Il lavoro prima di tutto. L’economia della speranza

IL LAVORO prima di tutto. L’economia della speranza

Strano a volte come l’essere umano si impegni così tanto nelle sue missioni da raggiungere un effetto di cui poi si pente”(Stefano Massini – Qualcosa sui Lemhan)

Costituzione art 1 : L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Art.4 : La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Art.36:
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantita` e qualita` del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se´ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa e` stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non puo` rinunziarvi.

abbiamo un’opportunità straordinaria per investire nel cambiamento, per accantonare il pensiero a breve termine che ha assillato le nostre società per decenni. E per rimpiazzarlo con una politica matura capace di affrontare la sfida, enorme, di assicurare una prosperità duratura.(…) La prosperità è la capacità di realizzarci come esseri umani rispettando i limiti ecologici del nostro pianeta. Le nostre società devono creare le condizioni per farlo. E’ il compito più urgente che dobbiamo affrontare (Tim Jackson)

“Il meccanismo di questa caricatura di capitalismo. Che ai veri liberali fa venire il voltastomaco, è perverso ancorché supinamente accettato dal pensiero unico come ineluttabile. Funziona così. Poiché il consumatori impoveriti possono ormai permettersi solo prodotti a basso costo, per abbattere i prezzi si riducono i salari dei lavoratori, che si impoveriranno ancora di più e , come consumatori, potranno permettersi solo prodotti dai costi ancora più bassi, per realizzare i quali sarà necessario ridurre ulteriormente i salari di chi li fa. Siamo all’avvitamento del sistema. Come recita l’articolo unico della Costituzione Globale, il lavoro non è più un diritto, ma un costo. Da abbassare di continuo, fino all’azzeramento finale tramite robot. Nel frattempo è già stato azzerato il dibattito pubblico: c’è forse ancora un politicodi prima fila che neparla? Eppure sarebbe l’unico argomento in grado di riportare alle urne i tanti impoveriti a cui non resta che nascondere i bglietti sotto i vestiti”.
Questo brano di Gramellini apparso sul Corriere era a commento della notizia degli ex operai tessili di un’industria tessile turca che avevano attaccato ai vestiti venduti da un noto marchio internazionale una cartellino con scritto “ il capo che stai per acquistare è stato realizzato da me, ma non sono stato pagato per questo”. Ma questo è purtroppo anche quello che sta succedendo nel nostro paese dove dietro gli annunci di mirabolanti riprese dell’occupazione si celano realtà che non rispettano la dignità delle persone e numeri a dir poco farlocchi.

Il tasso di occupazione che determina le persone impegnate in un lavoro è ancora inferiore nel 2016 rispetto al 2008 ed è sempre tra i più bassi d’Europa. Era il 58,6% nel 2008 è nel 2016 del 57,2% nella fascia tra 15 e 64 anni con una differenza notevole fra uomini e donne con i primi al 66,5% (-3,5% rispetto al 2008) e le seconde al 48,1% ( + 1%). Ma la situazione è ancora più grave se suddivisa per aree territoriali e per classi di età.. Nell’Italia meridionale il tasso 2015 era del 42% inferiore di 4 punti rispetto al 2008, nel centro al 61% (- 1-2%) e nel Nord al 65% (-1%). Per la poipolazione tra 15 e 34 anni il tasso di occupazione è crollato dell’11.1% ed è inferiore di 16,5 punti rispetto alla media europea. Ricordiamo che questa parte di popolazione ammonta 12 milioni e 681 mila persone ovvero il 21% della popolazione italiana con 8 milioni, ovvero il 63% fuori dal sistema dell’istruzione.
Per la classe di età 35-49 anni l’Italia ha il tasso di occupazione più basso d’Europa dopo Grecia e Spagna. Con una perdita del 4,2% rispetto al 2008. Dove invece il tasso d’occupazione ha fatto un bel salto è nella classe di popolazione tra 50 e 64 anni dove ha raggiunto il 56,3% con un aumento del 9,2% con tasso di disoccuppazione al 6,4%. Più che aumentare l’occupazione si è costretti ad allungare la permanenza al lavoro rispetto al passato.
Nel corso del 2015 l’occupazione è aumentata dell’ 1,4% ovvero 326.000 unità (+ 387.000 dipendenti e -60.000 indipendenti) . Ma la quasi totalità sono contratti a termine (361.000) e solo una piccola parte permanenti (26.000), se poi si suddividono per classi di età si scopre che tra i 35-49 anni l’occupazione cala di 110.000 unità mentre cresce di solo 22.000 tra 15 e 34 anni ed esplode con + 415.000 sopra i 55 anni. E siamo ancora nel periodo degli incentivi dovuti agli sgravi fiscali per tre anni sui contratti a tempo indeterminato che in molti casi non sono nuova occupazione ma trasformazione di vecchi contratti.

