PER ENRICO

Enrico Pieri non c’è più. Salire le curve per arrivare a Sant’Anna di Stazzema da oggi in poi sarà ancor più doloroso. Com’è doloroso, per andare a Monte Sole, passare da Pian di Venola davanti alla casa di Salvina Astrali e non potersi più fermare ad abbracciarla. Sapevamo che lui era immortale sempre presente, c’era, era su, che potava curava raccontava. Enrico era un bambino sopravvissuto alla strage di Sant’Anna di Stazzema che ha dedicato tutte le sue forze, tutta la sua esistenza a testimoniare, a cercare le parole, a cercare di comprendere e nell’impossibilità di farlo, da emigrante, ha imparato la complessa, irta lingua del nemico, ha scavato, ha cercato in tutti i modi di diventare europeo, contro tutti i nazionalismi, contro tutti i confini. Enrico, come Ferruccio, Salvina, Cornelia, Tonino, era memoria incarnata. Portava inciso nel volto contadino e negli occhi il suo compito.
Conoscemmo Enrico nel 2007: un bel giorno ci chiama al telefono perché aveva saputo delle tragedie al Cimitero militare germanico del passo della Futa e voleva che portassimo I Persiani di Eschilo lassù, al Parco della Pace di Sant’Anna. Capimmo immediatamente l’intelligenza della proposta: mettere in relazione i due luoghi, il campo delle vittime con il controcampo dei nemici, tracciando sulla Linea Gotica, di vetta in vetta, un percorso che dalla Futa risospingesse fino a Sant’Anna. Ci capimmo al volo e fu così che il 21 agosto del 2008 mettemmo in scena I Persiani, la tragedia dei vinti e delle identità, a stazioni, dalla chiesa, lungo la salita, fino la monumento. Era caldo, avevamo in scena con noi tanti dei nostri cari attori/cittadini di Firenzuola che interpretavano i cori delle donne e dei vecchi persiani. Il sindaco di Firenzuola dell’epoca, Claudio Corbatti, ci mise a disposizione gli scuolabus per portare i cori in tournée.

La scena finale al tramonto è indimenticabile, a destra in lontananza si vedeva il mare. Enrico prese gli applausi con noi, come se avesse anche lui recitato, e mentre il pubblico applaudiva continuava ad abbracciarci e a piangere. Devono esistere delle foto ma chissà dove. Poi ci invitò tutti a cena, vicino al suo orto, che era lì sotto, nel parco. Con l’aiuto della moglie e di altri amici aveva preparato sotto agli alberi una festa bellissima con vino e tante cose buone da mangiare. Era una cosa meravigliosa vedere quel luogo pieno di vita e di allegria dopo la commozione, la tensione e le lacrime del pomeriggio. Era la catarsi dei riti ancestrali che si fondeva con la feria d’agosto della civiltà contadina.
Questo legame con Sant’Anna sarebbe stato fondamentale negli anni successivi per il nostro lavoro e per la nostra riflessione sulla memoria attiva, perché ci avrebbe portato a Monte Sole, a stringere rapporti profondi con la Scuola di Pace. E quante volte con Enrico si parlò del fatto che invece a Sant’Anna si era più soli, isolati, e che la Regione Toscana avrebbe dovuto prendere esempio dall’Emilia-Romagna e fondare un presidio permanente per un quotidiano lavoro di pace.
Ormai fra noi era scoccato l’amore e l’anno successivo ci chiamò a fare la nostra nuova produzione Iliade da Omero e Simone Weil. Come data propose il 13 agosto, il giorno dopo l’anniversario. Sarebbe stato davvero molto emozionante. Accettammo e in cambio gli chiedemmo di venire due giorni prima al Cimitero della Futa, per vedere lo spettacolo anche nel ‘controcampo’ e per dialogare con il pubblico. Furono due giorni indimenticabili. Portare Enrico alla Futa e ascoltare le sue parole dopo lo spettacolo sono tra le cose più preziose che custodiamo nel nostro cuore.

Iliade era un corpo a corpo con le parole, una galoppata per noi che, soprattutto alla Futa, dovevamo remare contro il vento e i raggi dell’ultimo sole. Quel 2009 avevamo in programma solo due repliche nel cimitero e quindi avevamo deciso di accogliere fino a trecento spettatori alla volta, c’erano pochi spostamenti. In questa atmosfera Enrico si avvicina al termine della replica e ci dice: …adesso, dopo aver visto il vostro lavoro in questo luogo, ho capito veramente che cos’è l’Europa. E mentre lo dice sembra guardare contemporaneamente laggiù verso il mare, verso le sue Apuane ma anche verso il nord, quel nord che era sotto i nostri piedi, freddo e ostile.
Più tardi al Posto delle fragole, la casa del popolo dove avevamo faticosamente costruito il nostro piccolo teatro e sala prove a Firenzuola e dove avevamo organizzato l’incontro con il pubblico, Enrico ricordò come, durante i duri umilianti anni di lavoro in Svizzera, aveva fortemente voluto che suo figlio imparasse il tedesco. La sua vocazione europea era imprescindibile, sempre antiretorica, era uno sguardo politico umanissimo.
A Sant’Anna due giorni dopo allestimmo Iliade portandoci dietro e dentro, nei muscoli, nelle corde vocali, la fatica e la paura che l’immensità della Futa generano. Qui a Sant’Anna tutto era più protetto, il poema della forza divenne una smisurata, implacabile, ostinata elegia, un atto d’amore per quella civiltà contadina annientata.
Di solito con i nostri compagni di lavoro, Andrea, Luciano, Alfredo, Franco dopo una replica come questa si rimane come inebetiti o meglio come in una sorta di beatitudine. E poi anche quella sera Enrico e sua moglie avevano approntato tutto per festeggiare. Che serata meravigliosa. Quei tavoli allestiti sotto agli alberi. Non ti dimenticheremo mai, quella tua parlata, quelle rughe, quelle mani grandi da muratore, quella sensibilità da giardiniere.
Grazie Enrico, giardiniere instancabile della memoria.
