Rajan: «Il populismo? Si batte con il localismo inclusivo»

Economia

Rajan: «Il populismo? Si batte con il localismo inclusivo»

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L’economista della Booth School of Business dell’università di Chicago, autore de “Il terzo pilastro”, intervenendo alla presentazione del Cottino Social Impact Campus ha spiegato che «abbiamo bisogno di comunità aperte al traffico di persone e di beni. Comunità inserite all’interno della sfera nazionale e internazionale, che però mantengono il controllo su alcune scelte»

Raghuram Rajan, economista della Booth School of Business dell’Università di Chicago e autore di “Il Terzo pilastro”, è intervenuto alla presentazione del Cottino Social Impact Campus, con uno speach dal titolo “The Third Pillar”. Eccone la sintesi


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Raghuram Rajan

Parliamo di comunità. Abbiamo sentito quanto sia difficile vivere per la comunità oggi. Il motivo per cui succede è ha causa dei cambiamenti soprattutto tecnologici. Le comunità devono quindi essere rafforzate e rivitalizzate per aiutare così sia il mercato che lo stato. Ci sono diverse idee su questo.

Il capitalismo
Il capitalismo vive molti problemi è vero ma è anche vero che il capitalismo ha anche creato molta ricchezza e benessere, grazie a mercati liberi e aperti. Il dibattito nel XX secolo si è concentrato soprattutto sul potere dei mercati. Capitalismo e comunità possono andare di pari passo e rafforzarsi a vicenda. Non succede sempre. Ma dove succede le persone stanno meglio. Negli ultimi vent’anni il sistema capitalistico ha cominciato invece a non generare più questo benessere. Negli Stati Uniti c’è un tasso di disoccupazione basso ma le persone non soddisfatte. Ma il modo per risolvere il problema non è abbattere il sistema ma piuttosto cambiarlo, ricostruirlo.

La rivoluzione tecnologica e il lavoro
Gli effetti del cambiamento tecnologico, sin dall’epoca di Marx, erano molto temuti. Oggi abbiamo condizioni simili a quelle di allora. Quale sarà la soluzione questa volta? Vorrei partire da alcuni dettagli concreti, andando dal livello macro a quello molecalare. Le forze che operano il cambiamento sono la rivoluzione informatica e della comunicazione. Che ha investito e rivoluzionato tutti gli ambiti. I mercati oggi sono globali, con filiere globali possibili grazie all’aumento del commercio e i contenitori utilizzati per trasportare le merci. Questo ha facilitato sia il confezionamento che il trasporto. Col miglioramento delle comunicazioni è diventato più facile spostare la produzione in altri luoghi. Tutte possibilità che 25 anni fa non c’erano. Questo è importante da capire perché oggi le filiere globali sono ottimizzate in tutto al mondo. Significa che la produzione manifatturiera non sta nei paesi industrializzati ma va verso i paesi emergenti. Si produce in Cina, India, Filippine. I posti di lavoro nei paesi industrializzati si sono spostati dalla produzione ai servizi. Ma esiste il problema dei tipi di lavori. Si va dagli operai di Amazon fino ai dipendenti delle banche. Quindi posti di lavoro di basso livello e posti di lavoro di alto livello. Non esistono più i lavori di medio livello. E la formazione per accedere a quelli di alto livello non è accessibile a tutti. C’è stato dunque uno svuotamento, sono scomparsi i lavori di medio livello. Non sono scomparsi in modo uniforme. In città l’impatto si è sentito di meno rispetto alla periferia. Questo spiega anche la diseguaglianza del reddito. L’automazione elimina redditi media anche nei servizi. Il commercialista perde il lavoro perché esistono dei softwere. Per chi sta ad alto livello invece il mercato si amplifica. I dirigenti dell’ambito pubblicitario lavorano non più solo nel proprio paese ma in tutto il mondo.

I territori dimenticati
Dell’economia ho parlato. Se parliamo di politica e Stato molti li pensano contrapposti al mercato. Se uno cresce l’altro soffre. Invece se si facesse un sondaggio nei vari Paesi si vedrebbe che i Paesi più prosperi sono anche quelli dove lo Stato si espande. È necessario per cerare anche un ammortizzatore verso il mercato. Lo Stato di fronte al mercato globale sposta il potere da livello territoriale al livello nazionale. Questo spostamento però rende il sistema sempre meno democratico. Più ci allontaniamo dal territorio meno le perone possono influenzare i processi decisionali delle regole. La comunità ne è uscita indebolita. Più lo stato cresce più si diventa individualistici. Meno gli individui sono coinvolti nelle comunità delegando allo Stato più cresce l’individualismo. L’espansione dello stato tende a rendere meno preoccupato l’individuo del livello locale. La comunità ormai debole non riesce a fare fronte a tutti i problemi che stanno avvenendo. Da qui nascono molti altri problemi. La disgregazione della famiglia, la fuga verso migliori opportunità delle persone più capaci. Questo dimostra che il luogo è importante.

