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Paterno: la bonifica subito!

di Leonardo Romagnoli

In questi giorni è stato reso noto che la Forestale ha consegnato al Pm Bocciolini una relazione sulle ispezioni avvenute in questi mesi nell’ex cava di Paterno dove si è ipotizzato siano stati stoccati rifiuti di varia natura nel corso degli anni. Non si è capito se questo comporterà una chiusura dell’inchiesta in cui sono indagate 11 persone e l’avvio di un processo che dovrà stabilire le eventuali responsabilità delle persone coinvolte. L’impressione che ne ho tratto è quella di una grande incertezza che non lascia intravvedere nessuna soluzione a breve di questa vicenda e senza che siano state aggiunte nuove e utili informazioni. vaglia_cava_paterno
Da quando furono effettuati i primi interventi nella ex cava da parte di Arpat e Forestale , dopo la presentazione di un esposto per la presenza di“numerosi sacchi bianchi depositati nell’area del cementificio annesso alla cava in località Paterno, contenenti materiale non meglio descritto e l’evidenza di fumo e fiamme provenire dalla stessa area”, sono ormai passati più di due anni (giugno 2013) ed un anno e mezzo dal sequestro effettuato su indicazione della magistratura fiorentina (febbraio 2014).
Non è stato sufficiente questo tempo per dare delle certezze ai cittadini e agli amministratori di Vaglia se ancora nell’agosto 2015 si parla di “fanghi argillosi simili a quelli degli scavi dell’alta velocità, materiale granuloso bianco simile a gesso e , comunque evidente scarto industriale, tanti inerti da demolizione, materiali ferrosi e anche frammenti di fibrocemento, numerosi pneumatici”. Addirittura in un articolo è stato scritto che la Forestale vuole capire “se nella cava si è estratto carbonato di calcio secondo le autorizzazioni date;come , cessata l’attività, vi sono stati effettuati i ripristini; se e quali rifiuti speciali ci sono stati portati” e che i tecnici dell’Arpat saranno chiamati ad analizzare più in dettaglio la composizione del materiale ritrovato. Qualche giornalista preso da eccesso di zelo ha anche scritto parlando degli eventuali fanghi degli scavi dell’alta velocità “che avrebbero dovuto essere rimossi più di venti anni fa” quando i lavori non erano neppure iniziati.
Cosa aggiunge di nuovo tutto questo rispetto a quanto si sapeva ? Nulla.
Nel luglio del 2014 Arpat pubblicava una nota in cui ricostruiva nel dettaglio le attività svolte nella ex cava negli ultimi 15 anni con le analisi dei campioni prelevati.
“Relativamente allo stabilimento di produzione di calce risulta che nel 1998 era autorizzata una attività in regime semplificato per l’uso di scarti di lavorazione, tra i quali fanghi da trattamento acque potabili, mediante impianto di arrostimento del calcare. Oltre a tale flusso consentito la Ditta utilizzò anche fanghi di recupero dalle acque di galleria dei lavori della alta velocità sebbene tale flusso di materiale non fosse neppure autorizzabile in regime semplificato. Nel 1999 l’autorizzazione fu revocata a seguito di controlli dell’ex Servizio Sub-provinciale Mugello- Piana di Sesto ARPAT che accertarono l’utilizzo non autorizzato di fanghi di recupero dalle acque di galleria dei lavori della alta velocità. La produzione di calce proseguì fino circa al 2005.vaglia_paterno
Successivamente agli interventi della Agenzia del 2000 non ci sono evidenze di situazioni anomale e neanche dopo che le lavorazioni erano cessate (2005), né risultano agli atti di ARPAT esposti correlabili a tale insediamento.”(Arpat luglio 2014)
Quanto allo smarino dell’alta velocità era previsto nel progetto che venissero utilizzati alcuni siti locali per il suo smaltimento fra cui ex cave e anche cave “apri e chiudi” come quelle di Cardetole.
