“NUOVA CASTANICOLTURA”: un dibattito da iniziare
Ogni specie arborea da frutto è caratterizzata da una fase produttiva di durata anche molto lunga, come per il Castagno. I nostri castagneti tradizionali hanno raggiunto un’età veneranda. Dal loro impianto di massa, risalente presumibilmente al XIV – XVI Secolo, ad opera soprattutto di ordini monastici, non sono mai stati rinnovati (ex novo) se non con rimpiazzi di piante morte e qualche riconversione dal ceduo. Per cui allo stato attuale sovente si presentano disetanei e fuori sesto.
I nostri castagneti tradizionali sono “vecchi e stanchi”, sono per lo più situati in zone montane, boschive, non sempre facilmente accessibili con mezzi meccanici ordinari. Ai tempi venivano impiantati in mezzo al bosco dedicando loro aree declivi in genere di limitate dimensioni, non sempre vicine alle case coloniche di montagna. Oggi praticamente tutti questi casolari sono abbandonati e con essi i castagneti. Poco prima della maturazione dei frutti i castagneti recuperati vengono predisposti alla raccolta, previo sfalcio del soprassuolo e abbandonati una volta effettuate la raccolta del prodotto. Solo in pochi casi si effettuano concimazioni e potature più o meno adeguate, ma questa è una storia che conosciamo tutti…
La Nuova Castanicoltura
Quello che invece non vogliamo conoscere è “dove andrà a finire la nostra castanicoltura”. Se gli attuali castagneti, praticamente tutti di tipo tradizionale (piante monumentali con ampi sesti d’impianto), sono “vecchi e stanchi”, è fin troppo facile presumere il loro destino.
La nostra castanicoltura potrà pertanto riprendersi e divenire competitiva con quella europea e asiatica, solo rinnovandosi radicalmente e stare al passo con i tempi…
I tecnici e gli studiosi italiani hanno insegnato la frutticoltura razionale e intensiva un po’ ovunque in Europa e non solo, ma non sono riusciti ad inculcarla nella mente dei nostri castanicoltori. Non voglio qui evidenziare cause e colpe, bensì contribuire a trovare concrete soluzioni al problema.
La nostra frutticoltura intensiva si basa sulla applicazione delle conoscenze tecnico-scientifiche estremamente innovative. Ma il “Castagno da frutto” può o non può essere sottoposto a queste innovazioni tecnico-colturali? Io dico di sì! Chiaramente si dovranno adeguare le diversificate conoscenze, essenzialmente negli interventi di impianto e di allevamento delle piante. Si dovrà incrementare la densità di piante per ettaro, introdurre le moderne tecniche di potatura di allevamento per contenere la mole della chioma, anticipare la messa a frutto delle giovani piante raggiungendo precocemente l’equilibrio vegeto-produttivo dei nuovi impianti. I nuovi impianti dovranno necessariamente sorgere su terreni accessibili anche alle macchine operatrici per rendere più agevole il lavoro.
Il Castagno deve restare in montagna
Terreni poco declivi se non pianeggianti che fino a poco tempo fa il montanaro utilizzava per produrre cereali, foraggere e altre colture necessarie alla famiglia e al bestiame, che il bosco si sta riprendendo, sono ottimi per convertirli alla nuova castanicoltura.
Resta inteso che non si deve rinunciare alla qualità e alla salubrità del prodotto. Le nostre eccellenze castanicole locali, prime fra tutte quelle DOP e IGP riconosciute dalla Unione Europea, devono essere salvaguardate (patrimonio genetico e varietale di pregio) e con esse garantita la salubrità della produzione.
La valorizzazione della nostra montagna passa anche attraverso la salvaguardia delle produzioni tipiche che da sempre l’hanno caratterizzata, tra cui primeggiano i frutti del Castagno, con la loro diversificata gastronomia e utilizzazione in chiave moderna.
Nessuno può e vuole disconoscere il ruolo della spiccata multifunzionalità ricoperta dal Castagno, la sua storia e tutti i suoi meriti essenzialmente per la gente di montagna, ma in montagna non vi abita più nessuno… non dimentichiamocelo!
Nonostante ciò la montagna e la collina devono continuare ad ospitare il Castagno, sia nei sistemi tradizionali gestibili sui piani produttivo e paesaggistico, sia soprattutto nei nuovi impianti specializzati, alla stessa stregua della moderna frutticoltura.
In ultima analisi le due castanicolture, tradizionale e moderna, possono benissimo coesistere nella azienda di montagna, quando la prima sia ancora economicamente sostenibile, ovvero svolga funzioni culturali specifiche tra cui quelle storiche, paesaggistiche, naturalistiche e didattiche.
Il dibattito è aperto. Mi aspetto molti contributi costruttivi, con il coinvolgimento più ampio possibile.
Elvio Bellini
Presidente del Centro Studi e Documentazione sul castagno di Marradi