Recentemente Enrico Giovannini ( ex ministro del lavoro) ha sottolineato che “ secondo i dati Istat della contabilità nazionale, negli ultimi mesi siamo ancora a 300 mila posti di lavoro in meno rispetto al picco di aprile 2008, ma in termini di unità di lavoro con orari standard (diciamo 8 ore), siamo 1,2 milioni sotto il dato di nove anni fa. Questo vuol dire che molto lavoro – al di là del fatto che sia a tempo indeterminato, a tutele crescenti oppure temporaneo – riguarda attività molto frammentate e quindi è povero”. Insomma stiamo creando una nuova classe di lavoratori poveri anche in Italia che non hanno un reddito sufficiente per vivere con dignità, una situazione anticostituzionale. Tra il 1990 e il 2013 – ha scritto Marta Fana – la quota dei lavoratori poveri aumenta dal 18 al 28% considerando come base di calcolo le retribuzioni annue.(statisticamente è lavoratore povero chi ha una retribuzione inferiore del 60% rispetto alla media)
“Il dato che colpisce – dice sempre Giovannini – è che dal 2009 al primo trimestre del 2013, cioè durante la crisi, abbiamo avuto la stessa relazione tra Pil e occupazione, il che vuol dire che il Jobs act non ha cambiato tale fondamentale aspetto. Parallelamente, rispetto al periodo ante crisi, è peggiorata la distribuzione del reddito. Il 20% più ricco della popolazione ora guadagna 5,6 volte quello che guadagna il 20% più povero, prima della crisi questo rapporto era attorno a 5 volte”. Mentre governava anche il centrosinistra la condizione di vita delle classi popolari sono peggiorate e non è solo colpa della congiuntura internazionale ma anche di scelte politiche che avrebbero dovuto impegnare, ad esempio, l’enorme quantità di risorse pubbliche finite alle imprese per drogare le assunzioni ad avviare uno sviluppo sostenibile investendo nella riqualificazione del patrimonio immobiliare pubblico, nella salvaguardia idrogeologica del territorio, nella mobilità verde, nella valorizzazione e tutela dei beni culturali, nella ricerca e nell’istruzione.

Negli ultimi 20 anni a partire dal pacchetto Treu del 1997 sembra che lo scopo principale di tutta la legislazione sul lavoro sia stato quello di creare flessibilità, ridurre le garanzie e il peso delle organizzazioni sindacali. Una politica riformista “del gambero” che non ha portato all’aumento dell’occupazione ma solo a vantaggi economici per le imprese che non sono finiti in nuovi investimenti, ricerca e innovazione. Con quali vantaggi? Anche l’Ocse si è accorta che “ ridurre le tutele dei lavoratori non porta nessun beneficio in termini di occupazione; che la flessibilità fa male alla produttività e all’innovazione; che l’austerità imposta ai lavoratori dentro e fuori del mercato del lavoro non produce alcun beneficio all’economia; che la caduta della quota di reddito che va ai salari è annoverata tra le cause principali delle crescenti disuguaglianze in Occidente”.
Nessuna legge può di per sé creare lavoro se non c’è una situazione economica favorevole o politiche pubbliche in campo industriale, ambientale o sociale. Ma la legge può tutelare la dignità delle persone facendo riferimento al dettato costituzionale, perchè garantire corrette relazioni tra lavoratori e imprese ha dirette ripercussioni sulla vita democratica del paese. “ La frantumazione che nasce nei luoghi di lavoro è la stessa che pervade poi la sfera sociale nel suo complesso, i cui i soggetti subalterni faticano a riconoscere l’interesse comune e la rilevanza degli strumenti politici per soddisfare tali interessi, prima tra tutti l’organizzazione politica nonché quella sindacale “(Fana).

