Home » La dispersione scolastica nelle superiori del Mugello

La dispersione scolastica nelle superiori del Mugello

di Leonardo Romagnoli

giotto-ulivi-283x300

 

Dispersione scolastica, serve ‘alleanza educativa’ tra scuole e territorio

Viene sollecitata nell’indagine condotta nelle scuole superiori mugellane

 

Problema e (possibile) soluzione compaiono nel titolo stesso del 1° rapporto di ricerca sulla dispersione scolastica nelle scuole superiori del Mugello, che recita “Cercarsi e non trovarsi, due scuole per un sistema”. Promossa dall’Unione montana dei Comuni del Mugello e dall’Istituzione culturale Centro documentazione don Lorenzo Milani e scuola di Barbiana, e curata dal sociologo Marco Bontempi, l’indagine analizza approfonditamente il fenomeno della dispersione scolastica che interessa le scuole superiori del territorio, ne esamina cause ed effetti indicando un ‘rimedio’. Quello di dare vita a una “alleanza educativa” tra Giotto Ulivi e Chino Chini e tra le scuole e il territorio (istituzioni ma anche tessuto produttivo) che spesso non ‘parlano’ tra di loro.

La presentazione si è tenuta venerdì a Villa Pecori Giraldi, a Borgo San Lorenzo, con la partecipazione del presidente dell’Unione montana dei Comuni Giovanni Bettarini e il responsabile dell’Ufficio Sviluppo economico e culturale dell’ente Roberto Elefante, del docente di sociologia all’Università di Firenze Marco Bontempi, dei presidi degli istituti superiori Giotto Ulivi e Chino Chini, Filippo Gelormino e Bernardo Draghi, ed infine, dell’assessore provinciale all’Istruzione Giovanni di Fede.

 

Metodologia della ricerca. L’indagine, che si è svolta da ottobre 2011 fino a novembre 2012, è stata condotta lungo due piani di ricerca. Il piano delle dimensioni quantitative, che sono state studiate in relazione ad una serie storica di dati, cioè agli anni tra il 2004/2005 e il 2010/2011, attra­verso la quale si sono potute ricostruire tendenze e variazioni di tutti quegli aspetti che tradizionalmente concorrono a definire la dispersione scolastica. Il piano dell’esperienza vissuta, delle motivazioni e dei significati connessi allo studio e all’insegnamento. Queste dimensioni sono state studiate con lo strumento delle interviste semi-strutturate a 90 persone – 30 professori, 30 studenti e 30 genitori – con un archivio di circa 90 ore che è stato analizzato per ricostruire il campo dei vissuti e delle motivazioni rispetto alla vita scolastica, dimensioni strettamente connesse con l’andamento scolastico degli studenti e le relazioni tra studenti, professori e genitori.

Orientamento. Dal modo in cui una parte significativa degli studenti e genitori intervistati parla delle attività di orientamento verso la scelta della scuola emergono diversi aspetti critici. Il primo è la riduzione a due blocchi contrapposti delle due scuole mugellane: da un lato il professionale per chi “va male a scuola” e dall’altro il liceo e il tecnico per “chi va bene”. Risulta che del lavoro di orientamento svolto dai docenti della secondaria di primo grado rimane principalmente questa estrema semplificazione; alla fine la direttrice principale dell’orientamento risulta essere il rendimento scolastico generale dello studente, declinato in base alla quantità immaginata di impegno nello studio richiesto da parte di ciascuna delle due scuole; gli interessi e le motivazioni degli studenti rimangono in questo contesto prevalentemente in secondo piano.

I ragazzi con un’età superiore a quella regolare dei 14 anni che si iscrivono per la prima volta ad una prima del Chino Chini sono ogni anno in media 40. Di questi, circa la metà sono italiani che hanno già avuto almeno una bocciatura alla secondaria di primo grado, 1/3 sono stranieri, iscritti probabilmente al loro arrivo in classi inferiori per motivi linguistici e/o ripetenti e 2/6 sono disabili.

Un “cattivo orienta­mento” è riconosciuto tra le cause principali di trasferimento e abbandono e, d’altra parte, un “buon orientamento” potrebbe trasformarsi in misura di accompagnamento sia tra i diversi ordini di scuola, ma anche come accompa­gnamento continuo all’interno della scuola e poi accompagnamento in uscita, con l’ingresso al mondo del lavoro.

Non hanno influenza sulla scelta e sulla decisione d’iscrizione gli ‘open day’ organizzati dalle scuole; si compie, ancora, un “salto nel buio”: poco peso ha l’attività d’orientamento, a contare di più restano le indicazioni dei professori della secondaria di primo grado, le idee personali relative alle due scuole, quanto valore si da alla scuola o allo studio, la scelta e le indicazioni di compagni e amici.

Due scuole, un sistema. Uno sguardo comparativo ai dati su bocciature, ripetenze, ritardi e trasferimenti offre la possibilità di rilevare come le due scuole costituiscano un sistema all’interno del quale i dati dell’una sono comple­mentari ai dati dell’altra.

