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Il “paesaggio fossile” è quello brutalizzato dagli speculatori delle rinnovabili. La risposta di TESS al vicepresidente della società eolica AGSM

di Leonardo Romagnoli

Riceviamo e pubblichiamo

Il “paesaggio fossile” è quello brutalizzato dagli speculatori delle rinnovabili.

Inaspettatamente, non troppo, dal Vicepresidente della Società eolica AGSM, progetto di impianto industriale Monte Giogo di Villore sull’Appennino Mugellano, arriva il 21 luglio 2025 su Greenreport un sermone traboccante retorica stucchevole a favore del più grande saccheggio ambientale della Storia, ipocritamente mascherato di verde falso salvifico – filantropico, che etichetta l’Appennino, ecosistema naturale, un “paesaggio fossile”. Espressione a dir poco delirante. Fossile è invece l’industrializzazione eolica dei crinali dell’Appennino Mugellano: ruspe, escavatori, camion, motoseghe, betoniere, enormi macchine a consumo fossile che divorano i fianchi delle montagne per raddrizzare ogni curva, sbancano sentieri nazionali ed europei, abbattono foreste, tombano torrenti nel cemento per farvi passare infrastrutture atte al passaggio dei mezzi speciali per il trasporto delle mega pale là dove non esistevano strade, ma solo ambienti naturali, habitat di specie protette. Fossili sono le emissioni climalteranti di questi enormi mezzi che lavorano producendo dissesto, consumo di suolo e degrado idrogeologico che ha pesanti ricadute a valle ad ogni pioggia continuativa, come qualsiasi cittadino è in grado di comprendere.

Giganteschi, impattanti e soprattutto inutili (se non alla arraffatrice speculazione predatoria avida di incentivi pubblici) impianti industriali che stanno trasformando l’Italia in discarica consumando il superstite suolo, devastando campagne, montagne, bellezza identitaria, storia, cultura, paesaggio, turismo lento, filiere e lavoro locali, biodiversità e avifauna presentati sfacciatamente, senza pudore ed etica, con consapevole ridicola menzogna, soluzione salvifica ai cambiamenti climatici mondiali, notoriamente causati a livello globale per il 99,8% lontano dall’Italia.

Continuiamo a distruggere natura, campi, bellezza e consumare suolo e i suoi preziosi servizi ecosistemici: follia che certo non mitiga ma aggrava le conseguenze dei cambiamenti climatici malgrado il falso e ossessivo alibi delle arrembanti multinazionali artefici della speculazione energetica che stanno massacrando quanto di agronaturale sopravvissuto a 70 anni di speculazione edilizia.

Raccapricciante fonte di sgomento per i cittadini democratici è il supporto a questo assalto della politica (anche quella sedicente di sinistra) e delle grandi associazioni che non si vergognano di chiamarsi ancora ambientaliste.

La grande bellezza italiana depredata e trasformata in squallida discarica industriale senza alcun beneficio per la popolazione ma solo per un’arrembante speculazione.

Per i traguardi imposti dai banchieri di Bruxelles e accettati dai nostri, i tetti fotovoltaici e le immense aree già consumate e impermeabilizzate bastano e avanzano, lo sanno tutti, e come del resto più volte indicato nei documenti programmatici volti a mitigare e sdoganare questa gigantesca e ben organizzata rapina di territori.

Speculazione, sovvenzioni pubbliche, finanza e disastri ambientali: le solite multinazionali dell’energia si arricchiscono con il falso “green”.

Malinconico segno dei tempi e della deriva della sinistra un tempo popolare e ambientalista: ricorda una delle vecchie veline dei giornali della destra palazzinara che, negli ultimi 70 anni, ha cementificato e massacrato impunemente gran parte delle campagne e dei sobborghi delle già armoniche città ereditate da secoli, rendendole in pochi anni inguardabili e invivibili, malgrado i nomi bucolici delle oscene lottizzazioni — un po’ come millantare di verde il saccheggio dei territori in corso da parte della speculazione energetica.

Ora, quel poco che si è salvato di agronaturale, quello struggente paesaggio storico-culturale che ancora resta della nostra identità e permette filiere agroalimentari di eccellenza — e quindi turismo di qualità e freno allo spopolamento delle aree interne — si vuole definitivamente degradare e banalizzare in ennesime sordide periferie industriali, facendo posto a giganteschi impianti eolici e fotovoltaici tanto “cari” al lucro insaziabile della selvaggia speculazione energetica multinazionale.


