Giulio Lisi : dalle purghe fasciste alla Resistenza

11 SETTEMBRE 1944 : LIBERAZIONE DI BORGO SAN LORENZO
GIULIO LISI : DALLE PURGHE FASCISTE AL RIFUGIO IN FRANCIA, DALLA GUERRA DI SPAGNA A VENTOTENE, POI NELLA RESISTENZA.
di Antonio Margheri
“Il passato è un’immensa petraia che tanti vorrebbero percorrere come se si trattasse di un’autostrada, mentre altri, pazientemente vanno di sasso in sasso, e li sollevano, perché hanno bisogno di sapere che cosa c’è sotto.” (Josè Saramago)
In queste settimane mi sono dedicato a ricostruire la storia di GIULIO LISI, un antifascista esemplare, che nella prima metà del Novecento ha percorso tutte le sfide ed i drammi che quegli anni potevano riservare ad un combattente per la libertà contro il fascismo in Italia ed in Europa: soldato nella Prima guerra mondiale, perseguitato dal fascismo e costretto a rifugiarsi in Francia, combattente in Spagna contro Franco e il nazifascismo, internato in vari campi di concentramento prima di essere rimpatriato e arrestato in Italia e confinato a Ventotene fino all’agosto 1943. E poi il ritorno nel Mugello e la Resistenza. Tra i 4.400 italiani che nel corso della guerra civile combatterono in Spagna, i toscani furono 395. Tra loro anche alcuni mugellani: Antonio Paoli di Vicchio, Bruno Baldini di Barberino di Mugello, anche lui fuggito in Francia. Morirà in Spagna il 16 settembre 1936. Il borghigiano Ugo Lorenzini, caduto a Cordoba il 4 gennaio 1937, anche lui proveniente dalla Francia ed appartenente allo stesso battaglione di Giulio Lisi; Ettore Bartoloni, Mario Azzini di Scarperia, come Paolo Corsi, caduto a Madrid nel febbraio 1937. Una presenza significativa quella di Ottorino Orlandini, cattolico, popolare, organizzatore delle Leghe bianche in Mugello nel primo dopoguerra. Erano tutti contadini, artigiani, operai, costretti a rifugiarsi in Francia. Le loro biografie parlano di esistenze stravolte dalla violenza, dalle intimidazioni, dalle continue e ripetute persecuzioni fasciste.

Per me è stato interessante, emozionante e anche commovente. Di seguito, il racconto di questa storia.

DALLA PERSECUZIONE FASCISTA AL RIFUGIO IN FRANCIA

Giulio nasce a Borgo San Lorenzo il 6 giugno del 1893 da Pietro Lisi e Zaira Poggiali. Suo fratello Attilio è di 3 anni più grande. La famiglia conduce un podere a mezzadria nella campagna di Olmi per la fattoria Maganzi. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, Giulio è arruolato per il fronte come soldato semplice. E’ certamente un’esperienza che gli cambierà la vita. Tornato dal fronte, insieme al fratello maggiore, è attivo nella sezione locale della “Lega Proletaria Mutilati, Invalidi, Reduci, Genitori e Vedove dei Caduti in Guerra”, l’organizzazione dei reduci di ispirazione socialista che alle rivendicazioni degli ex-combattenti univa un radicale spirito pacifista e antibellicista. Matura così la militanza nel Partito socialista ed il fratello Attilio viene eletto consigliere comunale nel settembre del 1920, con la maggioranza socialista di Pietro Caiani. E’ la prima volta che i contadini entrano in consiglio comunale. Ma i fascisti sono ormai alle porte. Il 10 dicembre del 1920 a Fagna viene assassinato l’anziano mezzadro Giovanni Sitrialli. Seguono mesi di devastazioni, violenze, persecuzioni. Pochi mesi prima della marcia su Roma, anche il Sindaco Caiani, la giunta ed i consiglieri sono costretti alle dimissioni. La violenza e la persecuzione colpirà direttamente, nel fisico, tutti quegli assessori e consiglieri. I fascisti locali cercano anche Attilio per dargli una lezione. Entrambi avevano aderito al P.C.I. Non trovando Attilio, la violenza si scatena su Giulio. L’episodio rimarrà scolpito nella memoria di molti borghigiani. Giulio viene picchiato e bastonato. Poi purgato con l’olio di ricino e costretto a percorrere il corso fino a piazzale Curtatone e Montanara con stagne legate alla cinta. Era la pratica usata per svillaneggiare ed umiliare l’avversario, tra le urla e le risate dei camerati. Nonostante i rischi ed i pericoli, Giulio continua nella clandestinità la sua battaglia e viene più volte ammonito negli anni Venti per propaganda antifascista. Nel 1932, sul bollettino Ufficiale dell’Ovra, la polizia segreta fascista, viene segnalato come “comunista da arrestare” ed iscritto nella Rubrica di frontiera. A questo punto, Giulio espatria clandestinamente in Francia, a Parigi e si iscrive al PCF. La precarietà diventa un elemento centrale della sua vita: le difficoltà economiche, gli atteggiamenti non sempre tolleranti delle autorità francesi, la caccia della polizia fascista, i traumi legati all’abbandono degli affetti del Paese d’origine e l’impossibilità di comunicazione per non essere rintracciato. Da quel momento entra a far parte di un mondo peculiare, quello dell’emigrazione antifascista, un mondo che avrebbe prodotto la maggior parte dei volontari italiani combattenti nella guerra civile spagnola.

