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Giuseppe Mazzini: padre della Patria, padre dell’Europa

di Leonardo Romagnoli

Pietro Finelli
Giuseppe Mazzini: padre della Patria, padre dell’Europa

Giuseppe Mazzini è tra i pochissimi uomini politici e pensatori a godere del privilegio di essere rivendicato come padre nobile tanto dai sostenitori dello Stato-Nazione quanto da quelli dell’Unità europea.mazzini

IN BREVE
• La riflessione, e l’azione, geopolitica di Giuseppe Mazzini si svolgono intorno a tre poli fondamentali: la Nazione, il Popolo e l’Umanità

• L’unità culturale rappresenta per Mazzini il presupposto dell’immaginata unità politica dell’Europa

• Il cosmopolitismo mazziniano significa comunanza di obiettivi, ma profonda e radicale diversità di mezzi

La contraddizione, in realtà solo apparente, trova ampia giustificazione negli scritti e nell’azione mazziniani, che possono essere letti come uno straordinario sforzo di riattualizzare gli ideali rivoluzionari, illuministici, repubblicani e cosmopoliti, sotto la cui influenza lo stesso Mazzini si era formato, alla luce della nuova temperie romantica e ‘nazionalitaria’ che caratterizza i primi decenni del XIX secolo:

“Mazzini elaborò l’idea nazionale come mezzo per affermare i valori del cosmopolitismo”, scrive Mario Albertini, certo non sospettabile di simpatie nazionaliste o mazziniane, “e non per combatterli. Partito da questi valori, non li abbandonò mai: combatté il cosmopolitismo perché gli parve che i cosmopoliti non potessero realizzare i valori che pur professavano, e volle la nazione come un mezzo efficace per promuovere la libertà e la fratellanza nell’ambito dell’intera umanità e non per creare situazioni di privilegio a favore di questo o quel gruppo nazionale (La Nazione è il mezzo, l’umanità il fine) […] si deve ammettere che i valori supernazionali furono le premesse ed il fine della sua dottrina della nazione e non soltanto qualche cosa di accidentale, di estrinseco.”

La riflessione – e l’azione – geopolitica di Mazzini si svolgono intorno a tre poli fondamentali: la Nazione, il Popolo e l’Umanità, ovviamente nell’accezione ottocentesca del termine, limitata sostanzialmente alla comunità transatlantica e in particolare all’Europa.

Nei decenni centrali del secolo, l’endiadi rivoluzionaria “Nazione-Popolo” viene messa in discussione e lacerata tanto dai doctrinaires liberali, che vogliono purificare la Nazione da ogni persistenza rivoluzionaria per farne il motor immobilis, la sorgente di legittimità del proprio progetto di Stato costituzional-rappresentativo, quanto dai democratici radicali e dai primi socialisti, intenti a esaltarne la dimensione dinamica, foudroyante, insurrezionale, della sovranità insita nel Popolo.

Al contrario Mazzini, in netta controtendenza, come ha ben evidenziato Martin Wight nelle sue lezioni alla London School of Economics, ne difende l’intrinseca omogeneità e unitarietà: la Nazione non può nascere che attraverso l’atto insurrezionale e rivoluzionario in cui il Popolo impara a “fare da sé”, a rendersi autonomo tanto dallo straniero quanto dai dominatori interni. D’altra parte lo Stato nazionale, “comunione di liberi e d’uguali”, non può che identificarsi con lo Stato democratico.

La riattualizzazione mazziniana degli ideali rivoluzionari ha un passaggio fondamentale nella loro riscrittura nel nuovo linguaggio del romanticismo politico, di cui Mazzini stesso è, peraltro, uno dei grandi tenori e diffusori, in Italia e non solo. Per riprendere la suggestiva immagine di Roberto Balzani, l’algida patria repubblicana viene riscaldata alla romantica fiamma della nazione.