Questo nonostante centinaia di ricerche abbiamo ormai stabilito che le imprese più innovative sono quelle più attente alle condizioni dei propri lavoratori. “Non dovrebbe essere difficile intuire che stabilità lavorativa significa non soltanto acquisizione di competenze specifiche all’impresa, lungo un arco temporale più lungo e quindi favorevole all’innovazione, ma anche quella sensazione di far parte di un più vasto processo e non invece essere giusto un bullone che può essere sostituito, come nel caso di contratti di breve durata o instabili.”(idem)

In questi anni si è sentito spesso il mantra dell’inadeguatezza dei contratti nazionali nel tempo dell’economia 2.0 o 4.0, ma questo è ad oggi l’unico strumento per garantire un minimo di tutela nei rapporti di lavoro. Eppure nel 2011 con il decreto 138 si sono autorizzati singole sigle sindacali a stipulare contratti integrativi al ribasso(il contrario di quanto era sempre stato previsto). Come se una legge nazionale venisse applicata in modo diverso da regione a regione. “Decentrando la contrattazione a livello aziendale e individuale si riduce il potere contrattuale dei lavoratori, in quanto molto più deboli individualmente di fronte al potere e all’autorità dell’azienda, in sintesi un meccanismo che produce uleriori disuguaglianze”. Non solo quindi devono esserci i contratti nazionali ma deve anche essere stabilito un salario minimo per legge.

La precarietà crea insicurezza, disuguaglianza e incide negativamente sull’economia. Pensare che settori di popolazione impoveriti e con redditi di sopravvivenza possano alimentare il mercato interno è una pura follia e questo danneggia il tessuto economico che ha nella prossimità la prima ragion d’essere. Non si può vivere di sola esportazione o di creazione di beni di lusso
Perché aziende che fatturano centinaia di milioni di euro devono pagare un lavoratore una miseria senza riconoscergli alcun diritto? La politica a questo interrogativo deve dare una risposta.

Secondo i dati del ministero del lavoro nel primo trimestre di quest’anno il 15,34% dei contratti cessati ha avuto durata giornaliera: Contemporaneamente lo Stato italiano è quello che investe meno nell’istruzione in rapporto al Pil per non parlare dell’edilizia popolare e mentre miliardi di euro del bilancio pubblico finiscono alle imprese ( la sola Fiat ne ha ricevuti 7) a fine 2016 si contano 20 miliardi di euro in meno per investimenti in impianti e macchinari rispetto al 2008, “sul totale degli investimenti in capitale fisso la differenza è di oltre 48 miliardi di euro, il 24% in meno”(idem) In questa polarizzazione viene stritolata anche la classe media: “ più reddito afferisce ai più ricchi; più persone sono in povertà; la classe media si è impoverita., vedendo ridurre la sua importanza relativa; il reddito mediano è rimasto stagnante e la quota di individui con un reddito intorno a quel valore è andata diminuendo, la classe media sta sparendo e un numero sempre maggiore di persone finisce nelle “code” della distribuzione “(J.Stigliz).
Questo riguarda l’Italia in particolare e un po’ tutto l’occidente ma non, ad esempio , l’Asia a partire dalla Cina. Globalmente il mondo forse sta meglio rispetto a 10/20 anni fa, ma non in senso generale perchè l’indice Gini ( che misura la disuguaglianza ) aumenta di 5 punti in Usa e Italia e addirittura di 10 in GB (Milanovic). Ma la disuguaglianza non è solo dovuta al reddito, come fa notare Stigliz ci sono altre dimensioni molto importanti che riguardano la giustizia , la salute, l’istruzione. “Una dimensione importantissima è l’uguaglianza nelle opportunità (…)  che mostra che i paesi con più disparità di reddito (misurata dal coefficiente Gini) hanno meno mobilità tra le generazioni- il che implica che i figli hanno meno opportunità dei genitori”(Stigliz). E tra questi paesi primeggia l’Italia dove praticamente la mobilità sociale si è fermata ( a differenza di paesi scandinavi o Canada).