Non è allora un caso il comune sentire contro le Soprintendenze, tra le poche efficaci e meritorie Istituzioni pubbliche a fronteggiare vecchi e nuovi barbari predatori di territori.

Premono e assaltano i Comuni italiani con oltre 6.000 progetti presentati a Terna — per oltre sei volte gli obiettivi del PNIEC — ma poi sono molti di più, in realtà, valutando i progetti MASE, VIA regionali e PAS. Una gran mole di impianti industriali a impattare i territori migliori rimasti, con investimenti colossali ma senza rischio d’impresa, perché garantiti da altrettanti colossali incentivi di centinaia di miliardi che paghiamo con le nostre bollette e con la fiscalità generale (altro che la clamorosa e falsa bufala propagandista sulle “rinnovabili che abbassano le bollette”).

Ma se ci si sente talmente supponenti da voler rieducare il “popolo che non capisce” e indurlo a rassegnarsi a vivere nella schifezza industriale perché “il paesaggio cambia nel tempo”, resta il fatto che — alle, tutto sommato, limitate brutture che oggi offendono la naturalità e il paesaggio rurale dei luoghi sopravvissuti ai vecchi assalti — ora se ne aggiungerebbero molte altre. Ma stavolta enormi, diffuse e irreversibilmente esiziali.

E comunque, un vecchio reato non ne giustifica uno nuovo ben peggiore.

Aver rubato caramelle nel passato non autorizza oggi un omicidio — anzi, una strage di vivibilità.

Del tutto forzato e stridente risulta il paragone tra turbine alte 200 metri posizionate sulle creste dei crinali e i (pochi e distanti) tralicci dell’alta tensione che, nelle aree collinari, non superano i 15-20 metri: a differenza di questi ultimi, una turbina eolica di grandi dimensioni come quelle previste in Appennino è nettamente visibile a decine di chilometri di distanza e purtroppo anche fonte di inquinamento acustico, elettromagnetico, da infrasuoni e da sostanze chimiche che si diffondono nell’ambiente.

Insopportabile questa incessante propaganda mediatica, per cui installare in zone di pregio ambientale come gli Appennini o nelle aree agricole dell’indifeso Sud decine di pale eoliche di dimensioni pari ai più imponenti grattacieli italiani non sarebbe altro che il naturale proseguimento della “congenita antropizzazione del territorio” — stucchevole argomento dei nuovi salotti bene — quando invece si tratterebbe di una deturpazione paesaggistica di proporzioni tali da ritenersi senza precedenti nella storia dell’umanità, per dimensioni e tempi di attuazione, non essendo sedimentata nei secoli come le modificazioni del passato.


La pur necessaria transizione energetica verso le rinnovabili non obbliga però lo Stato e i cittadini italiani a essere pressati e minacciati dagli studi legali delle multinazionali dell’energia per realizzare “urgentemente” grandi e impattanti impianti FER, con addirittura espropri di privati verso altri privati — mai visto nella storia italiana — alla faccia della tanto sbandierata Costituzione (in particolare nei suoi artt. 9, 41 e 43).

La stessa produzione di energia pulita generata dalle installazioni di tipo industriale può essere agevolmente raggiunta, come dichiarato dagli ultimi rapporti ISPRA (ente scientifico pubblico di grande autorevolezza, ancora a schiena dritta), attraverso la collocazione dei pannelli fotovoltaici sui tetti delle zone residenziali non tutelate, commerciali, industriali, per non parlare degli enormi spazi della logistica. Su queste, le aziende potrebbero persino avere crediti d’imposta, anziché scialare con folli incentivi che finiscono ai fondi esteri.

E se ci fosse la volontà politica, si potrebbero utilizzare le tante aree degradate, centinaia di chilometri quadrati di superfici già impermeabilizzate e consumate presenti in Italia, dunque senza arrecare ulteriori danni alle poche aree ancora incontaminate del Paese.