Nel periodo tra il 2004 e il 2011 nelle classi prime e seconde del Chino Chini sono stati bocciati in media un numero di studenti pari al 20% degli studenti della scuola. Su 10 bocciati sono solo lo 0,1/0,2% quelli che non si sono iscritti di nuovo al Chino Chini. Al Giotto Ulivi i bocciati delle prime e seconde sono stati pari al 12% degli studenti della scuola. Dopo la bocciatura, 1 su 3, cioè il 33% ha cambiato scuola. Il dato medio del periodo considerato nella ricerca mostra che nel Chino Chini circa il 50% degli studenti sia in ritardo, al Giotto Ulivi il dato si ferma al 18%. Il gruppo degli studenti in ritardo del Chino Chini è composto da provenienze differenti: una quota di ragazzi bocciati nella stessa scuola, una quota di ragazzi bocciati alla secondaria di primo grado e “orientati” al professionale, una quota di stranieri iscritti in ritardo o bocciati nella scuola, una quota di studenti provenienti dal Giotto Ulivi. La percentuale del Giotto Ulivi risulta invece composta in misura prevalente da ragazzi bocciati nella scuola e solo in piccola parte da studenti bocciati alla secondaria di primo grado e stranieri.

Negli anni del periodo considerato sono usciti in media dal Giotto Ulivi il 7% degli studenti, pari a circa 80 studenti all’anno, e ne sono entrati, per trasferimento da altre scuole, circa una decina all’anno (1%). Dal Chino Chini sono usciti circa il 2% degli studenti ed è entrata una quota pari al 7% degli studenti provenienti da altre scuole. Gli studenti che dal Giotto Ulivi passano al Chino Chini sono intorno alla metà dei trasferiti, cioè in media 40 persone all’anno, le altre 40, circa, vanno a Firenze. Non risultano studenti che vadano in direzione opposta, dal professionale al tecnico o al liceo. Poiché i ritiri sono una quota molto bassa per entrambe le scuole, il 2-3%, dai dati emergono elementi di complementarietà tra le due scuole, a cominciare dal trasferimento di 40 studenti ogni anno dal Giotto Ulivi al Chino Chini. Quella che si presenta è una dispersione di ampia dimensione che non compare in modo evidente perché per il 50% viene compensata dall’ingresso nell’altra scuola locale e per l’altra metà prende la via delle scuole fiorentine. Al riguardo, i trasferimenti potrebbero essere governati con un accompagnamento dello studente da realizzarsi attraverso un coordinamento tra le due scuole che supporti i ragazzi in difficoltà in modo da far compiere loro, l’anno successivo, la scelta migliore in maniera consapevole e preparata. Questo lavoro di coordinamento e supporto potrebbe consentire di rimuovere un altro problema che incide questa volta sugli studenti del Chino Chini. La parte maggiore dei 40 trasferiti all’anno dal Giotto Ulivi al Chi­no Chini passa a quest’ultima scuola solo ad anno scolastico iniziato, comportando la necessità di redistribuire i neoarrivati nelle classi già formate. Si tratta di 2 nuove classi che impattano sull’organizzazione della didattica in misura rilevante e che concorrono a creare classi sovraffollate e meno favorevoli all’apprendimento. Inoltre, ad anno scolastico in corso risulta impossibile lasciare completa libertà di scelta allo studente sull’indirizzo da intraprendere, che viene, così, orientato verso le classi meno affollate.

Un lavoro di coordinamento che potrebbe assumere il carattere di ‘alleanza educativa’, strutturata in un vero e proprio sistema di interventi sul territorio, che riesca a supplire alle scarsissime risorse a disposizione della scuola e degli insegnanti, e affronti il problema in forma strategica, come il territorio stesso ha già sperimentato in progetti di contrasto ad altre forme di disagio. In una visione territoriale e integrata, per esempio, potrebbe essere tenuta in adeguata considerazione anche la

risposta offerta per il momento solo “dopo” la dispersione. Le azioni di reinserimento dei drop out in percorsi di formazione professionale vedono coinvolti qui giovani che hanno ormai abbandonato definitivamente il proprio percorso di istruzione. Sono ragazzi convinti di voler lavorare, e non studiare, e quindi considerano il corso di formazione come il male minore tra la scuola e una sicura disoccupazione. Il problema più rilevante sta nella ridottissima offerta che il territorio riesce a offrire, con un solo corso di formazione all’anno a disposizione dei giovani mugellani.

Nell’indagine si evidenzia che solo un sistema integrato di territorio può permettere un’offerta strutturata in grado di gestire le criticità che le relazioni tra scuole e soprattutto tra scuola e territorio, presentano. Basti pensare alla difficoltà sottolineata dai diversi interlocutori territoriali relativamente al fatto che nella progettazione di politiche di contrasto alla dispersione sia estremamente difficile il coinvolgimento degli operatori economici del territorio, che invece potrebbero essere protagonisti dell’allestimento di strumenti adeguati ed efficienti. E in questo contesto, potrebbero giocare un ruolo chiave le aziende agricole mugellane.

 

 

Potrebbe anche piacerti

Lascia un commento

Mostra/Nascondi Podcast Player
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00