Questa situazione è dovuta più  alla distribuzione della ricchezza che alle capacità delle persone e viene giustificata con “l’ideologia del merito”.
“ Non capiamo allora l’aumento delle disuguaglianze nel nostro tempo se non prendiamo molto sul serio la sua radice : il forte aumento della teologia meritocratica del capitalismo. E non capiamo la crescente colpevolizzazione dei poveri, sempre più considerati non come sventurati ma come demeritevoli, se non consideriamo l’avanzare indisturbato della logica meritocratica(…) Gli universi meritocratici sono abitati da pochissimi eletti e da una moltitudine di “dannati” che sperano per tutta la vita in sconti di pena “(L.Bruni).
L’anno scorso due economisti della Banca d’Italia hanno fatto una ricerca basata sul censimento del 1427 fatto dalla Signoria di Firenze per la tassazione delle famiglie e le denunce dei redditi del 2011, ebbene chi era ricco sei secoli fa lo è ancora oggi (tornano gli stessi cognomi) e non solo nella classe nobiliare ma anche fra i membri delle corporazioni.

Questo vuol dire che dopo il grande periodo delle conquiste sociali e politiche del secolo scorso si stanno facendo passi indietro ammantati di falso riformismo.”Dopo la caduta del muro di Berlino diversi fattori hanno contribuito a far crescere le diseguaglianze all’interno dei paesi occidentali ricchi, invertendo una tendenza che dalla seconda guerra mondiale le aveva invece viste ridursi”(Milanovic). Forse è giunto il momento di riprendere quel percorso seguendo le indicazioni della costituzione.
“La crisi economica mondiale è iniziata come crisi della finanza, poi si è trasformata in crisi economica e occupazionale. La crisi del lavoro è una crisi ambientale e sociale insieme (cfr Ene. Laudato si’, 13). Il sistema economico mira ai consumi, senza preoccuparsi della dignità del lavoro e della tutela dell’ambiente. Ma cosi è un po’ come andare su una bicicletta con la ruota sgonfia: è pericoloso! La dignità e le tutele sono mortificate quando il lavoratore è considerato una riga di costo del bilancio, quando il grido degli scartati resta ignorato. A questa logica non sfuggono le pubbliche amministrazioni, quando indicono appalti con il criterio del massimo ribasso senza tenere in conto la dignità del lavoro come pure la responsabilità ambientale e fiscale delle imprese. Credendo di ottenere risparmi ed efficienza, finiscono per tradire la loro stessa missione sociale al servizio della comunità. “(discorso di Papa Bergoglio alla settimana sociale dei cattolici Italiani) e per essere ancora più chiaro ha aggiunto “Togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato è anticostituzionale” .
Che lo debba dire il Papa invece di un leader della sinistra o del centrosinistra è un sintomo dei tempi che stiamo vivendo.
Ci vuole una nuova visione per affrontare la sfida del futuro ( ma non c’è molto da inventare) partendo dal rispetto della dignità delle persone e dell’ambiente in cui viviamo senza rinunciare alla diffusione del benessere.

“La prosperità stessa, come rivela la radice latina del termine, riguarda la speranza. Speranza per il futuro, per i nostri figli, per noi stessi. L’economia della speranza resta un compito per il quale vale la pena di impegnarsi”(Tim Jackson ).

Leonardo Romagnoli

13.11.17

sullo stesso argomento anche questo pezzo di qualche anno fa.
http://www.radiomugello.it/blog/riflessioni/politica/la-forbice-sociale/

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