Vantaggi per tutti. Filiera corta, pure. Chi ci perderebbe così? Un piano energetico ed economico sulla restante potenza da raggiungere, con vantaggi per l’economia italiana. Quindi, nuovi posti di lavoro nei territori, grazie a tante aziende locali che operano nel fotovoltaico di media taglia. Anche perché, in molti casi, c’è spazio per accumulatori in caso di mancanza di sole — senza danni al paesaggio e con dimensioni ridotte.

E poi non si può non parlare della truffa dell’agrivoltaico, nel ben tracciato solco della ipocrita furbizia italiana dell’aggirare le regole — quelle stesse regole che, seppur tardivamente, solo da poco tempo hanno impedito finalmente il tombamento diretto della fertilità dei migliori terreni di pianura. Ma che ora si vogliono bypassare sollevando i lugubri paramenti funebri.

Con la riduzione della radiazione solare si hanno comunque inevitabili contrazioni della fotosintesi e quindi perdite produttive e qualitative per le poche colture agrarie artificialmente messe a dimora come paravento per giustificare il core business delle multinazionali energetiche.

Solo uno dei tanti capitoli del consueto assalto lucrativo al territorio.


Ulteriore drammatico e irresponsabile consumo di suolo e dei suoi ineludibili servizi ecosistemici — in primis proprio lo stoccaggio di immensi quantitativi di CO₂ — con disfacimento del paesaggio e della superstite ruralità dei territori.

Una diffusione massiva del fotovoltaico nell’edilizia residenziale, invece, consentirebbe finalmente una gestione diretta della produzione elettrica da parte dei cittadini e finalmente un vero risparmio in bolletta, riducendo sensibilmente i costi elevati (ma poco chiari) di dispacciamento e migrazione dell’energia, oltre a garantire — queste sì, non le bufale delle multinazionali — decine di migliaia di posti di lavoro a medie e piccole imprese per l’installazione capillare degli impianti.

Seppur millantato come filantropico alibi liberatutti, la devastazione del territorio con rinnovabili non ha alcuna incidenza sugli effetti dei cambiamenti climatici locali, poiché completamente ininfluente sulle emissioni climalteranti globali.

È notoriamente infinitesimale — e del tutto inutile — l’incidenza di questi pur enormi impianti industriali sulla riduzione delle emissioni mondiali, che sono generate invece dai vecchi e nuovi capitalismi (USA vs Cina e India): con gli impianti energetici industriali italiani non si salva certo il pianeta, come invece incalza ossessivamente una falsa retorica di parte.

Ridurre la nostra già microscopica percentuale di CO₂ climalterante (0,7% di quella mondiale, anzi lo 0,2% perché solo il 22% è da imputare alla produzione di energia elettrica) farebbe un baffo ai cambiamenti climatici, mentre si annienterebbe in maniera irreversibile una delle poche ricchezze che ancora rimangono all’Italia e al mondo: la storia, la cultura, l’identità del paesaggio italiano. Non solo patrimonio nazionale, ma dell’intera umanità.

Fermiamo, finché siamo in tempo, il più grande e lucroso scempio ambientale della storia italiana, impudicamente mascherato di fintoverde.

Le copiose sovvenzioni statali (oltre 200 miliardi di incentivi diretti e altrettanti in infrastrutture collegate) a un settore di per sé non redditizio hanno provocato una corsa all’accaparramento delle terre agricole e naturali, per cui intere porzioni del paese sono state trasformate in zone industriali a cielo aperto e nessun luogo può ormai considerarsi al riparo dall’espansione della monocoltura energetica.


Dall’Appennino alla Maremma, dalla Sila alla Daunia, dalla Sardegna alla Tuscia, dalle pianure venete a quelle lombarde, ormai ogni territorio italiano è sotto attacco e i comitati nascono settimanalmente per tentare di arginare l’aggressività dei promotori, spalleggiati da decisioni politiche europee (vedi direttiva RED III) che si sono tradotte in Italia in una normativa in aperto contrasto con gli articoli 9, 41 e 43 della Costituzione Repubblicana (il Decreto n.199 dell’8/11/2021 è oggi impalcatura e modello di questa legislazione eversiva).

Il mega-eolico sconvolge i paesaggi, svaluta gli immobili dei residenti, nuoce all’avifauna, cementifica suoli naturali o agricoli, e danneggia gravemente le economie legate al turismo lento oggi così importante per la maggior parte dei territori rurali italiani.