Le soluzioni bottom up e il populismo
Ma quel è la soluzione? Sono tanti anni che proviamo a trovarla. Parliamo di stimoli, riduzione dei tassi di interesse. Ma non serve a niente se nessuno investe nelle comunità. Ci sono tasche di svantaggio e diseguaglianza che non cambieranno con il taglio dei tassi. Si parla di nuovi investimenti sul locale da fuori. Penso all’Unione Europea. Con risultati scarsi. Le risposte dobbiamo svilupparle bottom up. Altrimenti i cittadini si arrabbiano e arriva il populismo. Quello che si fa sostituire la comunità nazionale a quella locale. Una ricetta che porta alle tensioni internazionali. Potremmo arrivare a situazioni più gravi se non arrestiamo questo percorso. Quindi serve un approccio bottom up visto che bottom down abbiamo scoperto non essere possibile. Parte del potere deve tornare alle comunità locali così che avranno la possibilità di ricevere benefici dalle scelte che vengono fatte. È una delle soluzioni, non l’unica. Oggi bisogna cercare di risviluppare le comunità e i territori recuperando quelli che sono rimasti indietro. Troppi luoghi oggi non ricevano benefici, diventano isole di sottosviluppo. Dobbiamo elevarli non con politiche basate sul posto ma con politiche dal basso. Ci sono tantissime storie di successo. Come Pilsen, città ispano americana vicino a Chicago, dove dominavano droga e gang negli anni 80, con un elevatissima percentuale di morti. Quando si trovavano i corpi fuori dalla chiesa locale il parroco si chiedeva chi si assumesse la responsabilità. I giovani del posto hanno costruito un progetto per rivitalizzare la comunità. Hanno cominciato a fare rete con le aziende facendo assumere i giovani in modo che non entrassero nelle gang e con le famiglie in modo di fare rete contro la delinquenza e alcuni bar, dove queste persone si ritrovavano, vennero chiusi. Pian piano la situazione è cambiata.

Il localismo inclusivo
Dobbiamo immaginare a come far tornare le persone preparate che lasciano il Paese. Magari annullando il debito universitario. In tutto questo la tecnologia può aiutarci. A Pilsen si parla di ridare potere alla comunità. Se si ha più autorità con la tecnologia è molto più facile fare in modo che il settore pubblico possa collegarsi a queste iniziative. Una delle cose che fanno piuttosto bene in Svizzera è questo. Gli istituti di tecnologia sono governati a livello federale, i licei a livello di cantone e le elementari di quartiere. Un’altra cosa necessaria sono le infrastrutture. Migliori e più belle che possano portare la nascita di nuove attività. Ci sono città grandi come Torino e posti piccoli fuori città che stanno peggio. Come collegarli? Attraverso le reti di trasporti. A volte questi servizi ci sono ma sono difficili da usare. A Philadelphia l’88% delle persone povere ci mettevano più di un ora per arrivare al lavoro, che significa avere una più alta percentuale di licenziamento. Il motivo del ritardo era che nel trasporto c’erano due step: non andavano da casa a lavoro ma dovevano passare da un hub. Si è allora pensato ad un collegamento diretto, Che ha avuto un impatto diretto sul tasso di licenziamenti. Anche a livello finanziario serve tornare alla possibilità localistica di decidere. Se i soldi arrivano dal centro ma è il centro a dire come vadano spesi il modello non funziona.

Quando parlo di localismo parlo di localismo inclusivo. Non intendo comunità chiuse ed esclusive. Ma comunità aperte al traffico di persone e di beni. Comunità inserite all’interno della sfera nazionale e internazionale, che però mantiene il controllo su certe cose. Il localismo inclusivo può essere il modo di affrontare l’espansione della globalizzazione e il cambiamento tecnologico. Dobbiamo provare a sperimentare. Se anche quello che ho detto non funzionasse, dare più identità e potere di scelta alle persone comunque darà benefici scongiurando il populismo. Molti diranno che tutto questo è già stato provato negli anni 70: bé certo alcune cose funzionano in certi posti e altri no. Ma oggi abbiamo la tecnologia.

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