Home » La Mugello Nuoto lancia l’SOS

La Mugello Nuoto lancia l’SOS

di Leonardo Romagnoli

A Borgo San Lorenzo la piscina comunale è chiusa da due stagioni. Ma quello che sta affondando non è solo uno sport, è un’intera comunità che ha imparato a crescere tra le corsie. Ora, il sogno di continuare a nuotare è appeso alla solidarietà di chi crede ancora nella forza dello sport come scuola di vita.


Ci sono luoghi che, più che strutture, sono anime collettive. Non sono fatti di mattoni e cloro, ma di ricordi, urla di incoraggiamento, e silenzi carichi di concentrazione prima del tuffo. A Borgo San Lorenzo, la piscina comunale era tutto questo. E ora che da due anni è chiusa, il silenzio che ha lasciato dietro di sé fa più rumore di mille onde.

Nel cuore del Mugello, dove le colline sembrano proteggere con un abbraccio la fatica e la passione di chi vive di sport, la chiusura dell’impianto natatorio ha generato molto più di un vuoto fisico. Ha aperto una ferita sociale profonda. Perché qui, tra quelle corsie, non si imparava solo a nuotare, ma a vivere.

Mugello Nuoto, una società che da oltre quarant’anni insegna a bambini e ragazzi il valore della disciplina e della determinazione, oggi si ritrova in apnea. Non per scelta, ma per necessità. «Ogni giorno i nostri ragazzi si allenano con passione e dedizione, sognando di rappresentare il nostro territorio», raccontano i responsabili, con una voce che tradisce il peso di una battaglia impari. Una battaglia che non si combatte contro il cronometro, ma contro l’indifferenza.

E a complicare il tutto, è arrivato un altro ostacolo: con la chiusura della piscina comunale, gli allenamenti si sono dovuti spostare a Firenze. Questo significa ore di viaggio, logistica complicata per le famiglie, un carico economico insostenibile. Le spese sono aumentate vertiginosamente: affitto di spazi in altre strutture, costi di trasporto, orari ridotti. E nel frattempo, la linfa vitale della società — le presenze in vasca, e con esse le quote di iscrizione — si è drasticamente ridotta. Dai 95 ragazzi tesserati nel 2023, oggi Mugello Nuoto ne conta appena 30. E il rischio è che questo numero si riduca ancora se, entro settembre, il Centro Piscine del Mugello non riaprirà i battenti.

Perché il problema, oggi, non è solo dove nuotare. Il problema è se si potrà ancora nuotare.
Le vasche vuote sono diventate il simbolo di un sogno sospeso. Ragazzi costretti a cercare alternative lontane, famiglie che si interrogano sul futuro sportivo dei figli, allenatori che vedono sfumare anni di lavoro e passione. E soprattutto, legami che si sfilacciano lentamente, come corde troppo tese.

C’è una frase di Gianni Mura che sembra scritta per questi momenti: «Lo sport è l’unico posto in cui la fatica ha un sapore buono». Ma quando la fatica si mescola al disincanto, anche quel sapore rischia di diventare amaro.

La piscina non era solo un impianto: era un punto di riferimento. Un piccolo tempio laico dove si celebravano riti di passaggio – il primo tuffo, la prima gara, la prima vittoria, ma anche la prima sconfitta. Lì dentro si imparava che l’acqua è una maestra severa, ma giusta. Che il successo arriva dopo cento bracciate sbagliate. Che si vince insieme, anche se si gareggia da soli.

Oggi, invece, Mugello Nuoto lancia un SOS: non per chiedere aiuto, ma per chiedere futuro.
La campagna lanciata su GoFundMe non è solo una raccolta fondi. È un atto d’amore, un appello alla memoria collettiva: ricordate cosa ci ha insegnato quello spazio. Ricordate com’era sentire il tifo echeggiare sulle piastrelle bagnate, le lacrime dopo una gara andata male, l’abbraccio dopo una qualificazione insperata.

Con quei fondi, si vuole evitare la chiusura definitiva della società e, soprattutto, gettare le basi per una rinascita: la riapertura dell’impianto, il ritorno in vasca, il ricominciare a credere che il Mugello possa ancora essere un vivaio di valori e talento.

Perché i sogni, come i corpi, hanno bisogno di allenamento. E i sogni dei giovani nuotatori non possono restare a secco.

Il finale di questa storia non è ancora scritto. Ma nelle loro parole – “Insieme possiamo fare la differenza” – si avverte quella scintilla che solo chi ha imparato a resistere sotto la superficie può conoscere. La resilienza non si insegna, si respira. Come quando ti manca il fiato dopo una virata, ma sai che devi spingere ancora.

E allora forse, un giorno, questi ragazzi torneranno a tuffarsi. Non solo in acqua, ma nella vita. E quel giorno, sapremo che ogni bracciata sarà valsa la pena.


Per contribuire:
👉 Qui per donare

📩 Oppure contatta direttamente la società per scoprire tutte le iniziative in programma.


Potrebbe anche piacerti

Lascia un commento

Mostra/Nascondi Podcast Player
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00