L’Italia è un paese tra i più densamente abitati nell’Unione Europea e nel contempo presenta valori di ventosità poco interessanti per questa tecnologia. Pur essendo il quinto paese d’Europa per potenza eolica installata, l’Italia risulta essere ultima in Europa per produttività degli stessi impianti.

Un patrimonio culturale, agricolo e ambientale ricco e famoso nel mondo non merita certo di essere sottoposto all’irreversibile degrado elargito da infrastrutture ingombranti e di enorme e irreversibile impatto su ecosistemi, biodiversità, paesaggi, economie e identità locali: per questo le comunità che si vedono imporre tali opere sono scosse da crescenti tensioni e conflitti sociali.

Il fotovoltaico e l’agrivoltaico consumano suolo agricolo, distruggono anch’essi i paesaggi e soprattutto provocano impennate dei prezzi dei terreni agricoli rendendo la terra inaccessibile agli ultimi agricoltori rimanenti o ai giovani che con coraggio persistono nel voler vivere in campagna per far vivere le campagne.

Ovviamente le società energetiche privilegiano terreni di pianura perché più comodi da infrastrutturare. Il paradosso è che si tratta quasi sempre della risorsa collettiva più scarsa: i mortiferi progetti si abbattono infatti sui terreni più fertili, spesso utilizzati con criteri etici ed ecologici da piccoli produttori che consapevolmente ne preservano i servizi ecosistemici, in una realtà geografica con la fisionomia complessiva di una catena montuosa immersa nel Mediterraneo. L’Italia ha perso il 30% delle sue terre coltivate in 25 anni e importa il 60% del suo grano. La sovranità alimentare non è mai stata così lontana.

Concludiamo citando l’immenso scandalo di portata nazionale che sono gli espropri, spesso di agricoltori, grazie all’abuso del concetto di “pubblica utilità” che viene invocato da società totalmente private che si appoggiano sulla forza pubblica per raggiungere i loro obiettivi privati. Una pratica di una brutalità senza precedenti.

Infine, non possiamo che deplorare una transizione energetica che, invece di democratizzare l’energia, la concentra come fu fatto con le energie fossili, invece di proteggere l’ambiente e il suolo li consuma a una velocità mai vista, invece di valorizzare il patrimonio culturale naturale per sviluppare i territori rurali al fine di contrastarne l’abbandono, li depriva della loro identità e del loro futuro.

Quale sarebbe la strada politica per una transizione energetica responsabile? Non certo quella di continuare a costruire ponti d’oro – con meccanismi d’incentivazione per nulla funzionali a una decarbonizzazione effettiva a un’economia verde fasulla e alla sua barbarie tecnologica. L’interesse generale può essere soddisfatto soltanto conferendo di nuovo all’energia lo statuto costituzionale di bene comune, di servizio pubblico essenziale sottratto alle logiche del mercato. Il primo passo sarebbe dunque l’abolizione degli incentivi ai privati e il secondo l’impiego dei denari dei cittadini per la realizzazione di comunità energetiche utili a contrastare la povertà di tanti utenti e l’esosità delle attuali bollette, sulle quali grava il costo dei profitti di un settore tra i più rapaci.

Questa strada più razionale e dotata di senso è percorribile, non è lastricata di sprechi e intendiamo imboccarla con la volontà di scardinare al contempo sia la tragica filiera dell’energia fossile sia l’apocalittica chimera dell’energia nucleare portatrice di scorie e catastrofi. Basta seguire le indicazioni del rapporto dell’ISPRA n. 37/2022, che raccomanda di promuovere la diffusione del fotovoltaico sull’immensa superficie dei suoli già compromessi, su strutture edificate e aree dismesse, possibilmente in autoconsumo per evitare le difficoltà di gestioni in rete. Il principio è semplice, ci vuole solo il coraggio politico di applicarlo.

Una transizione energetica contro il popolo e a favore degli interessi di pochi priva del futuro le nuove generazioni.

Chiediamo una transizione energetica democratica, interna alla legalità costituzionale, a consumo di suolo zero, come auspicato dal rapporto dell’ISPRA, per il bene dell’Italia e delle persone che ci vivono, che faccia salvi i paesaggi unici che tutto il mondo ci invidia e ammira.

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