Il salario minimo e il cuneo fiscale.

Il salario minimo e il cuneo fiscale.
L’aumento dell’inflazione con la conseguente diminuzione del potere d’acquisto di chi ha un reddito fisso ha alimentato un dibattito in Italia che ha anche aspetti surreali.
Partiamo dal salario minimo orario di 9 euro che ha scatenato reazioni sia a destra ma anche a sinistra dicendo che in Italia ci sono i contratti collettivi e criticando l’Unione europea per gli atti che sta approvando in materia. In realtà in Europa, paesi paragonabili dal punto di vista industriale all’Italia il salario minimo lo hanno e anzi hanno deciso di incrementarlo fino a 12,5 euro come la Germania e l’Unione “ non imporrà la definizione di un salario minimo per legge in quei paesi dove i minimi sono stabiliti nei contratti collettivi.”
Cosa vuole l’Europa lo ha spiegato bene Massimo Taddei su Lavoce.info indicando tre obiettivi :” Il primo è quello di assicurare che i salari minimi siano “adeguati” in tutti i paesi europei. Definire qual è il livello adeguato di un salario minimo non è un esercizio semplice. E non è nemmeno un esercizio statistico, ma una scelta sommamente politica.(…) Andranno anche utilizzati riferimenti indicativi per il livello del salario minimo. Nel documento che aveva aperto alle consultazioni, la Commissione fa riferimento alla soglia di povertà, cioè il 60 per cento del reddito familiare mediano disponibile.(…) Il livello del salario minimo dovrà poi essere periodicamente aggiornato, stabilendo nuovi livelli anche attraverso il dialogo con le parti sociali all’interno di organi istituiti per lo scopo. Nonostante i riferimenti al salario minimo, la direttiva si impone come obiettivo anche l’aumento della copertura della contrattazione collettiva, dal momento che, nei paesi in cui la copertura è maggiore, tende a esserci una quota inferiore di lavoratori a basso reddito.”
In Italia ci si attacca al dato della contrattazione collettiva per cercare di stoppare il salario minimo ma in realtà nel nostro paese ci sono 4,6 milioni di lavoratori che guadagnano meno di 9 euro e ci sono 3,5 milioni di lavoratori poveri, mentre un salario minimo di 9 euro porterebbe ad un aumento di stipendio per circa il 30% dei lavoratori. La contrattazione collettiva e il salario minimo possono tranquillamente coesistere a tutela dei lavoratori.
I salari sono un vero problema soprattutto nel confronto con gli altri paesi industrializzati in Europa come dimostra una recente ricerca che analizza i dati dal 2019 al 2021. Nel 2021 il salario lordo annuale medio per un lavoratore dipendente a tempo pieno era di 44.468 euro in Germania, 40.170 in Francia , 29.440 in Italia e 29.404 in Spagna ( la media dell’Eurozona è di 37,382). In Germania il part time involontario sul totale degli occupati è del 7,1%, in Francia il 28,3% in Italia il 62%, nell’Eurozona il 23,3%. I bassi salari sono un problema anche per l’economia perché comportano una riduzione dei consumi e del mercato interno e sono negativi per la produttività.
“Era il 5 gennaio del 1914 quando Henry Ford annunciò un piano di ristrutturazione organizzativa epocale per le sue fabbriche e per i suoi lavoratori. I pilastri di questo piano erano essenzialmente due: la riduzione dell’orario di lavoro da nove a otto ore al giorno e l’aumento della paga giornaliera da 2,34 a 5 dollari; più che raddoppiata. Questi due provvedimenti, da soli, facevano aumentare i costi di dieci milioni di dollari, mangiandosi la metà dei profitti previsti per quello stesso anno. Ma Ford si dimostrò irremovibile; contro il parere di tutti gli analisti finanziari, decise di andare dritto per la sua strada. E fece bene. Quell’anno, infatti, benché il salario aumentò del 105%, il costo del lavoro registrò un aumento solo del 35%. Questo perché assieme al salario aumentò anche la produttività dei lavoratori, con un incremento del 50%, si ridusse il turn-over, dal 54 al 16% e sparì quasi del tutto l’assenteismo, passando al 10 al 2,5%. “(V. Pelligra) I profitti in un anno quasi raddoppiarono e lo stesso Henry Ford (politicamente un uomo di destra) commentò:
«Non era certamente una forma di beneficenza (…) Volevamo pagare alti salari in modo che la nostra attività si potesse fondare su basi durature. Stavamo costruendo per il futuro. Un’attività con bassi salari è sempre insicura (…) Il pagamento di cinque dollari al giorno per una giornata di otto ore è stata una delle migliori mosse di riduzione dei costi che abbiamo mai fatto». Inoltre , in questo modo, i lavoratori diventavano i primi acquirenti delle auto che producevano.