“Nella cava era stato depositato smarino proveniente dai lavori della Alta Velocità ed altri fanghi sempre connessi con gli stessi lavori. A seguito di controlli analitici effettuati nel 1999-2000 una parte di questo materiale risultò contaminata dando il via ad un procedimento di bonifica. A seguito di questo una parte del materiale fu rimossa ed allontanata come rifiuto, la restante parte, dopo apposita analisi di rischio fu lasciata in loco.”(Arpat)
Il livello di contaminazione dello smarino e la sua conseguente definizione come rifiuto speciale è il problema che ha poi dato luogo alla più famosa inchiesta della magistratura fiorentina allargatasi anche agli impatti degli scavi.
Quanto alle altre sostanze rinvenute sotto il capannone e in altre parti del sito Arpat scrive che”durante i primi accertamenti, nel corso della movimentazione del suddetto materiale, è stata evidenziata la presenza di rifiuti di varia colorazione e di natura diversa rispetto al materiale di copertura. Pertanto sono stati prelevati 7 campioni avviati subito dopo ad analisi presso i laboratori della Agenzia. In base ai primi risultati analitici i rifiuti campionati, indebitamente stoccati nel capannone, risulterebbero classificabili come speciali non pericolosi, questi hanno comunque un contenuto significativo di metalli pesanti e di Idrocarburi C>12 , per questo è stata ribadita al Comune la necessità che sia provveduto al più presto all’allontanamento e/o messa in sicurezza dei rifiuti medesimi.” Dopo un anno si è cercato di mettere in sicurezza tutto ma non è stato portato via niente.
Le problematiche per Paterno sono due: una riguarda i sacchi contenenti il “polverino 500 mesh” della MedLink, la seconda la bonifica dell’intera area dello stabilimento per rispondere alle legittime richieste della popolazione.discarica vaglia
Con la MedLink è in corso un braccio di ferro da parte di Arpat che considera il “polverino 500mesh” (sabbie di risulta dalla lavorazione dei metalli che contengono anche nichel, cromo e altre sostanze) un rifiuto speciale da smaltire in discarica e non un “sottoprodotto” da impiegare in eventuali lavorazioni industriali (motivo per cui migliaia di sacconi sono stati depositati a Paterno e in altri luoghi della Toscana e Liguria). E’ una questione importante dal punto di vista ambientale ma anche sotto il profilo economico con costi che possono oscillare dalle migliaia ai milioni di euro. Per dare delle certezze sarebbe necessaria un’ analisi accurata di ogni sacco mentre Medlink vorrebbe limitarsi ad un’indagine campione con tempi e costi molto diversi. Nel frattempo tutto resta bloccato.
Collegato a questo c’è la bonifica dell’area che, insieme all’annullamento del progetto di discarica per speciali o amianto, è la cosa che veramente interessa agli abitanti e agli amministratori di Vaglia ed è l’unica azione che potrà mettere definitivamente in sicurezza l’area..
In vari incontri tra agosto e dicembre del 2014 l’ allora assessore regionale all’ambiente Bramerini si era espressa in modo chiaro sulla vicenda : “a tal proposito, mi preme confermare che quest’amministrazione ha dato una chiara indicazione sugli interventi ritenuti necessari per il sito in questione ovvero l’immediata messa in sicurezza dell’area, volta ad evitare ogni diffusione della contaminazione, e la successiva bonifica. Confermo inoltre l’impegno, già comunicato a mezzo stampa e al Sindaco, nei ripetuti incontri avuti sulla ex cava, che la Regione è contraria a qualunque futuro intervento che possa contrastare la tutela e il ripristino dell’area.”(Bramerini sul blog del Pd di Vaglia rispondendo ad una sollecitazione del Consiglio comunale).
Al di là delle ulteriori indagini, processi, relazioni e analisi sulle tipologie di rifiuti depositati nell’ex cava , sarebbe il momento di chiedere conferma di questo impegno della Regione, con le conseguenti risorse, per avviare una bonifica definitiva.

Leonardo Romagnoli
23.8.15

 

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