Si tratta, ovviamente, di un’operazione tutt’altro che piana: il linguaggio della politica si impasta con quello della religione, dell’estetica, delle passioni: la nazione, certo, resta ancora principalmente una volontaristica comunità di destino, ma intessuta di richiami al passato, alla tradizione e persino – come nota Alberto Mario Banti – alla natura e ai vincoli di sangue.

Così nel Giuramento della Giovine Italia, il manifesto del patriottismo democratico e romantico di Mazzini, l’Italia è immaginata “una, indipendente libera e repubblicana” come nella tradizione rivoluzionaria, ma a legittimare la lotta per il suo raggiungimento vengono invocati, in un crescendo di pathos, “i martiri della santa causa italiana”, la “terra ove Dio m’ha posto”, “le lagrime delle madri italiane” e, infine “i figli morti sul palco”.

Mazzini stesso appare consapevole dei fantasmi intrinsecamente legati all’evocazione della ‘terra’ e del ‘sangue’ come radici della Nazione.

Non a caso, già dagli anni Trenta, egli si impegna per distinguere il proprio patriottismo nazionale, il ‘principio di nazionalità’, dal nazionalismo, termine che egli è tra i primi a introdurre nel linguaggio politico ottocentesco con una connotazione esplicitamente negativa, come degenerazione egoistica e assolutizzata della nazione, di cui invece la nazionalità rappresenterebbe il volto positivo.

Una distinzione su cui, a testimoniare una fedeltà di lungo periodo, sarebbe ritornato in uno dei suoi ultimi scritti, Nazionalismo e Nazionalità, pubblicato nel 1871, proprio nel pieno trionfo, in seguito alla guerra franco-prussiana, della lettura positiva del termine nazionalismo.mazzini 2

In esso, ancora una volta, Mazzini difende, in contrapposizione tanto ai nazionalisti, come Bismarck e il suo oramai ex-collaboratore Crispi, quanto al ‘cosmopolitismo’ degli Internazionalisti, la distinzione tra la ‘sacra’ nazionalità e l’egoistico nazionalismo.

Naturalmente la lotta di Mazzini al nazionalismo non si limita al solo piano lessicale, ed essa anzi innerva tutta la sua azione e la sua riflessione politica. Non a caso, ancor più del concetto di nazionalità, ad essere al centro della sua teologia politica è quello di Umanità, che assurge al ruolo di solo ed autentico interprete della volontà divina sulla Terra.

Nella visione mistica mazziniana le Nazioni sono quindi subordinate all’Umanità, e solo nella reciproca interazione acquista realmente significato la ‘missione’ che Dio avrebbe loro assegnato.

È in questo quadro che va contestualizzato il rapporto, quanto mai tormentato, di Mazzini con il cosmopolitismo, che potrebbe essere sinteticamente riassunto come comunanza di obiettivi, ma profonda e radicale diversità di mezzi.

Al cosmopolitismo Mazzini infatti non contesta l’idea di una comunità politica mondiale, ma nega che essa sia realizzabile direttamente dai singoli cittadini. Anche se Mazzini stesso non amava il termine, il suo sarebbe quindi, secondo l’espressione coniata da Nadia Urbinati e Stefano Recchia, un “cosmopolitismo delle nazioni”.

Se una cosmopolis si realizzerà prima o poi – e Mazzini di questo è convinto – saranno le nazioni, organicisticamente intese come veri e propri ‘individui’ dell’Umanità, a doverne fare parte direttamente, mentre i cittadini non potranno parteciparvi che attraverso la mediazione di queste.
Ma in che modo avrebbe dovuto realizzarsi concretamente questa cosmopolis? Come immagina Mazzini che possano svilupparsi i rapporti delle Nazioni tra di loro e rispetto alla comune appartenenza all’Umanità, ed in particolare rispetto all’Europa che con quell’Umanità sostanzialmente si identifica?

