Flat tax e reddito di cittadinanza. Promesse o realtà?

Flat tax e reddito di cittadinanza. Promesse o realtà?

Ci sono molte attività pagate , anche molto bene, che non solo non sono utili ma sono dannose alla società; mentre tantissime attività non pagate sono utilissime, anzi essenziali, alla collettività, sia nell’ambito più ristretto della famiglia, sia in quello allargato della società. Il reddito di base non esonera nessuno dal dovere morale di lavorare in questo senso. Al contrario, aumenta la legittimità di questo dovere, di questa aspettativa, perché accresce la gamma delle possibilità di fare della propria vita qualcosa dotato di senso, utile anche agli altri “(Philippe Van Parijs)

Per i prossimi mesi saranno solo due gli argomenti al centro del dibattito politico, la flat tax e il reddito di cittadinanza, considerati i punti del programma elettorale che hanno permesso alla Lega salviniana di affermarsi al nord e ai 5stelle al sud. Soprattutto in vista della legge di Bilancio 2019.
Una volta usciti dalla propaganda e dalla campagna elettorale permanente c’è da chiedersi cosa comportano queste scelte per il bilancio pubblico e quindi per i cittadini e con quali risorse è possibile attuarle. In passato su questo sito mi sono occupato della proposta regionale sul reddito di cittadinanza fatta dai 5 stelle in Toscana(QUI) e sul reddito minimo(QUI) e della flat tax nella fase pre elettorale (QUI) ma potete trovare in archivio molti e documentati articoli di studiosi ben più autorevoli sui due argomenti compreso il video della Conferenza di Van Parijs svolta a Bologna nel 2016 sul reddito di cittadinanza.

Tralascerei di approfondire se si tratti di Flat Tax e di Reddito di cittadinanza, in quanto l’uso di queste definizioni non corrisponde a quanto teoricamente si intende con i due termini, per concentrare l’attenzione sui numeri per capire l’impatto delle due proposte sui conti pubblici anche se ancora  assistiamo ogni giorno a cambiamenti che potrebbero essere anche sostanziali.
Un numero intanto ci permette di comprendere che mettere le mani nel fisco, pur essendo un’operazione necessaria, non sarà tanto facile, con il rischio di peggiorare la situazione di chi ha poco con invece grandi vantaggi per chi ha molto. Comunque esistono già oggi delle storture alquanto evidenti.

Su 40 milioni di dichiarazioni dei redditi il 44,92% dei contribuenti versa appena il 2,8% dell’Irpef complessiva e si tratta di redditi sotto i 15 mila euro.Quasi il 25% degli italiani paga un’irpef media di 28 euro.
“Il totale dei redditi 2016 dichiarati ai fini Irpef tramite i modelli Unico e 730 ammonta a 842,9 miliardi di euro(…) su questi redditi gli italiani hanno pagato imposte per 163,3 miliardi ( al netto del bonus 80 euro di cui beneficiano 11.468.245 contribuenti per uno sconto totale di 9,3 miliardi di euro). Dei 163 miliardi 145,8 (89,72% del totale) sono imputabili all’Irpef ordinaria, 11,9 finiscono nelle casse delle regioni con l’addizionale(il 7,35% del totale) e 4,7 (il 2,93%) in quella dei comuni”(Brambilla – Novati).
La popolazione che versa appena il 2,8% dell’Irpef assorbe però oltre 50 miliardi della spesa per sanità e assistenza e 46 miliardi per pensioni sociali e di invalidità. La spesa totale dello stato nel 2016 per sanità, assistenza e pensioni è stata di 452 miliardi ovvero il 54,4% (totale 830 miliardi) di tutta la spesa pubblica e il 57% di tutte le entrate fiscali.
La progressività del fisco prevista dalla Costituzione serve proprio per garantire allo Stato entrate sufficienti a fornire servizi di carattere generale ai cittadini, per questo il fenomeno dell’evasione fiscale, che molti quantificano in circa 100 miliardi l’anno, danneggia tutti impedendo di fornire servizi utili, efficienti e qualificati. La sola sanità vale 112 miliardi del bilancio pubblico con un costo di 1890 euro ad abitante e 46,6 miliardi servono per invalidità , pensioni sociali, famiglia e sostegno al reddito di circa 10 milioni di italiani.
La fascia più numerosa di contribuenti è quella tra 20 e 35 mila euro ovvero il 27, 7% dei contribuenti che versano il 33,3 del gettito fiscale, il 15% circa sta tra 15 e 20 mila e versa il 9% dell’Irpef , mentre il 7,15% dei contribuenti con reddito tra 35 e 55 mila versa quasi il 19%.
I contribuenti tra 55 mila e 100 mila euro sono solo 1.259.000 (3,09%) e versano il 16,73%, sopra i 100 mila e fino a 200 mila ci sono solo 345.778 denunce ( 9,62% dell’irpef) e fra 200 e 300 mila 46.696 ovvero lo 0,11% dei contribuenti che versano il 2,58% e infine i ricchi, quelli sopra i 300 mila euro , che sono appena 31.772 ovvero lo 0,08% e versano il 4,71 % dell’irpef.

