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Il teleriscaldamento a biomassa in Toscana

di Leonardo Romagnoli

Il teleriscaldamento a biomassa in Toscana


 da Arpat News

Intervista ad Elisabetta Gravano – Regione Toscana

Il teleriscaldamento a biomassa in Toscana

Nelle linee guida regionali per la predisposizione da parte dei Comuni dei Piani di Azione Comunale per il risanamento della qualità dell’aria (PAC), si invitano i Comuni a prendere in considerazione, tra le misure per la lotta all’inquinamento atmosferico, la promozione del teleriscaldamento per il riscaldamento degli edifici.

Dedichiamo dunque questo numero di Arpatnews a capire come e quanto si sta diffondendo questa pratica sul nostro territorio e lo facciamo rivolgendo qualche domanda ad Elisabetta Gravano, del Settore Forestazione e usi civici della Regione Toscana.

La Toscana è tra le regioni con la maggiore copertura forestale, i boschi coprono circa la metà del territorio regionale. Quali sono gli indirizzi regionali per l’utilizzo di tale risorsa a fini energetici?

La politica energetica regionale si basa sul presupposto che intervenire nella filiera bosco-legno-energia sia importante prima di tutto per la cura ed il presidio del territorio e delle persone, in quanto previene il dissesto idrogeologico, gli incendi e le fitopatie, oltre che per la mitigazione dei cambiamenti climatici.

La politica forestale regionale promuove la filiera bosco-legno-energia incentivando la valorizzazione dei residui agro-forestali, ovvero gli scarti provenienti dagli interventi selvicolturali quali ad es. tagli di utilizzazione diradamenti etc, di provenienza locale, anche per evitare importazioni di materie prime non controllate e di scarsa qualità.

In questo modo si intende dare valore economico a ciò che altrimenti diventerebbe rifiuto, contribuendo anche a sostituire il così detto “effetto caminetti” che in molte zone toscane non metanizzate grava molto durante il periodo invernale sotto il profilo della qualità dell’aria.

Queste indicazioni sono confluite, negli ultimi anni, nelle linee finanziarie regionali grazie alle quali sono stati finanziati, tramite l’Assessorato all’agricoltura per una cifra complessiva di 8 milioni di euro di risorse regionali, 30/35 impianti di teleriscaldamento, tutti gestiti da enti pubblici, per una produzione complessiva di circa 25 MW termici.

Se fino a qualche anno fa si puntava, negli indirizzi regionali, alla cogenerazione, oggi si spinge piuttosto verso un teleriscaldamento esclusivamente finalizzato alla produzione di calore e su piccoli impianti diffusi, soprattutto in aree non metanizzate. Questi sono i criteri attraverso cui saranno predisposti anche nuovi bandi per incentivare nuovi progetti sul territorio.

È possibile quantificare l’attuale potenzialità produttiva delle agro-energie derivanti dai residui agricoli e forestali in Toscana?

Nel 2009, il progetto “Bacini agro-energetici: stima della potenzialità produttiva delle agrienergie in Toscana”, realizzato grazie al finanziamento del Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MiPaaf), ebbe proprio l’obiettivo di stimare la potenzialità del settore agroforestale in termini energetici, prendendo in esame la valorizzazione delle biomasse residue già disponibili nel territorio (residui delle produzioni agricole, delle attività forestali, della zootecnia, dell’agroindustria e della prima trasformazione del legno).

I risultati dello studio parlavano di circa 450.000 tonnellate in sostanza secca di residui forestali da impiegarsi a scopo energetico e di circa 700.000 tonnellate in tutto, compresi anche i residui agricoli.

Possiamo considerare oggi senz’altro ancora valido questo quadro. Nella mappa, tratta dal progetto sopra citato, è rappresentato il potenziale agrienergetico dei comuni toscani (somma dei comparti agricolo e forestale).

Potenziale agrienergetico dei comuni toscani (somma dei comparti agricolo e forestale)
Dal suo osservatorio, come si è evoluto il teleriscaldamento a biomassa in Toscana?

Nel 2003-2004 il primo piccolo impianto in Toscana nasce – senza alcun contributo pubblico – a Rincine, nel Comune di Londa (FI), su iniziativa dell’allora Comunità Montana della Montagna fiorentina oggi Unione dei Comuni Valdarno Valdisieve, per scaldare uffici, abitazioni ed un centro polifunzionale.

Da quel momento, numerosi altri impianti vengono realizzati su tutto il territorio regionale, anche grazie a finanziamenti pubblici.

Una zona dove è stato dato notevole impulso in tal senso è proprio quella dell’Unione dei Comuni Valdarno e Valdisieve dove ne sono stati realizzati altri tre: a Pomino, a Castagno d’Andrea e a Vallombrosa tutti a servizio di utenze private.

Fra questi, quello di Pomino può essere considerato un vero e proprio impianto pilota; l’esperienza è stata tra l’altro oggetto di alcuni premi, tra cui il Premio “Toscana Ecoefficiente” conferito all’Unione dei Comuni nel 2012.

Oggi i nostri impianti cominciano ad essere guardati e studiati anche dalle altre regioni italiane soprattutto del Centro Sud; possiamo in tal senso dire di essere maturati in conoscenza ed esperienza e l’interesse intorno a questa tecnologia si è progressivamente esteso, anche tra la popolazione che, dal canto suo, ha preso coscienza delle opportunità e dei benefici provenienti dal teleriscaldamento.

Proprio la popolazione è oggetto di una particolare attenzione delle amministrazioni locali, che hanno compreso l’importanza di un coinvolgimento attivo della cittadinanza nella realizzazione dei progetti. Si vedano in tal senso le esperienze di percorsi partecipati della stessa Unione dei Comuni Valdarno e Valdisieve o del Comune di Villa Basilica (LU) per l’impianto di Pariana.

Mi piace ricordare un altro caso virtuoso per la Toscana, eccezione rispetto agli altri perché realizzato in area metanizzata: si tratta dell’esperienza di San Gimignano, dove il teleriscaldamento è risultato essere più economico del metano per l’utilizzazione di residui di una locale segheria che altrimenti sarebbero confluiti nel ciclo dei rifiuti.

Per questi piccoli impianti non è previsto a livello normativo un sistema di controlli. La stessa ARPAT non è chiamata – per esempio – a controllare le emissioni provenienti da questa categoria di impianti. Quali garanzie possiamo quindi dare alla cittadinanza in tal senso?

La Regione Toscana, nel finanziare progetti di teleriscaldamento a biomassa, inserisce una serie di clausole che garantiscono la sostenibilità dell’impianto anche da un punto di vista ambientale sottolineando comunque l’aspetto che i valori emissivi sono ben definiti dalla normativa nazionale ed in quanto tali devono essere rispettati. Di conseguenza le caldaie che sono installate devono obbligatoriamente rispondere ai requisiti di legge.

Si richiede in primo luogo l’obbligatorietà del multiciclone per l’abbattimento delle polveri e si prevedono finanziamenti aggiuntivi per chi installa anche specifici filtri.

Meccanismi di premialità sono previsti anche per la tracciabilità del materiale e per il conteggio della così detta “energia grigia”, ovvero la quantità di energia necessaria per produrre e trasportare il cippato fino all’impianto.

Per quanto riguarda poi l’aspetto dell’approvvigionamento e quindi la tutela della filiera corta, sono stati richiesti contratti vincolanti di fornitura tra l’amministrazione che gestisce l’impianto ed i fornitori del cippato.

Molti impianti hanno comunque un sistema di controllo interno – a livello volontario (si veda ad esempio il progetto iBioNet ).

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