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Se fossimo al loro posto

di Leonardo Romagnoli

barcone_Immigrati__

 

Un flusso ininterrotto di persone povere verso i paesi ricchi, questa è sempre stata l’immigrazione. Se perfino dopo giornate come quella di ieri molti ne parlano con paura, ira, astio, è anche perché è cambiato fino a snaturarsi, negli anni, il concetto stesso di povertà. Per secoli la povertà è stata una piaga dalla quale guarire, una condanna alla quale ribellarsi. Oggi, nella società del benessere obbligatorio, è diventata una colpa. I poveri, per il nostro sguardo reso grasso e opaco dalla cessazione della fame, sono colpevoli di povertà. Non è solamente lo spirito del capitalismo ad avere generato questa colossale e molto funzionale mistificazione. È una scorciatoia morale, una comodità psicologica che ci rassicura tutti – mica solo quelli di destra, o i razzisti che ghignano, o i leghisti che latrano – perché se la povertà è un demerito (e non una condizione ingiusta, subita per debolezza e sovente inflitta con la prepotenza) allora i poveri fanno meno pena, e in quei barconi alla deriva, in quegli annegati, oltre a non riconoscere i nostri avi gracili e spaesati come eritrei che fuggivano dall’Italia, neppure riconosciamo la ribellione di nostri simili a una vita grama e infame, dalla quale fuggono esattamente
come faremo noi se fossimo al loro posto.

Michele Serra

Da La Repubblica del 04/10/2013.

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Quei 19.142 caduti

di Gian Antonio Stella

Corriere della Sera 4.10.13

 

 

«Sul mare galleggiavano scarpe da bambino e merendine…». Tolgono il respiro le testimonianze dei soccorritori impegnati a Lampedusa a tirar su cadaveri, cadaveri, cadaveri. E noi lì, a guardare impotenti. A chiederci: cosa possiamo fare? Poco, oggi. Possiamo solo raccogliere quei corpi, chiuderli in una bara di cellophane, dire una preghiera, lasciarci strattonare da papa Francesco: «È una vergogna…».

 

È il momento del soccorso, della pietà e del lutto, oggi. Ma, asciugate le lacrime e sfogato lo sdegno contro quei criminali che gestiscono la tratta dei disperati e ammassano cinquecento persone su una barca di pochi metri, bisognerà poi dire basta. Ieri pomeriggio, il sito fortresseurope.blogspot.it , che da anni tiene con furente compassione il conto delle vite inghiottite dal mare, era già aggiornato: con quelli di ieri, siamo a 19.142 morti. Almeno. Più tutti quelli annegati senza avere due righe su un giornale.

 

La Commissione migrazioni del Consiglio d’Europa ci aveva bacchettati mercoledì, rinfacciando all’Italia di non essere «in grado di gestire un flusso che è e resterà continuo» e di essere diventata «una calamita per l’immigrazione» a causa soprattutto «di sistemi di intercettazione e dissuasione inadeguati». Cioè?

 

Lo stesso direttore del Consiglio italiano per i rifugiati Christopher Hein, che suggerisce come unica possibilità la creazione di percorsi sicuri che sottraggano chi ha diritto all’asilo ai trafficanti di anime, confessa: «Non ho capito cosa propongano, lassù. Il fatto è che i barconi approdano qui, non in Gran Bretagna o in Olanda». Vogliamo tornare al cinismo dei respingimenti, che violando la Convenzione di Ginevra del 1951 e la stessa Costituzione delegavano il lavoro sporco agli aguzzini di Gheddafi i quali secondo la Chiesa violentavano l’85% delle donne in viaggio verso il sogno europeo? Davvero è quella la soluzione? Il messaggio «non veniteci a morire sotto gli ombrelloni»?

 

Guai a voi, ha detto Strasburgo. Con varie sentenze di condanna. Il problema, però, resta intatto. E quella Europa che ogni giorno pretende d’aver bocca nelle nostre scelte perché riguardano tutti non è poi ansiosa di spartire con noi la rogna delle frontiere Sud.

 

Sia chiaro, come ricorda lavoce.info , gran parte di quanti sbarcano proseguono verso Nord: «I dati 2011 parlano di 571.000 rifugiati per la Germania; 210.000 per la Francia; 194.000 per il Regno Unito; 87.000 per la Svezia; 75.000 per i Paesi Bassi contro 58.000 per l’Italia». In rapporto alla popolazione, certi strilli xenofobi sono ancora più immotivati: ogni mille abitanti ci sono 9 rifugiati in Svezia, 7 in Germania, 4,5 nei Paesi Bassi e in fondo in fondo ci siamo noi: uno.
Ma quelle ondate di sbarchi non possono essere un problema italiano. Riguardano tutti. E come il sindaco di Lampedusa invoca Letta «venga a contare i morti con noi» per urlare il senso di solitudine, lo stesso urlo dovrebbe essere girato a Bruxelles. Vengano a contare i morti nel Mare Nostrum. Sono anche loro.

 

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