Ci siamo mangiati l’Italia
metri. Come dire in poche righe i 62 minuti tra le due città? Sfrecciano campi, filari, pioppeti, frammenti di bosco. Silos, cabine Enel, cascine, magazzini, campanili. L’Ikea a Piacenza, blu ed enorme. E poi Cucine Scic, Fiera di Parma, Barilla. Barriere acustiche a tratti. A Reggio il ponte bianco e la stazione Tav di Calatrava il futurista. Ancora cascine, qualcuna in abbandono. Fienili e rotoballe. Una ciminiera azzurra. Frutteti. Vigneti. Campi coperti di pannelli solari. Poi muri sporchi, scritte “Bologna Bombers” e “Vaffankulo”, ed ecco infine: la città.
Dal dopoguerra il consumo del suolo è più che raddoppiato. Dal 2,7 nel 1956 al 7 per cento nel 2014. Secondo il rapporto Ispra “Il consumo di suolo in Italia” (2015) sono stati intaccati 21 mila dei 301 mila chilometri quadrati del territorio nazionale: più a Nord-Ovest (8,4 per cento), meno al Sud (6,2). In ben 15 regioni si supera il 5 per cento di suolo consumato; in Lombardia e Veneto oltre il 10. Le ragioni sono demografiche, industriali, turistiche. Come ci ricordano altri dati raccolti da Ippolito, fino al 2008, ante crisi, consumavamo 800 chili di cemento per abitante (oggi la metà); abbiamo 5 mila cave attive e 13 mila inattive (più le illegali); 120 aeroporti grandi e piccoli; 30 milioni di abitazioni (il 20 per cento vuote) in ottomila Comuni.
Ai tempi in cui Antonio Cederna denunciava i “Vandali dell’Appia”, l’Agro Romano era un’altra cosa. Alle porte dell’Urbe brucavano le greggi accudite dai pastori. Roma aveva (non verso sud, dove l’asse Mussolini-Piacentini aveva imposto la via del Mare) una cintura di prati e pascoli punteggiati di rovine, templi, acquedotti, echi di Arcadia. Il nuovo piano regolatore avrebbe dovuto sviluppare la capitale verso est, assecondando una tendenza storica, tra Tiburtina, Casilina, Tuscolana. Invece no: per scelte politiche pilotate dagli interessi di grandi costruttori, vedi la Società Generale Immobiliare, come denunciato da Manlio Cancogni e dalle inchieste de “l’Espresso”, Roma si espanse ovunque, a «macchia d’olio».



