Acqua pubblica al giusto prezzo.
“dunque,la privatizzazione,oltre alla liquidità per le casse pubbliche sul breve termine, portava, in via teorica, miglioramenti sul piano dell’iniziativa e dell’efficienza:l’idea ragionevole era che se un’impresa passava dal pubblico al privato,se non altro, sarebbe stata sicuramente gestita con un occhio agli investimenti a lungo termine e la fissazione di un prezzo adeguato. Questo in teoria.
La pratica è stata ben diversa. Con l’avvento dello Stato moderno (specialmente nel secolo scorso), i trasporti, gli ospedali, le scuole,le poste , gli eserciti,le carceri, le forze di polizia, e l’accesso alla cultura (servizi fondamentali difficilmente conciliabili con le esigenze di profitto) sono stati sottoposti alla regolamentazione o al controllo del settore pubblico. Ora li stiamo rimettendo nelle mani degli imprenditori privati.
Quello a cui abbiamo assistito è stato un costante trasferimento di responsabilità pubbliche al settore privato senza nessun vantaggio evidente per la collettività. Contrariamente alla teoria economica e al mito popolare, la privatizzazione è inefficiente.(T.Judt – Guasto è il mondo)
Se qualcuno dicesse ad un direttore che l’acquisto quotidiano di un giornale da parte di una famiglia è un salasso economico o una spesa insostenibile per un normale bilancio familiare riceverebbe come risposta una risata o uno sguardo incredulo. Se però lo stesso direttore titola che il costo dell’acqua è insopportabile crede di fare informazione. Eppure una famiglia normale di 3 persone spende per l’acqua meno di quanto spenderebbe acquistando tutti i giorni il giornale. Sono gli stessi giornali che hanno aumentato nel corso degli anni il loro prezzo di oltre il 100% e nell’ultimo anno anche del 20%.
Dico questo per rendere esplicito che il costo del servizio idrico integrato anche nei casi in cui risulta più elevato, come avviene anche in Toscana, ha un rilievo marginale all’interno di un bilancio familiare.
Secondo i dati riportati nella ricerca di cittadinanza attiva il costo medio in Toscana per 192 mc di una famiglia di tre persone è di 369 euro ovvero 1,01 euro al giorno per 526 litri di acqua più servizio di depurazione e fognatura. La stessa famiglia ha speso nel 2010 ben 3000 euro in giochi legali (dal gratta e vinci al superenalotto escluse le scommesse on line come il poker) per una somma di 3,4 miliardi di euro per la Toscana.
Quando si parla di acqua si usano toni che non vengono riservati a cose ben più gravi senza cercare di analizzare la complessità del servizio e incolpando le aziende che lo gestiscono di dissanguare le famiglie.
A scanso di equivoci voglio subito dire che i quesiti referendari sono importanti ed è fondamentale la vittoria del sì per l’abrogazione delle norme previste dalla legge “Ronchi”(da non confondere con la legge Ronchi sui rifiuti) ed anche la parte del decreto ambientale che prevede il 7% di remunerazione fissa per il capitale investito. Questo permetterà una discussione più partecipata, in linea con quanto indica anche la comunità europea, sul futuro del servizio idrico per la gestione più efficiente di una risorsa fondamentale per la vita.
Tornando all’aumento dei costi intervenuti in questi anni è fuorviante legarli solo al cambiamento intervenuto nella gestione con il passaggio prima a società totalmente pubbliche e poi partecipate da privati. La trasformazione più importante è stata invece determinata dall’entrata in vigore della legge Galli che prevede che il servizio e gli investimenti necessari al suo svolgimento vengano totalmente coperti dalla tariffa. Questa è stata la vera rivoluzione perchè in precedenza i comuni che gestivano in economia il servizio attingevano per gli investimenti alla fiscalità generale e con le tariffe non avevano nessun obbligo di coprire neppure il 100% del servizio.