Oggi le aliquote previste dalla legge sono 5 : del 23% fino a 15 mila euro, 27% da 15 a 28 mila euro, 38% da 28 mila a 55 mila, 41% da 55 a 75 mila e il 43% sopra i 75 mila euro. Poi ci sono le detrazioni per familiari a carico, spese sanitarie e altro e per 11 milioni di contribuenti anche gli 80 euro mensili.
Cosa succede con la flat tax in salsa leghista? Le proposte cambiano tutti i giorni e l’ultima che ho sentito parla del 15% fino a 65 mila euro e 20% sopra questa soglia con la quota esente a 10 mila euro e una deduzione per le famiglie di 3.000 euro.
I contribuenti sotto i 10 mila sono 12 ,5 milioni ovvero il 30% del totale e non verseranno un euro , quelli da 10 mila a 70 mila sono il 66,36% ovvero oltre 27 milioni mentre sopra 70 mila euro ci sono solo 1.077.528 contribuenti ovvero il 2,64%. Ma il vero dato interessante è che il 30% dei contribuenti italiani è nella fascia tra 15 mila e 26 mila euro che con la flat tax potrebbero veder peggiorata la situazione e quindi chi propone la flat tax ha inventato la “clausola di salvaguardia” con la possibilità per il contribuente di mantenere l’attuale tassazione.

Passando alla flat tax, senza toccare gli 80 euro, nel caso di un reddito familiare di 30.000 euro il vantaggio sarà 0 (grazie alla clausola di salvaguardia), a 40.000 sarà appena lo 0,7% mentre a 50.000 si tocca il 5% e a 60.000 il 7%. I guadagni consistenti arrivano però sopra gli 80 mila euro con il 15% che diventano il 21% a 110 mila euro e addirittura il 39% a 300.000 euro .

Tradotto in euro un reddito imponibile familiare di 110 mila euro avrebbe un risparmio con la flat tax di circa 16 mila euro e uno 300 mila euro con la flat tax risparmierebbe quasi 68.000 euro di tasse.
“la riduzione di gettito sarebbe di circa 50 miliardi” hanno scritto Baldini e Rizzo su lavoce.info e la metà di questo risparmio va ai redditi sopra gli 80 mila euro. Mentre per la “classe media”, quella tra 30 e 50 mila euro “ il risparmio medio sarebbe di circa 1.500 euro l’anno, 125 euro al mese per famiglia”.
Una riforma che definire classista è un complimento anche perchè l’82% dell’Irpef la versano lavoratori dipendenti e pensionati e gli autonomi rappresentano appena il 5,82% e le imprese individuali il 3,8% e negli ultimi dieci anni mentre il peso dei primi è andato aumentando (soprattutto dei pensionati) quello degli altri è diminuito.

Per sanare la voragine che si creerebbe nei conti pubblici ci sono solo due strade : aumentare l’imposizione indiretta ( a partire dall’iva) e diminuire le spese dello stato riducendo i servizi ai cittadini , aumentandone il livello di compartecipazione o favorendo l’ingresso di privati. In ogni caso chi ha un reddito da lavoro dipendente sarebbe svantaggiato con la concreta possibilità che venga peggiorata la situazione della sanità e dell’istruzione pubblica che già in questi anni hanno subito tagli indiscriminati e anche ingiustificati visto che l’Italia è in Europa il paese che spende meno in questi due settori fondamentali in rapporto al PIL.
Quindi si dovrebbe anche mettere mano al sistema delle detrazioni e deduzioni che oggi sono circa 80 e anche agli 80 euro di Renzi(9,7 miliardi di euro) con rischio che i vantaggi delle fasce medio basse diventino addirittura negativi.
In realtà, uscendo dalla propaganda, sarebbe molto utile intervenire sugli scaglioni senza toccare la progressività delle imposte. In particolare il terzo scaglione che prevede una tassazione del 38% con un balzo dell’11% rispetto al secondo scaglione che arriva fino a 28 mila euro.