COMBATTENTE NELLA GUERRA CIVILE SPAGNOLA

Alle elezioni del febbraio 1936 in Spagna vince il Fronte Popolare che unisce repubblicani, anarchici, socialisti e comunisti. In Italia il regime è al massimo del consenso dopo il Concordato e la conquista dell’Etiopia. La destra spagnola filofascista pensa subito ad un atto di forza e nel luglio 1936 prende le mosse il golpe reazionario, nel protettorato marocchino, dove è di stanza parte dell’esercito iberico al comando di Francisco Franco. L’esercito si ammutina il 17 luglio e pochi giorni dopo l’aviazione tedesca e italiana danno vita ad un ponte aereo fra il Marocco e Siviglia, per il trasporto delle milizie in continente e dirette verso Madrid. E’ l’inizio della guerra civile. Da allora in poi Hitler e Mussolini forniscono alle truppe di Franco un massiccio contributo in uomini, armi, mezzi. L’Italia fascista invia un contingente di quasi 80.000 uomini, di cui 6.000 caduti e 15.000 feriti. Sul fronte dell’antifascismo europeo furono quasi 60.000, di cui oltre 4.000 gli italiani, i volontari accorsi in Spagna da circa 50 paesi, i caduti furono 9.934 mentre 7.686 furono feriti gravemente.
Carlo Rosselli, esule in Francia e fondatore di Giustizia e Libertà, intuisce subito l’importanza di quanto stava avvenendo: per la prima volta l’antifascismo italiano ed europeo avevano la possibilità di combattere il nemico armi alla mano in un Paese dell’Europa. “Oggi in Spagna, domani in Italia”, questo il motto di Rosselli. A metà agosto del 1936 una colonna di 130 volontari italiani di Giustizia e Libertà ed anarchici sfila nelle strade di Barcellona tra due ali di folla plaudente. Ma è tutto l’antifascismo a mettersi in azione. L’URSS invia armi e consiglieri militari e organizza le brigate internazionali. In Inghilterra i conservatori puntano ad un accordo con Hitler. La Francia è dilaniata da una intensa lotta politica interna. Gli U.S.A. ancora lontani dall’Europa, guardano comunque ai due dittatori con simpatia. Il 27 ottobre 1936 viene costituita la Legione italiana, poco dopo prende il nome di battaglione Garibaldi, attraverso un accordo siglato a Parigi tra i partiti repubblicano, socialista e comunista. Composto esclusivamente da italiani e cittadini del Canton Ticino e San Marino, il battaglione ha come Comandante Randolfo Pacciardi, repubblicano, commissari politici il comunista Antonio Roasio e il socialista Amedeo Azzi. Alla fine del 1937 si scioglie per costituire l’ossatura della brigata Garibaldi, che includeva anche un 30% di combattenti spagnoli. Con 3.350 combattenti questa brigata mise in campo i maggiori esponenti dell’antifascismo: i comunisti Togliatti, Longo, Di Vittorio e Vidali, il socialista Nenni, il repubblicano Pacciardi. Sotto le insegne di Garibaldi i volontari italiani saranno protagonisti nelle più grandi battaglie a difesa di Madrid, nelle controffensive repubblicane, a Guadalajara nel 1937 dove si trovarono di fronte alle truppe fasciste di Mussolini e furono artefici di un’epica vittoria.
A dirigere il Comitato francese per il reclutamento dei volontari c’è il comunista fiorentino Giulio Cerreti. Ben 171 volontari toscani arrivano in Spagna nel 1936. Tra loro sicuramente Giulio Lisi, tra i primi. Si arruola, con altri 90 toscani, nel battaglione Garibaldi già nell’ottobre 1936, quando il battaglione si costituisce. Quasi sicuramente era nel primo scaglione delle brigate internazionali, composto da circa 900 uomini, che varcò illegalmente la frontiera dei Pirenei tra il 5 e il 6 ottobre 1936, accolto a Figueras da Luigi Longo e Leo Valiani e trasferito ad Albacete, nella zona centrale dove i volontari venivano raggruppati per lingue e destinati ai battaglioni. Nel battaglione Garibaldi Giulio Lisi assunse l’importante incarico di commissario politico di compagnia. Già ai primi di novembre il battaglione fu dichiarato pronto al combattimento e fu protagonista per 5 mesi di incessanti e massacranti azioni sul fronte di Madrid, dove caddero in 10.000. Fu durante queste battaglie che Giulio Lisi rimase ferito, a Casa de Campo. Si trasferisce quindi nelle retrovie dove assume l’incarico di responsabile del magazzino viveri delle Brigate Internazionali di Barcellona.