“Per lungo tempo siamo stati abituati a un meccanismo che addossa agli utilizzatori solo una parte del costo totale, che potremmo stimare grosso modo nel 30%. Lo stato ha offerto i servizi idrici gratuitamente o quasi, secondo modalità analoghe a quelle utilizzate per le strade .(:::)Si stima che prima del 1994 vi fossero in Italia 13.000 soggetti diversi che gestivano le varie reti e impianti idrici,spesso con tecnologie molto semplici e un livello di professionalità limitato, sufficiente a gestire attività poco complesse, ma via via sempre più inadeguato a far fronte alle esigenze di un servizio industriale”(Massarutto) .
Questo non significa che la discussione sul sistema di gestione non abbia senso ma che il tema dell’adeguatezza delle tariffe sarebbe emerso comunque anche nel caso di una gestione in economia ispirata al criterio del full recovery cost in quanto “dipende soprattutto dal palesamento di costi prima scaricati direttamente o indirettamente sul bilancio pubblico, nonché dalla necessità di far fronte alle esigenze di mantenimento, rinnovo e sviluppo delle reti”(idem).
Oggi pensare ad un sistema di gestione comunale non avrebbe nessun senso dati i livelli di consumo e la necessità di fornire un servizio di qualità in ogni momento dell’anno che necessita di un’integrazione delle reti per consentire un migliore utilizzo della risorsa ed importanti economie nel controllo e nella potabilizzazione(come sempre ci sono le eccezioni che non possono essere considerate la regola).
Ma come si gestisce una risorsa pubblica(questo resta un dato incontestabile) non è secondario perchè si tratta pur sempre di un monopolio che pone il gestore in una posizione di vantaggio rispetto al controllore istituzionale che dovrebbe presiedere alla programmazione e alla tariffazione e dove comunque deve essere garantito un profitto indipendente dall’efficienza del servizio.
”In ogni caso sembra difficile che le imprese private possano attuare politiche serie di risparmio se “misurano i loro ricavi in metri cubi di acqua consumati”(..)Essendo il servizio idrico un monopolio naturale, ne consegue che il prezzo non è determinato dalle regole del mercato concorrenziale ma imposto dal monopolista”(Ciervo).
A questo punto si torna al punto di inizio: che cosa è l’acqua oltre che un diritto ineliminabile(non un semplice bisogno come recita qualche risoluzione internazionale)?
Un bene comune , una cosa pubblica o un bene economicamente rilevante? Io direi tutte e tre le cose. L’acqua è sicuramente un bene comune nel senso del diritto romano e anglosassone ,”gli uomini hanno il diritto di usarla nel rispetto del suo ciclo ecologico e senza possibilità di appropriarsene,ma con il diritto-dovere di tutelarla (…)la proprietà non può essere attribuita ad un soggetto pubblico o privato ma appartiene alla comunità nel suo insieme”(idem).
L’acqua è certamente una risorsa pubblica il cui uso è determinato dalla stato tramite un’apposita legislazione e che dovrebbe garantire a tutti i cittadini l’acceso ad una risorsa indispensabile per la vita quotidiana.
L’acqua è anche un bene economicamente rilevante perchè richiede una struttura industriale per essere gestito e perchè è indispensabile per molte attività economiche, dall’agricoltura all’industria, o perchè è essa stessa materia prima per iniziative economiche e industriali ( basta pensare al giro d’affari delle acque minerali di oltre 3 miliardi di euro in Italia con il pagamento di canoni irrisori o inesistenti per l’utilizzo della risorsa).
“I servizi idrici sono attività economiche complesse, che devono poter funzionare in modo efficiente attirando le migliori risorse e capacità tecniche e gestionali. Le aziende devono essere in grado di coprire i loro costi, non solo quelli di gestione, ma anche quelli connessi con la manutenzione, rinnovo e sviluppo delle infrastrutture”(Massarutto).
Quale forma di gestione consideriamo ottimale per una risorsa così importante?
Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo chiarire cosa deve pagare il cittadino con la tariffa perché è già questo un elemento di poca chiarezza. Deve sostenere i soli costi di erogazione del servizio idrico (compresa depurazione e fognatura)? O anche i costi di manutenzione e investimento sulle reti? La fascia sociale deve essere adeguata al nucleo familiare e al reddito rivedendo la progressività della tariffa? E’ compatibile con il servizio idrico integrato la realizzazione di utili anche da parte degli enti locali?