“Ipotizziamo due semplici riforme dell’Irpef : 1) aliquota del 38% scende al 32% lasciando invariato lo scaglione (28-55 mila); 2) il terzo scaglione si sdoppia in due: uno che va da 28 a 43 mila euro a cui si applica un’aliquota del 32% e uno che va da 43 a 55 mila euro a cui si applica il 37%. La prima ipotesi costa 6,2 miliardi e la seconda 4,9%”(Baldini-Rizzo).

Si tratterebbe di un obiettivo abbordabile,senza incidere più di tanto sui servizi , con un vantaggio maggiore della flat tax per un numero di contribuenti superiori ai 13 milioni che non usufruiscono degli 80 euro di Renzi. Parlare di flat tax per le imprese non ha molto senso visto che sono entrati in vigore i provvedimenti decisi dai precedenti governi che tassano il reddito d’impresa poco sopra il 20%.

Sul reddito di cittadinanza il discorso è simile anche se questa misura si pone un’obiettivo di fondamentale importanza riguardante la dignità delle persone che parte anche dalla possibilità di disporre di un reddito sufficiente a vivere in momenti di difficoltà. In questa sede però non voglio parlare della misura in sé ma dei risvolti economici sui conti pubblici.

Secondo il “contratto di governo” il reddito di cittadinanza vale 17 miliardi all’anno ma non ho capito come viene stabilito questo tetto. Quali ammortizzatori sociali verranno assorbiti dall’eventuale provvedimento?

Partiamo però da un dato, in Italia ci sono 3 milioni di disoccupati che moltiplicati per 9.360 euro ( 780 x 12) fanno oltre 28 miliardi di euro. Oltre a questi ci sono però occupati che risultano tali solo perchè lavorano qualche ora alla settimana e che potrebbero accedere al reddito di cittadinanza, anche se non totale, e poi ci sono gli inattivi, perchè il lavoro non lo cercano, che sono altri 3 milioni che potrebbero invece accedere al RdC con altri 28 miliardi di costo.
Azzerando gli ammortizzatori oggi previsti dalla Naspi( coperta al 75% dalle aliquote contributive) e dalle varie casse si risparmierebbero 21 miliardi di euro ( ma bisognerebbe convincere chi ha un’indennità di Cig o mobilità superiore ai 780 euro ad accontentarsi del RdC). Poi c’è il Reddito d’inclusione approvato dal governo Gentiloni per le fasce più povere che vale però circa 500 mila euro/ 1 miliardo, anche se è l’unica misura seria messa in campo in questi anni per venire incontro a quella fascia di popolazione considerata in estrema difficoltà. Si potrebbero utilizzare i finanziamenti del Fondo Sociale Europeo come è avvenuto durante la crisi con le Casse integrazioni in deroga a livello regionale ma non sarebbe mai una contribuzione costante e soprattutto sottoposta alla supervisione europea. Sarebbe un gruzzolo consistente di circa 3,4 miliardi ( sull’utilizzo del Fse nella misura del 20% per progetti di sostegno al salario minimo e al reinserimento nel mondo del lavoro esiste anche una disposizione votata dal Parlamento Europeo).

Lasciando perdere l’inadeguatezza dei Centri per l’impiego ( infatti 2 miliardi sarebbero destinati alla loro riorganizzazione) ad affrontare una mole di lavoro di questa natura e contemporaneamente a portare avanti le politiche di inserimento al lavoro, resta un banale problema di soldi.

Se la misura dovesse avere un carattere generale potrebbe costare fino a 56 miliardi l’anno che togliendo le spese per ammortizzatori vari e fondi povertà più risorse europee, potrebbe ridursi a 27/29 miliardi che difficilmente potrebbe essere trovati solo con riduzioni , tagli di spesa o nuove tasse.

Anche in questo caso abbandonando la propaganda ci sarebbe la strada molto più semplice di rivedere in senso migliorativo il reddito d’inclusione ( che ha dimostrato di funzionare) ponendosi innazitutto l’obiettivo di azzerare quella quota di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà e che 7 volte su 10 risiedono al sud. La spesa sarebbe di qualche miliardo , compatibile con i conti pubblici , e sostenibile anche con un aumento della tassazione sul gioco d’azzardo e con una parte dei fondi del Fse.
Sono scelte di buon senso che però richiedono tempo e lavoro per avere risultati non sintetizzabili in un tweet elettorale. Nel frattempo le mancate scelte e la politica degli annunci incredibili stanno comportando un consistente aumento degli interessi sul debito che assorbiranno diversi miliardi di euro che sarebbe stato più utile impegnare a favore dei cittadini.

Leonardo Romagnoli

11.8.18

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