Dopo quasi tre anni di battaglie e terribili bombardamenti da parte dell’aviazione nazi-fascista (immortalati da Picasso nell’affresco di Guernica) nel settembre 1938 il governo repubblicano spagnolo e il governo russo decisero di ritirare dai fronti tutti i volontari internazionali, nell’illusione che il Comitato di non intervento, che nel frattempo si era costituito tra le parti, avrebbe imposto come contropartita il ritiro delle divisioni fasciste italiane e tedesche. I 12.000 internazionali rimasti in Spagna a quella data vennero riuniti in campi provvisori di raccolta, ma non poterono lasciare la Spagna perchè nessun paese accettò di accoglierli. La definitiva disfatta repubblicana, nel gennaio 1939, li trovò quindi nei campi di smobilitazione: da qui i volontari, riprese le armi, coprirono la ritirata dei catalani, oltre mezzo milione di combattenti e civili, verso la frontiera francese. Uno dei più imponenti esodi forzati di popolazioni nell’Europa del Novecento. Nei mesi successivi il Generale Franco avrebbe assunto i pieni poteri in Spagna. Una dittatura che si è conclusa con la morte del Generalissimo nel 1975.

NEI CAMPI D’INTERNAMENTO IN FRANCIA

Per Giulio ed i suoi compagni iniziava ora la vicenda tragica dei campi francesi. Tre anni di vita e sofferenze in un sistema di internamento dove furono concentrati stranieri “indesiderabili”, rifugiati civili e militari, ebrei, prigionieri di guerra, donne e bambini. Non pochi internati morirono per le condizioni materiali insostenibili, molti subirono anche la deportazione dopo l’occupazione nazista della Francia.
Il calvario, per Giulio ed altri compagni, iniziò con l’ingresso in Francia il 12 febbraio 1939 e l’arrivo sulle spiagge di Argeles, in un inverno rigido, dove i francesi avevano delimitato sulla spiaggia uno spazio per controllare gl’internati. Dopo pochi giorni, causa sovraffolamento, Giulio viene trasferito più a Nord, a Saint Cyprien. Una spiaggia sabbiosa, dove non è previsto nessun riparo, nessuna struttura. Il campo raggiungerà l’impressionante cifra di oltre 80.000 internati, fra cui 3.400 “internazionali”, 492 italiani, 48 toscani. Nei primi mesi si scava nella sabbia delle dune per cercare riparo. Poi arriva un po’ di materiale e nell’autunno era sorta una piccola città: 592 baracche di assi e lamiera, senza pavimentazione e senza porte. Presto prendono vita numerose attività educative ed artistiche, orchestre, gruppi di teatro, corsi di politica. Il tutto tra privazioni e stenti.
E’ oggi difficile cogliere il dramma personale, politico, umano e morale che in questi mesi travolge, ma non annienta, questa generazione di antifascisti internati nei campi francesi. Il 27 febbraio 1939 l’Inghilterra e la Francia riconoscono ufficialmente il governo del generale Francisco Franco. Pochi giorni dopo i nazionalisti occupano Madrid e Valencia. E’ la fine della guerra civile. La Francia, che a metà degli anni Trenta aveva dato rifugio a circa 2,5 milioni di antifascisti europei, non ha più il volto amico del governo del Fronte Popolare. Ora a guidare il governo c’è il centrista Daladier, promotore del Patto di Monaco (30 settembre 1938), l’accordo raggiunto tra i rappresentanti di Germania (Hitler), Gran Bretagna (N. Chamberlain), Francia (E. Daladier) e Italia (Mussolini), che consentì ai tedeschi di occupare (1-10 ottobre) il territorio cecoslovacco abitato dalla forte minoranza tedescofona dei Sudeti.
