Settimana delicata per il mondo della scuola. Le giornate da segnare sono mercoledì 6 e giovedì 7 maggio 2026, quando è previsto uno sciopero che coinvolgerà istituti di ogni ordine e grado su tutto il territorio nazionale.
Al centro della protesta ci sono due temi caldi: da un lato le prove Invalsi, dall’altro la riforma degli istituti tecnici, contestata da una parte del fronte sindacale perché ritenuta penalizzante per studenti e personale.
A proclamare lo sciopero generale sono i Cobas, che annunciano iniziative diffuse e una partecipazione trasversale. Nel mirino del sindacato finiscono soprattutto i test standardizzati, definiti «quiz inutili e dannosi», incapaci – secondo questa posizione – di misurare le reali competenze degli studenti.
La piattaforma rivendicativa è però più ampia. Tra i punti principali emerge la richiesta di un recupero salariale significativo per docenti e personale ATA, con l’obiettivo dichiarato di recuperare almeno il 30% del potere d’acquisto perso negli ultimi anni. A questo si aggiungono la necessità di nuove assunzioni per ridurre il precariato cronico e lo stop al progetto di autonomia differenziata, considerato da chi protesta un fattore di possibile aumento delle disuguaglianze territoriali.
Due giornate che rischiano quindi di avere un impatto concreto sull’organizzazione scolastica e sulla didattica, ma che allo stesso tempo riportano al centro del dibattito pubblico una questione strutturale: quale modello di scuola si vuole costruire nei prossimi anni.
Il fronte più caldo della mobilitazione riguarda gli istituti tecnici. Per giovedì 7 maggio è infatti previsto uno sciopero nazionale promosso dalla FLC CGIL insieme ad altre sigle sindacali, con l’obiettivo dichiarato di fermare o almeno rinviare la riforma voluta dal Ministero dell’Istruzione e del Merito.
A incrociare le braccia saranno docenti, personale ATA e dirigenti scolastici, in una protesta che punta dritto al cuore dell’impianto della riforma. Secondo i sindacati, le modifiche previste comporterebbero una riduzione delle ore sia per le materie di base sia per quelle tecnico-professionali, con effetti diretti sulla qualità dell’insegnamento e sugli organici.
Nel mirino c’è anche la nuova organizzazione dei percorsi di studio, pensata in chiave più flessibile e maggiormente collegata alle esigenze dei territori e del sistema produttivo. Una scelta che, secondo la Cgil, rischia di spostare l’asse della formazione: istituti tecnici sempre più modellati sulle richieste delle imprese locali, a scapito di una preparazione generale solida e di un impianto nazionale omogeneo.
Il giudizio è netto. Il sindacato parla di un possibile impoverimento dell’offerta formativa e di una riduzione dei posti di lavoro, denunciando il rischio di una scuola «sempre più aziendalizzata».
Al di là delle parole d’ordine, la questione è politica prima ancora che sindacale: equilibrio tra formazione e lavoro, tra autonomia dei territori e coerenza nazionale. È su questa linea sottile che si gioca una partita destinata a lasciare segni profondi nel sistema scolastico italiano.

