigini latenti.
– Cazzo smettila!
Non si fa, no no no, non si fa. La fuga mi fa fare un giretto completo, lascio calmare il respiro, guardo giù e sì, è davvero inquietante con la sua verticale rocciosa che dà sulla Faentina e scende verso la chiesa, la piazza centrale, la stazione, il baracchino delle piade di passaggio. Il tutto ricoperto di un colore rossastro così tipico di una certa architettura emiliano-romagnola. Dall’anfiteatro sottostante un assolo di Marc Ribot vortica nell’aria risalendo sui Tre colli e disperdendosi sui calanchi di gesso, le stelle occupano il cielo dopo un settembre piovoso, ricordo la barba lunga, il batterista che sembrava fatto di coca quanto si muoveva, il tastierista dei Ceramic dog che suonava in realtà un po’ di tutto, alto come un grattacielo, sicuro come un tir, la testa carica di pallottole infossate. Concerti di fine estate, strade blu…
“Che ne farai di tutta questa libertà?”
E’ notte, ormai, Brisighella è finita, si ripercorrono i borghetti all’indietro, i passaggi a livello dove i treni bucano la nebbia…una notte una vecchia megèra camminava solitaria sbattendo il proprio passo sbilenco sui fari delle auto, chissà dove andava…
Iniziano i tornanti dell’Alto Mugello, eppure la stanchezza non fa ancora da padrona, gli occhi sono ben aperti, ma di nuovo l’aria si fa bianca bianca, si vede più niente alla curva del Cencione.
– Dove diavolo è la luce dell’albergo? Eppure c’era…!
– Ci fermiamo di nuovo alla Fonte? – ci diciamo scherzando, ché non è più cosa. Il vecchio hotel ha un volto ancora più macabro con la sua insegna liberty e la faccia sfregiata.
Alla Madonna tutto si dirada nuovamente, la musica riparte, le case si fanno più fitte.
Un milione di occhi ci guardano dalle finestre appannate, la peste li condanna al desiderio, il martedì è parso una domenica estiva, o la sua ombra perfetta, niente di più appetibile al momento.
“Che ne farai di tutta questa libertà?”
La Signora Quarantena bussa ai portoni e controlla che tutti gli occhi siano posati su quei dannati vetri.
– Ciao ragazzi, ci sentiam domani…
Gente in attesa, gente ammalata, gente sola e mezza addormentata. “Scappa finchè puoi”, mormorano a mezza voce da un punto imprecisato dello spazio. Una volta smaniavo nei momenti morti, adesso tutto il tedio del mondo ha una sua giustificazione, potrei rientrare in casa senza fare pio, potrei morirci dietro le persiane. Sarebbe più rispettoso…o no? Di un milione di occhi alle finestre alcuni non sanno bene cosa dire e tacciono, altri lo sanno a memoria come un salmo e sembrano implorare: „Vai diobono, punta a est non ti fermare!“.
Ci vorrebbe un bel pattìno, già, quasi quasi me ne torno indietro.

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