In maniera esemplare Mazzini, nei Doveri dell’Uomo, il suo testo più noto e diffuso, attribuisce all’Italia come missione “l’unità morale d’Europa”. Per Mazzini infatti l’esistenza di una koinè europea, di una identità culturale che sussume le diverse identità nazionali dando loro senso e significato, e allo stesso tempo superandole in una sintesi superiore, è un dato di fatto indiscutibile, cui resta costantemente fedele lungo tutto il corso della sua travagliata esistenza.

Se l’unità culturale rappresenta il presupposto dell’immaginata unità politica del continente, questa non ne deriva necessariamente.

Analogamente la globalizzazione del nazionalismo democratico, per utilizzare il suggestivo anacronismo proposto da Christopher Bayly ed Eugenio Biagini, ovvero l’omogeneità di regime politico – repubblicano, democratico e nazionale –, costituisce condizione necessaria, ma non sufficiente, a garantire l’ordine internazionale.

Mazzini infatti, con un’attenzione tanto più ragguardevole considerato il suo scarso interesse per le questioni costituzionali, identifica con chiarezza la necessità di inquadrare i rapporti internazionali delle future nazionalità liberate in un preciso quadro giuridico e istituzionale:

“L’Umanità non sarà veramente costituita”, recita con nettezza l’articolo 19 dell’Istruzione generale della Giovine Europa, “se non quando tutti i popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro sovranità, saranno associati in una federazione repubblicana per dirigersi, sotto l’impero d’una dichiarazione di principii e d’un patto comune, allo stesso fine: scoperta e applicazione della Legge morale universale.”

Mazzini si colloca quindi, come ha sottolineato Nadia Urbinati, lungo una linea di chiara ispirazione kantiana di convergenza tra un assetto interno repubblicano (e democratico nazionale nel caso di Mazzini) e un assetto federale all’esterno.

Significativamente, proprio nell’introduzione al volume dei propri scritti del periodo svizzero, Mazzini ci offre una definizione esplicita e persino tecnica del sistema federale:

“Il concetto d’una Repubblica Federativa racchiude l’idea d’una doppia serie di doveri e diritti: la prima spettante a ciascuno degli Stati che formano la Federazione, la seconda all’insieme; la prima destinata a circoscrivere e definire la sfera d’attività degli individui come cittadini dei diversi Stati, l’interesse locale; la seconda destinata a definire quella degli stessi individui come cittadini dell’intera Nazione, l’interesse generale; la prima determinata dai Delegati di ciascuno degli Stati componenti la Federazione, la seconda determinata dal Delegati di tutto il paese.”

Pur in una generale nebulosità – se non un vero e proprio disinteresse – di Mazzini rispetto agli aspetti più propriamente giuridici e istituzionali dell’azione politica, egli, probabilmente influenzato dalla lettura dei Federalist Papers e dall’esperienza diretta del dibattito costituzionale avvenuto in Svizzera proprio negli anni della sua permanenza elvetica, dimostra una specifica conoscenza del federalismo.

La prospettiva federalista, come soluzione al caos internazionale e al bellum omnium contra omnes connaturato all’assetto monarchico dell’Europa, costituisce un vero e proprio fil rouge della riflessione geopolitica di Mazzini che nel marzo 1848, proprio agli inizi della Primavera dei Popoli, nel Programma dell’Associazione Nazionale Italiana, ribadisce la contrapposizione tra “un impero fittizio” e “una libera federazione di nuove nazioni”.

Mazzini per altro non si limitò ad affermare le proprie posizioni ma, uomo d’azione ancor più che pensatore, individuò con chiarezza sin dall’inizio della sua attività politica, in una lettera a Giuseppe Giglioli del luglio 1831, nelle stesse settimane in cui dava vita alla Giovine Italia, nell’Europa l’autentico campo di scontro tra le forze della reazione e quelle del progresso, per definire le quali utilizzò per la prima volta l’espressione Giovine Europa.