Il 22 maggio 1939 Hitler e Mussolini si uniscono nel Patto d’Acciaio.
Il nuovo contesto internazionale contribuì ad avvicinare l’Urss ai tedeschi e nell’agosto del 1939 i due Stati firmano il patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop. L’ accordo crea rabbia, sconcerto e scontri tra le file degli internazionali, tra le diverse componenti politiche, tra gli appartenenti alle varie nazionalità. Difficile immaginare il dramma che sembra travolgere questi combattenti. Un mondo di speranze sembra crollare.
Anche le condizioni di internamento si fanno più dure e rischiose. Da maggio del 1939 gli internazionali della ex Brigata Garibaldi vengono trasferiti a Gurs, nel dipartimento dei Bassi Pirenei, una località isolata, in un’area rurale a più di 10 km dalla prima stazione ferroviaria. Il campo arrivò ad ospitare circa 15.000 uomini di cui quasi 7.000 erano reduci dalla guerra di Spagna. Tra gli italiani si contavano 400 comunisti e 100 simpatizzanti, 50 socialisti, 200 anarchici. I toscani, e tra loro Giulio Lisi, erano 87. Durissime le condizioni di vita ed il controllo della polizia francese. Alloggiati in baracche di legno, privi d’illuminazione, esposti alle intemperie per mancanza di tetto efficace, pigiati in numero da 200 a 300 in baracche, dove dormivano su nudo tavolato senza coperte nè altro giaciglio. Costretti a duri lavori di sterro e disboscamento dalle 6 alle 11 antimeridiane e dalle 13 alle 18 pomeridiane. Sottoposti alle più crudeli vessazioni con percosse ad ogni accenno di stanchezza o di lagnanza.

Dopo l’invasione della Polonia, avvenuta il 1º settembre 1939, Daladier dichiarò guerra alla Germania nazista il 3 settembre 1939. Inizia la Campagna di Francia, in cui i francesi furono sconfitti dalle forze naziste e la Francia fu divisa tra la parte nord, occupata dalla Germania e la parte meridionale sotto il governo collaborazionista di Petain. Il 10 giugno 1940 anche l’Italia dichiara guerra alla Francia. Il rapido decorso di questi avvenimenti complica ancora di più la situazione degli italiani internati. Durante la Campagna di Francia, il governo francese procede all’arresto e all’internamento negli stessi campi degli internazionali di numerosi fascisti italiani, provocando situazioni di forti conflittualità. Poi, con il governo filonazista di Petain, i fascisti vengono liberati. Ed inizia per gli antifascisti italiani un nuovo calvario. A partire dalla primavera del 1940 i reduci di Spagna vengono trasferiti al campo militare di Vernet, a metà strada tra Tolosa e la frontiera spagnola, un campo disciplinare a carattere “repressivo”, dove furono assegnati al sotto-campo C, quello dei politici. Fu in questo campo che giunse anche Giulio Lisi, il 5 giugno 1940, con altri dieci toscani, tra cui Dino Saccenti, poi organizzatore della Resistenza a Prato. Il trattamento era durissimo e le condizioni igieniche inimmaginabili. Vi morirono 277 reduci delle brigate internazionali. Subito dopo la caduta della Francia era stata costituita la Commissione Italiana d’Armistizio con la Francia, un organismo che si stabilì a Torino e che si occupava dell’estradizione degli antifascisti italiani.

