Una ricerca e sperimentazione realizzata a Careggi
UN ‘INIEZIONE PER TORNARE A CAMMINARE
Immaginate il deserto più arido e cattivo che ci sia. Quello che non lascia scampo. Immaginate un miracolo: poche gocce d’acqua che fanno rinascere fiumi e torrenti nella polvere. Che fanno — quasi all’improvviso — tornare la vita. Immaginate ora Santina, 77 anni, che non riesce nemmeno a dormire dal dolore. Che su quella gamba malandata non riesce nemmeno a sopportare il peso di un lenzuolo. Immaginatela questa donna, sola, sul letto del chirurgo che le dice che non c’è più niente da fare. Che bisogna tagliare, amputare. Perché quella gamba ormai è arida come il deserto. Non ci sono più speranze che il sangue torni a scorrere. Le vene sono bruciate dalla malattia. La cancrena (o gangrena, come la chiamano i medici) che tutto divora va fermata prima che si allarghi. Succedeva due anni fa.
Oggi Santina, di Firenzuola, cammina, vive da sola e da sola riesce a fare tutto. Grazie a delle goccioline miracolose. Non di acqua, ma di sangue. Il suo sangue prelevato semplicemente dal braccio e poi lavorato in laboratorio prima di essere spedito in «missione» (quaranta punture all’altezza del polpaccio) a sconfiggere la cancrena. A far rinascere in quella gamba senza speranze, arida come il deserto dove prima non c’era niente, se non il nero della malattia. Oggi Santina piange. A casa sua, a Firenzuola, da dove ricorda la sua storia. Piange e sorride. Ride quando racconta del vicino che l’altro giorno è venuto a bussare a casa sua e che non sentendo risposta ha pensato al peggio. Perché pure il vicino, mai avrebbe immaginato che Santina, che urlava dal dolore sotto il peso del lenzuolo che sembrava schiacciarle la gamba, potesse essere uscita. Santina ride — «ero nel bosco a raccogliere le prugne» — forse per la prima volta si rende conto di aver beffato non solo il vicino, ma anche la malattia. La storia di Santina e di altri 20 pazienti che avrebbero avuto lo stesso destino, che rischiavano di perdere una gamba e che oggi sono tornati alla normalità o quasi (a 150 giorni dalle iniezioni di sangue i pazienti riescono a camminare per almeno un chilometro e mezzo prima della comparsa del dolore o di segnali di stanchezza) è la gioia di chi dal 2003 scoprì che nel sangue periferico ci sono delle cellule che hanno carattere di staminalità.
Il merito è del gruppo di immunologia di Careggi, guidata all’epoca dal professor Sergio Romagnani, oggi dal professor Enrico Maggi, a cui collaborano una trentina di professionisti tra cui il ricercatore Francesco Annunziato, i prof Maria Boddi e Sergio Castellani, competenti nel campo cardioangiologico, e il chirurgo vascolare Walter Dorigo con l’ematologo Riccardo Saccardi, il responsabile della banca del sangue Gabriele Graziani e l’internista Brunetto Alterini. La scoperta fu brevettata e pubblicata sulle riviste scientifiche. La ricerca fu effettuata con un primo finanziamento regionale (5 milioni di euro) e tre anni dopo con altri 2 milioni e mezzo si diede il via alla sperimentazione clinica. Ci sono voluti altri tre anni — in cui il gruppo multidisciplinare di Careggi ha tenuto duro, nel silenzio, senza proteste o proclami e salti in avanti — tra autorizzazioni del comitato etico di Careggi e dell’Istituto Superiore di Sanità per ottenere il via libera e cominciare ad arruolare in maniera «randomizzata», casuale, i pazienti come Santina, cioè malati con un’aspettativa di vita breve, diabetici, cardiopatici, con ischemie che avevano compromesso gli arti inferiori. Pazienti destinati a rientrare in una drammatica statistica (in Toscana ogni anno sono tra 1.500 e 2.000 le persone che subiscono amputazioni) afflitti da dolore cronico giorno e notte, da claudicatio, infezioni, gangrene. Con il deserto nelle gambe, senza più vasi sanguigni.
Il gruppo di Careggi quella linfa vitale l’ha trovata proprio nel sangue dei pazienti. Da un semplice prelievo e dopo uno speciale trattamento di purificazione e arricchimento che «isola» le cellule che hanno la potenzialità delle staminali e che possono poi differenziarsi in cellule endotediali che costruiscono la parte interna dei nuovi vasi sanguigni. Nuovi vasi dove non c’era più niente. Questa sperimentazione clinica, unica in Italia, oggi viaggia su due binari, per stabilire l’efficacia della terapia portata avanti con le cellule del sangue periferico prelevato dalle vene del braccio e con quelle prelevate dal midollo. I risultati definitivi ancora non ci sono, ma quanto successo a Santina è più che incoraggiante. E apre un nuovo orizzonte di terapia dove prima l’unica alternativa era l’amputazione. Senza dimenticare che la signora Santina se ne avesse necessità potrebbe ricevere altre iniezioni del proprio sangue periferico, mentre l’utilizzo del midollo è difficilmente ripetibile. Santina lo sa e sorride: «Si tratterebbe di fare solo qualche puntura, nulla a se ripenso il giorno in cui mi dissero "dobbiamo tagliare". Io dopo 3 mesi dall’iniezione ho ricominciato a camminare, prima non mi muovevo e l’unico modo per attenuare il dolore era prendere ogni giorno 75 milligrammi di antidolorifici. Oggi cammino nel bosco e più cammino meglio sto».
La storia di Santina è quella di Ugo, 74 anni, di Firenze. Stesso destino, un calvario fatto di ulcere, vene da stasare di continuo fino al futuro tracciato. Ugo aveva abbandonato la sua impresa di giardinaggio. Si muoveva solo in macchina, ma non scendeva mai dall’auto. «Camminavo dieci metri e poi mi dovevo fermare. Dopo un paio di mesi — racconta — dal trattamento facevo un chilometro e mezzo. Ero finito del tutto. Oggi sono tornato a lavorare con i miei figli».