E proprio Giovine Europa, come è noto, sarà il nome dell’organizzazione cui, dopo il fallimento del moto insurrezionale in Savoia, Mazzini darà vita, nell’aprile del 1834, insieme ad un pugno di esuli italiani, tedeschi e polacchi, e che, nonostante la svalutazione postuma ad opera dello stesso Mazzini, svolse una funzione cruciale nel superamento da parte dell’universo rivoluzionario europeo dei moduli carbonari e buonarrotiani.

Ma sarà nell’esilio inglese che Mazzini darà il meglio di sé come organizzatore, sfruttando anche il favorevole humus associazionistico britannico.

Nell’aprile del 1847 infatti su ispirazione di Mazzini verrà fondata a Londra la People’s International League, la prima organizzazione britannica con una basa ampia e popolare i cui interessi e fini riguardavano esplicitamente la politica estera ed internazionale.

Dopo la sfortunata esperienza della Repubblica Romana (1849), Mazzini sfruttò fino in fondo la notorietà internazionale che comunque essa gli aveva garantito, tessendo una vasta rete associativa e cospirativa rivolta tanto all’opinione pubblica del Regno Unito, con la fondazione della Society of Friends of Italy, quanto ai numerosi esuli confluiti in Gran Bretagna dopo il 1848-’49, attraverso il Comitato centrale democratico europeo che da Londra si ramificava sul continente europeo.

Negli anni Sessanta, infine, raggiunta l’Unità d’Italia, l’azione di Mazzini può riprendere da un lato la propria connotazione cospirativa e repubblicana e dall’altro un respiro europeo con la fondazione nel 1866 dell’Alleanza Universale repubblicana, in risposta tanto alle tensioni interne italiane successive alla III guerra d’Indipendenza, quanto alla sfida per l’egemonia sul movimento operaio internazionale lanciata da Karl Marx.

Ma, forse ancor più degli Internazionalisti, l’autentico avversario individuato da Mazzini in quest’ultima fase della sua vita, è l’irenismo che anima il nascente movimento pacifista mondiale, accusato di proporre palliativi alla conflittualità internazionale, che non solo non metterebbero in discussione l’ordine costituito, ma finirebbero per legittimare e rafforzare lo status quo.

Mazzini esplicita in maniera netta la sua posizione in una lettera aperta ai partecipanti al Congresso della pace di Ginevra del 1867, in cui, contestando loro di “remplacer le but par la conséquence”, e di volere la pace e “l’association des Patries” dimenticando la “lutte inévitable” necessaria per giungervi, riafferma con forza che il nuovo ordine democratico – e pacifico – internazionale non potrà che realizzarsi “sur les ruines de tout Pouvoir existant”.

Mazzini rappresenta dunque, se non il fondatore, certo una fonte importante di quella corrente di pensiero e di azione, alternativa sia all’internazionalismo socialista sia al pacifismo ‘free-trader’, che interpretava la pace non come un valore in sé ma come un obiettivo da raggiungere, possibile solo in un ordine nuovo basato sul superamento dell’ancien régime dell’anarchia internazionale da parte di stati nazionali, non solo democratici al proprio interno, ma disposti ad accettare il vincolo di un’autorità superiore.

Un filone di pensiero che, attraverso la “pace dei liberi e forti” di Ernesto Teodoro Moneta (l’unico premio Nobel per la Pace italiano) e i progetti utopici del presidente americano Wilson (la cui azione fu, come è noto, fortemente ispirata da Mazzini), avrebbe alimentato le correnti europeiste e federaliste europee dell’antifascismo e della Resistenza, e sarebbe infine sfociato nella complessa architettura dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana che, al fin troppo noto primo paragrafo che proclama solennemente che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ne affianca un secondo che ricorda come tale obiettivo ideale debba essere raggiunto consentendo “in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, e termina ricordando che la Repubblica “promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

E non a caso uno dei padri della Costituzione, Piero Calamandrei, nel suo celebre Discorso sulla Costituzione del 27 gennaio 1955, rileggendo proprio l’articolo 11, non poteva fare a meno di esclamare: “Ma questo è Mazzini”!

© Eutopia Magazine – creative commons

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