Questi interrogativi valgono solo per le ipotesi di gestione totalmente pubblica o mista pubblico-privata. La “privatizzazione” cioè la totale gestione affidata ad un soggetto privato non rende possibile nessuna delle ipotesi sopra indicate ed è uno dei quesiti giustamente sottoposti a referendum. Vorrei anche far notare che i quesiti non riguardano la legge Galli né tanto meno le forme organizzative scelte dagli enti locali sulla base di una legislazione ( come la 142/90) che non viene intaccata dal referendum, Sicuramente l’altro quesito che abolisce la garanzia di un 7% di remunerazione comunque garantito al soggetto privato renderà meno appetibile l’ingresso di aziende private nel settore ma non vieterebbe la riproposizione di Spa totalmente pubbliche o di consorzi.
Siamo convinti che una gestione totalmente pubblica , in qualsiasi forma si attui, porterà ad una diminuzione dei costi per i cittadini? Le differenze che spesso si verificano anche nel nostro paese sembrano più dovute ai costi reali di erogazione del servizio e di recepimento della risorsa che non a scelte societarie. Il vero problema che si è verificato nel nostro paese e che il referendum giustamente riporta all’attenzione è la marginalizzazione del ruolo degli enti locali e dei cittadini nel processo di gestione della risorsa acqua e dei servizi ad essa connessi.
“La politica che si ritira dalle proprie responsabilità e l’economia pubblica vista da tutti come un incentivo alle imprese private, impedisce allo stato e agli enti locali di intervenire sui grandi servizi fondamentali. Così, per esempio, basterebbe un solo Piano Acqua nazionale, una grande opera pubblica di riparazione e risanamento delle reti e di depurazione delle acque per due miliardi di euro all’anno per trent’anni, da trasferire dallo stato ai comuni. Un impegno e una cifra che nessun privato vorrà assumersi e nessun ente locale potrà concretamente fare. Ma non una gran cosa per la sicurezza di uno stato, se rapportata ai costi delle grandi opere realizzate o futuribili.”(Molinari – Jampaglia “Salvare l’acqua”).
Il pericolo è da un lato la delega totale da parte degli enti locali e dell’altro il rifiuto di qualsiasi gestione industriale di un ciclo così delicato e vitale. Il rischio vero è che dalle res communes o res publicae si passi a considerare l’acqua res nullius di cui ci si appropria quando si vuole e quanto si vuole disinteressandosi dell’equilibrio ecologico e dell’interesse collettivo. Questo modo di approcciarsi accomuna sia chi vorrebbe privatizzare ma anche molti di coloro che si dicono insofferenti ad una gestione da parte di società pubbliche e ragionano in termine puramente egoistici e di tornaconto personale. E’ un atteggiamento che si ripropone spesso e che considera tutto ciò che è pubblico come trascurabile , per cui non è importante pagare le bollette dell’acqua o dei rifiuti, tanto il servizio verrà fornito lo stesso. Questo modo di pensare , oltre ad essere estremamente negativo per i bilanci pubblici, è sicuramente uno stimolo a concedere il servizio a società esterne private o miste in cambio di un semplice canone di utilizzo delle infrastrutture.
Oltre a ciò va detto che la scarsità di risorse degli enti locali e l’impossibilità di effettuare investimenti diretti per il vincolo del patto di stabilità spingono alla ricerca di soggetti esterni per la realizzazione e la gestione di servizi con conseguenze spesso negative.
Un altro aspetto che trovo inaccettabile nel dibattito intorno alla gestione di questa importante risorsa è il continuo riferimento ai “costi della politica” che stranamente accomuna ultraprivatizzatori e comitati, come se tutti i problemi dipendessero da qualche presidenza o consiglio di amministrazione senza nessuna valutazione sulla qualità del lavoro che viene svolto per cui incapaci e bravi amministratori sono solo profittatori.
E’ così che nascono, magari anche con il consenso popolare, le scelte che vanno nella direzione dei bacini unici regionali e del gestore unico(vale per l’acqua ma anche per i rifiuti), soggetto che non sono quindi legati ai territori e che renderanno sempre più difficile la partecipazione dei cittadini.
Ricordo che a suo tempo ci furono anche accese discussioni nei consigli comunali per l’adesione dei comuni del Mugello al Consiag che non era una Spa ma un consorzio che , secondo me, fece fare un notevole passo in avanti nella gestione del servizio idrico integrato.