IL RIENTRO IN ITALIA ED IL CONFINO A VENTOTENE

In aprile/maggio 1941 le autorità francesi conducono a Mentone 54 reduci delle Brigate internazionali per il rimpatrio forzato; tra di loro Giulio Lisi, Alessandro Sinigaglia, che sarebbe stato tra gli organizzatori della Resistenza a Firenze, Dino Saccenti, Silvio Sardi, fondatore della prima banda partigiana nell’empolese. Tradotto in Italia il 29 maggio 1941, Giulio viene arrestato e condannato al confino a Ventotene per 5 anni. In questi luoghi ebbero modo di incontrarsi per la prima volta i principali protagonisti dell’antifascismo in esilio e della lotta in Spagna con gli esponenti dell’antifascismo interno. In particolare a Ventotene, dal 1940, erano stati concentrati gli antifascisti più temuti dal regime. Tra i quali: Sandro Pertini, Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso, Mauro Scoccimarro, Giuseppe Romita, Luigi Longo, Giovanni Roveda, Pietro Secchia, Camilla Ravera, Giuseppe Di Vittorio, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Curiel, Ilario Tabarri, Pietro Grifone e Alfonso Failla. Pur nella rigidità del regime carcerario, Ventotene diventa un grande laboratorio di discussione e di formazione politica e culturale. Non a caso un gruppo di confinati guidati da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni elabora il Manifesto di Ventotene, uno degli atti di nascita dell’idea di Europa unita.

NELLA RESISTENZA

Il 25 luglio 1943 cade il fascismo, i confinati si sentono liberi, ma il giorno dopo viene affondato, da quattro aerei siluranti inglesi, il piccolo postale che collegava l’isola al continente, e i confinati privi di mezzi rimasero bloccati sull’isola per il mese di agosto, prima di tornare sulla penisola e organizzare la Resistenza.
E’ il compito che adempie anche Giulio Lisi quando rientra a Borgo San Lorenzo, riprendendo i contatti con i vecchi compagni, come Donatello Donatini, e le giovani leve dell’antifascismo. La casa colonica della famiglia Lisi diventa un luogo solidale e sicuro dove la Resistenza partigiana si organizza, dove renitenti alla leva vengono accolti e nascosti, dove famiglie in difficoltà per i bombardamenti possono trovare vitto ed alloggio. Giulio, ormai “zio Giulio” per la generazione dei giovani partigiani, è un punto di riferimento, un esempio di forza politica e morale. Non a caso, nel maggio del 1945, è lui, con Cesare Cocchi per il P.C.I. e Pietro Caiani e Federigo Dori per il P.S.I. che ha il compito, di alto significato simbolico, di recuperare dagli squadristi le vecchie bandiere dei partiti asportate a suo tempo. Dopo ripetute insistenze, Giulio Lisi accettò di incontrare l’ex podesta e capo dei fascisti locali, Alfredo Agostini. Avrebbe dovuto essere un incontro riparatore. Davanti al Palazzo Comunale l’Agostini, consapevole del male che gli aveva procurato, lo supplicò ad esercitare su di lui la stessa violenza di cui era stato vittima. Lo “zio Giulio” oppose un fermo rifiuto e liquidò l’uomo consigliandolo di cambiare marciapiede se caso mai le loro faccie si fossero incrociate per il paese. Un gesto importante, fatto da un uomo pieno di storia, che fu un esempio per tanti altri. Un’Italia nuova, democratica ed antifascista stava nascendo, anche grazie all’immensa dedizione di uomini come Giulio Lisi.
Nel dopoguerra aiutò la crescita della sezione del P.C.I. di Borgo San Lorenzo, senza tuttavia ricoprire ruoli direttivi. Nel maggio del 1947 appare in una foto sereno, sul balcone della casa del Popolo, alla cerimonia per la nuova bandiera del partito. Per tutti era lo “zio Giulio”, quello della guerra di Spagna. Dopo la Liberazione Giulio fece l’ambulante di tessuti. Morì a Borgo San Lorenzo il 2 febbraio 1968.
Antonio Margheri
presidente del Centro per la storia mugellana nell’età contemporanea e nella Resistenza
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