Tralascio le obiezioni fatte al Reddito di cittadinanza perché su questo tema Chiara Saraceno ha scritto cose e fatto proposte chiarissime.
Arriviamo così al cuneo fiscale su cui tutti si buttano con l’affermazione di mettere in busta paga diretta quello che oggi figura nella parte contributi. Se fosse solo uno spostamento dal lordo al netto non si capisce che vantaggio ne avrebbero i datori di lavoro a meno che non si pensi di togliere alcune voci oggi presenti. Mentre il vero problema è che siamo l’unico paese d’Europa in cui negli ultimi 30 anni il salario è diminuito invece di aumentare.
Il 100 in busta pagato del lavoratore al datore di lavoro – scrive Alberto Brambilla sul Corriere- costa circa 130 per via dei contributi previdenziali versati all’INPS (23,8), per le prestazioni temporanee all’INPS (malattia, maternità, disoccupazione, e così via) e all’Inail per l’assicurazione contro gli infortuni. La differenza tra netto e costo azienda è pari a 1,68 volte (130 su 77,18)Prima domanda, è riducibile questo cuneo fiscale e contributivo? Risposta è no! Infatti, se si vogliono ridurre i contributi previdenziali, a parte la perdita di gettito per l’erario che creerà più di qualche problema di sostenibilità, bisogna dire al lavoratore che la sua futura pensione non sarà più pari al 72% dell’ultimo reddito ma minore, in funzione della riduzione contributiva. Oppure, se come pare, molte parti sociali sindacali e datoriali vogliono mantenere il valore della pensione a fronte di una riduzione dei contributi, dobbiamo essere sinceri e ammettere che aumenteremo il debito pubblico di molti miliardi l’anno, ad esempio, una riduzione di tre punti per tutti costerebbe circa 18 miliardi l’anno.
Vogliamo incidere sulle voci che riguardano disoccupazione, malattie, infortuni o maternità? Se si diminuiscono i contributi dovrà intervenire la fiscalità generale quindi i soliti che pagano le tasse.
“Ma poiché la differenza tra il netto in busta paga e il costo azienda arriva a 2,2 volte, vediamo dove vanno questi altri soldi.- scrive ancora Brambilla- Prendiamo ad esempio il contratto commercio e servizi: su ogni ora lavorata occorre caricare i costi di alcuni “istituti” (per usare il gergo sindacale) di cui beneficiano i lavoratori, vale a dire la tredicesima e quattordicesima mensilità, il Premio di Risultato previsto nei contratti territoriali o aziendali (circa mezza mensilità), il TFR (in pratica una mensilità), le ferie e festività (tra 21 e 27 giorni lavorativi quindi più di un mese); a questi vanno poi aggiunti i costi per l’adesione al fondo di assistenza sanitaria integrativa e quello per il fondo pensione. In totale, il nostro 1,67 volte passa a oltre 2,2 volte. È persino evidente che su questo terzo fronte è impossibile ridurre il costo del lavoro, ovvero la distanza tra quanto il lavoratore riceve in busta paga e quanto costa all’azienda, perché al netto dell’IRPEF tutto il resto va già a beneficio del lavoratore, in modo diretto (i soldi della tredicesima e quattordicesima mensilità, il TFR, il Premio di Risultato) o indiretto (fondo pensione, assistenza sanitaria, contributi all’INPS, assicurazioni sociali e così via). Riduciamo le ferie? Eliminiamo la quattordicesima? Ovvio che no! E, se ci pensiamo bene, anche l’IRPEF va a beneficio del lavoratore e della sua famiglia, se non altro per pagare sanità, scuola, e così via.”
Alla fine si rischia che a pagare siano sempre i soliti e per i lavoratori non si tratterebbe di un aumento netto ma di un trasferimento di risorse che però potrebbe incidere negativamente su alcuni istituti contrattuali. E resteremo sempre tra gli ultimi in Europa.
Leonardo Romagnoli
13.6.22
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