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I costi della politica e i costi della democrazia

di Leonardo Romagnoli

I costi della politica e i costi della democrazia

In Italia c’è l’abitudine di informare in modo settoriale se non addirittura ad “ondate” secondo l’argomento del momento: per cui ci sono  periodi in cui non si parla che di violenza contro le donne enfatizzando particolari fatti di cronaca come se avvenissero solo in quella particolare circostanza e invece se si vanno a leggere i dati si scopre che le vittime sono centinaia ogni anno nell’indifferenza più totale. Una madre disperata compie un  infanticidio e per giorni tutti i giornali e soprattutto telegiornali non parlano d’altro ed episodi simili sembrano moltiplicarsi come un‘epidemia  che invece non esiste ed è solo dovuta all’indifferenza con cui questi avvenimenti vengono trattati in altri periodi dell’anno.
Lo stesso avviene per la politica per cui ora l’unico argomento all’ordine del giorno sono i “costi della casta” intendendo in questo tutti coloro che a vario titolo svolgono un incarico in un organismo o società pubblica. E come sempre avviene a pagarne le conseguenze sono per primi i settori più deboli e sicuramente quelli più utili per i cittadini con scarsissimi risparmi sulla spesa pubblica. Basta pensare alla Comunità Montana in Mugello che ha avuto una funzione importantissima per la salvaguardia del territorio, la promozione turistica e culturale, la gestione di finanziamenti per l’agricoltura, la valorizzazione delle produzioni locali, la gestione di servizi associati che alcuni piccoli comuni non sarebbero stati in grado di garantire. Nel nostra caso la Comunità Montana funge anche da Consorzio di bonifica svolgendo un’ opera fondamentale di manutenzione dei corsi d’acqua  con costi risibili per i cittadini che possono controllare dove vengono fatti gli interventi e il loro importo ( motivo per cui capisco poco l’ostilità di alcuni cittadini verso un servizio così delicato per l’equilibro idrogeologico).E , non ultimo, promuovere lo sviluppo e la nascita di nuove imprese e la crescita delle energie rinnovabili.
Inizialmente gli amministratori della Comunità Montana percepivano un’indennità che era pari ad un comune  con gli stessi abitanti, nell’ultimo anno non ricevevano neppure un euro e svolgevano servizio volontario con la sola autorizzazione a usufruire di permessi dal lavoro per svolgere il loro ruolo. Con l’Unione dei Comuni il risparmio sarà uguale a zero, ci sarà solo la gestione associata obbligatoria di alcune funzioni come già stava avvenendo, con il rischio, molto concreto, che in futuro alcune funzioni, oggi confermate vengano dirottate su altri enti o vengano a mancare risorse come quelle del fondo per la Montagna che venivano utilizzati a favore di tutto il territorio.
Siamo sicuri che le competenze sul turismo, che la Regione sta concentrando sulle Province, possano restare alla Comunità  Montana? Lo stesso vale per l’agricoltura, la cultura e altri settori.

A questo si aggiungono le penalizzazioni per i piccoli comuni non tenendo conto delle specifiche realtà territoriali per cui si impoverisce il tessuto istituzionale e democratico di una nazione per fare risparmi paragonabili al costo della mensa della Camera per un anno ( Gramellini –La stampa del 22.8.11). In Toscana un piccolo comune ha una superficie di decine di kmq mentre , per esempio, in Lombardia ci sono centinaia di comuni di pochi kmq con pochissimi abitanti. In questo caso la unificazione è importante per raggiungere una dimensione più idonea a fornire servizi con maggiore efficienza, ma non serve per i costi della politica che sono già inesistenti con sindaci che ricevono indennità di 500 euro o assessori da 120 euro al mese.
Una giunta di una cittadina come Borgo San Lorenzo(7 persone , sindaco compreso) costa in un anno  intorno ai 100.000 euro lordi, quasi quanto un dipendente della Regione Toscana e meno di un parlamentare o consigliere regionale, eppure gli amministratori locali sono stati gli unici penalizzati nel corso degli ultimi anni.  E allora c’è chi avanza proposte di consigli comunali  mignon o di sindaci tuttofare (i piccoli podestà) con un attacco gravissimo alla rappresentativa democratica delle comunità .

Poi c’è il tormentone delle Province. Chiariamo che le province non possono essere soppresse con una semplice legge perché sono previste dalla Costituzione e svolgono funzioni non secondarie comprese tutte quelle che  sono loro assegnate dalle Regioni : scuola e edilizia scolastica, formazione, viabilità, ambiente e rifiuti, turismo. Alle province sono legate le prefetture sulla cui utilità si può invece discutere dopo soprattutto il decentramento regionale.
Per le province sarebbe più utile una seria discussione che portasse  ad un loro accorpamento e in alcuni casi , come previsto dalla legge 142 del  1990 , la creazione delle città metropolitane. Che senso hanno 8 province in Sardegna( alcune con capoluogo di 8.000 abitanti)? La provincia di Prato? E tutte le altre  decine di province create  da nord a sud per accontentare notabili locali e leghisti fanfaroni.  I criteri degli abitanti o dei kmq non hanno nessun senso, basterebbe tornare al momento dell’istituzione delle regioni e ripristinare quelle province e abolendo le prefetture e concentrando in loro le funzioni degli Ato delle acque e dei rifiuti.

Poi ci sono le aziende pubbliche  e le municipalizzate considerate in un fascio unico come esempio di malagestione, nepotismo, corruzione e luogo in cui inserire politici  a fine carriera o al termine del loro mandato amministrativo. Anche in questo caso la maggior parte dei cittadini abbocca all’amo e non considera il lavoro che viene svolto e i risultati che vengono raggiunti. Molte di queste aziende funziona bene e svolgono servizi essenziali da un costo anche piuttosto contenuto ( rimando per questo al altri pezzi inseriti sul blog per acqua e rifiuti). Non è un caso che in questo periodo di difficoltà economica   si torni nuovamente a parlare di privatizzazione dei servizi e di alcune aziende pubbliche che sono stati stoppati dal referendum sull’acqua ( in realtà la norma abrogata riguardava tutti i servizi pubblici) con la scusa che così si diminuirebbero i costi della politica e la corruzione. E’ tutto falso, anzi è proprio il monopolista privato che porta cattivi servizi e corruzione dei controllori, con aumento dei costi per i cittadini. E non è un caso che si parli di aziende e  servizi che portano utili agli enti locali e allo Stato ( che senso ha vendere l’Eni per 50/60 miliardi di euro  quando ne porta tutti gi anni 20 nelle casse del Tesoro?).

Inoltre questo annullamento dei vari livelli amministrativi porta ad allontanare sempre di più dai cittadini i centri decisionali diminuendo le possibilità di controllo e di indirizzo fondamentali in democrazia.

La discussione deve essere pacata e approfondita per mettere i cittadini nella condizione di scegliere con cognizione di causa perché in gioco non ci sono solo delle risorse pubbliche o la riduzione del debito ma anche la rappresentatività e la partecipazione democratica che sono fondamentali per il futuro della nazione.

 

 

lr

22.8.11

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