“Quanto detto fin’ora dimostra che sono infondate tanto l’equazione tra gestione pubblica e uso equo ed efficace del “bene comune” acqua, quanto quella tra privatizzazione e gestione efficiente.Allora sarebbe molto meglio lasciare a comuni e regioni la scelta su come sia meglio gestire i servizi idrici, tenendo ben presente che si tratta di un bene non privatizzabile che non deve sottostare a criteri9 mercantili. Gli enti locali devono mettere in campo una forte, autorevole, indipendente autorità pubblica chiamata a controllare che le gestioni rispondano a criteri di un uso socialmente equo e ambientalmente sostenibile dell’acqua.”(Legambiente)
Nel documento del febbraio 2010 di Legambiente vengono sottolineati alcuni punti fermi:
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l’acqua è una risorsa limitata ma , fondamentale, rinnovabile.
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L’acqua è un bene comune
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chi inquina paga
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full recovery cost
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obiettivi di qualità dell’acqua nei corpi idrici
Per raggiungere questi obiettivi condivisibili si richiede l’estensione delle tariffe full recovery cost per tutti gli utilizzi, investimenti sulle reti di distribuzione, fognature e depurazione, recupero delle acque reflue, gestione del territorio con particolare attenzione alla qualità delle acque dei fiumi e laghi e delle falde.
Secondo la mia esperienza risultati di efficienza e qualità del servizio possono essere raggiunti tranquillamente con soggetti totalmente pubblici che possono essere i Consorzi, Spa, Aziende Speciali ( su questo il referendum non dice ovviamente niente). Alcuni ritengono che la Spa avendo come scopo il raggiungimento anche di profitti non possa essere considerata la forma più opportuna, continuo però a considera non scandaloso il fatto che degli enti locali possano avere delle entrate aggiuntive da utilizzare nella loro attività rivolta ai cittadini.
La tariffa deve coprire totalmente i costi compresi gli investimenti e deve essere strutturata in modo progressivo penalizzando i consumi elevati, con interventi a favore di famiglie numerose e usi sociali (in parte c’è già) e pubblici.
“L’acqua in Italia costa troppo poco”(Legambiente) per cui la discussione sull’acqua totalmente pubblica deve essere sgombrato da questo equivoco. Si parla spesso della ripubblicizzazione dell’acqua a Parigi (nella patria delle grandi multinazionali del settore) ma si evita di dire che la tariffa dell’acqua a Parigi non è progressiva ed è di 3,01 euro a metro cubo al quale si aggiunge ogni tre mesi il costo di noleggio e manutenzione di 19,72 euro. La tariffa comprende ovviamente la fornitura di acqua, la fognatura , la depurazione, ma anche tasse per agenzie per le acque e perfino per le vie navigabili. “ abbiamo preferito una gestione senza interessi lucrativi privati – ha detto Anne Le Strat vice sindaco di Parigi- in questi anni si è verificata una perdita di controllo da parte della collettività sul suo servizio” che ora viene gestito attraverso l’operatore unico Eau de Paris nel cui consiglio di amministrazione sono stati inseriti altri cinque membri provenienti dal mondo associativo che hanno funzioni consultive.
Con un’autorità sempre pubblica che definisce la politica dell’acqua e gli obiettivi da raggiungere. Se va bene per Parigi potrebbe tranquillamente andar bene anche per la Toscana e puntare agli stessi obiettivi :”L’approvvigionamento di qualità in qualsiasi circostanza, collocare l’utente al centro del servizio, assicurare una gestione rigorosa e trasparente come pure l’efficienza delle reti e delle infrastrutture, mantenere alto il livello di manutenzione, mettere in opera un sistema di gestione certificato ed ecologicamente responsabile”(Zardetto).
Una Publiacqua totalmente pubblica che si ponga questi obiettivi andrebbe bene?
La famiglia di tre persone che in Toscana paga 369 euro l’anno a Parigi pagherebbe 578 euro (+ canone).
Dopo aver votato sì il 12 giugno alcune risposte andrebbero date.
Leonardo romagnoli
30.4.11


