PERCHÉ L’ITALIA NON CRESCE

PERCHÉ L’ITALIA NON CRESCE

Le cause sono quasi tutte interne, alcune anche antiche. I gialloverdi non capiscono.

di FABIO COLASANTI* | 

www.uominiebusiness.it

La mancanza di crescita: uno dei tanti paradossi italiani

Siamo in recessione, anche se molto lieve.   L’Istat ce lo ha appena confermato.   Al di là dell’incertezza delle cifre provvisorie, è chiaro che non stiamo crescendo ad un ritmo che permetta di aumentare l’occupazione e di migliorare i redditi.   Ma paradossalmente troppi italiani rifiutano di accettare le cause del nostro problema di crescita bassa o nulla.   Se l’opinione pubblica non ha una chiara idea delle ragioni della nostra bassa crescita, c’è poca speranza che i governi possano fare qualcosa per rimuoverle.

Da circa trenta anni l’Italia cresce sistematicamente meno degli altri paesi industrializzati e meno degli altri paesi dell’eurozona.   Il declino economico italiano di questo periodo è estremamente ben documentato, non solo dal punto di vista statistico, ma anche da quello analitico.   Gli esperti hanno identificato le cause di questa mancanza di crescita sulle quali è stato scritto veramente tanto.   Eppure nel dibattito politico non si parla più di queste cause della mancata crescita italiana e si rincorrono capri espiatori, di preferenza esterni al nostro paese.

L’Italia cresce sistematicamente meno degli altri paesi dell’eurozona.

Negli anni sessanta e settanta l’Italia era nella pattuglia di testa dei paesi industrializzati per quanto riguarda il tasso di crescita economica.   Le cose hanno cominciato a guastarsi nel corso degli anni ottanta quando il paese è rientrato nel plotone e si è collocato in una posizione intermedia.

Negli anni novanta l’Italia è stata però il paese dell’Unione europea con il più basso tasso di crescita, solo il Giappone e la Svizzera hanno avuto tassi di crescita medi per il decennio più bassi del nostro.   Nei primi dieci anni di questo secolo, l’Italia ha avuto addirittura il tasso di crescita più basso tra tutti i principali paesi industrializzati e nel periodo 2011-2018 è stata salvata da una nuova lanterna rossa dalla Grecia che in questo periodo ha registrato ben cinque anni di recessione.

Il raffronto tra il tasso di crescita del nostro paese e quello degli altri 18 paesi che costituiscono oggi l’eurozona è particolarmente importante.  Si tratta di paesi che hanno lo stesso tasso di cambio, la stessa politica monetaria, gli stessi vincoli di bilancio, la stessa politica commerciale e che devono tutti rispettare il quadro legislativo europeo.   Tra il 1992 ed il 2018 il resto dell’eurozona è cresciuto più di noi ogni anno con la sola eccezione del 1995.   Il tasso di crescita medio del resto dell’eurozona in questo lungo periodo è stato di circa l’1.8 per cento, mentre quello italiano è stato di un punto percentuale inferiore: solo lo 0.8 per cento.

Il nostro PIL pro-capite in termini reali non è ancora ritornato al livello del 2007.   Serviranno ancora vari anni di crescita per raggiungere questo obiettivo, oggi siamo ancora al di sotto del livello del 2007 di circa sette punti percentuali.   Solo la Grecia e l’Italia non hanno ancora recuperato i livelli di PIL pre-crisi.   Siamo passati dall’essere un paese con un PIL pro-capite superiore alla media dell’UE a 28 paesi ad essere un paese con un PIL pro-capite inferiore alla media.

L’Italia non cresce per dei motivi che in fondo tutti conosciamo

L’Italia non cresce perché troppe cose non funzionano e hanno contribuito a creare una situazione dove la nascita e lo sviluppo delle attività economiche – quello che crea occupazione e redditi – sono diventati molto più difficili che in altri paesi.

Esistono numerosi rapporti che cercano di misurare i vantaggi e gli inconvenienti per le imprese di operare nei vari paesi.   Il più noto e affidabile è probabilmente il rapporto “Doing business” della Banca Mondiale.   Nell’edizione 2019 di questo rapporto l’Italia è al 51esimo posto tra i 190 paesi esaminati; siamo il 19esimo paese tra i 28 stati membri dell’Unione europea.   Più grave è che questo risultato medio è dovuto al fatto che, come il resto dell’Unione europea, siamo al primo posto nell’apertura commerciale, ma che accusiamo ritardi molto più preoccupanti in tanti altri campi.

Per la facilità di aprire una nuova attività scivoliamo al 67esimo posto.   Per la facilità nell’ottenere le licenze edilizie sprofondiamo al 104esimo posto (nella metà bassa della classifica a livello mondiale).   Quando si passa alla facilità di far rispettare i contratti, quindi al funzionamento della giustizia civile, siamo al 111esimo posto.   Nella disponibilità di credito siamo al 112esimo posto.   Dulcis in fundo, nella facilità del pagare le tasse siamo al 118esimo posto.

La Banca mondiale ha stimato il tempo necessario ad un’impresa standard di 60 persone per pagare le tasse e i contributi previdenziali.   Le cifre ottenute vanno dalle 238 ore/uomo all’anno in Italia alle 90 della Finlandia, passando per le 104 del Regno Unito, le 139 della Francia e le 148 della Spagna.

Non mi dilungo sui tanti altri indicatori che mostrano le condizioni svantaggiose che esistono nel nostro paese per le attività economiche, ma devo citarne almeno uno.   Quello per l’uso delle tecnologie digitali che tanto importanti sono per lo sviluppo della produttività.   La Commissione europea produce un indice sintetico che misura l’uso delle tecnologie digitali nell’economia e la società di un paese: il DESI (Digital Economy and Society Index).   Nell’ultima edizione di questo indice, quella del 2018, l’Italia è al quart’ultimo posto; dietro di noi ci sono solo Bulgaria, Grecia e Romania.   La Spagna è invece decima e il Portogallo sedicesimo.

Da decenni, l’OCSE, il FMI e la Commissione europea ci chiedono ogni anno di agire per correggere le deficienze in questi campi.   Qualche cosa è stata fatta, ma la situazione attuale è ancora quella appena descritta.

Non è difficile capire come nessuno voglia venire ad investire in Italia per creare nuove imprese e come chi ha soldi in Italia spesso preferisce utilizzarli per creare attività in altri paesi.   Si parla tanto di delocalizzazioni.   Una molto significativa è rappresentata dal trasferimento di una parte consistente dell’industria della moda dalla Lombardia e dal Piemonte verso il Canton Ticino; non è stata certo determinata dalla ricerca di bassi salari, è stata determinata dalla voglia di avere un contesto imprenditoriale più stabile e affidabile.   Se si riflette al quadro che emerge dagli indicatori elaborati da tanti analisti c’è da chiedersi come mai il divario di crescita tra l’Italia e gli altri paesi non sia ancora più forte.

Ma è più rassicurante dare la colpa a qualcun altro.

Nel dibattito politico italiano invece si tende ad attribuire la bassa crescita italiana a dei capri espiatori esterni.   Molti sembrano implicitamente pensare che non possa essere colpa nostra; deve necessariamente essere colpa di qualcun altro.   I capri espiatori citati di solito sono la globalizzazione, l’Unione europea e l’euro.   Come spiegazione della bassa crescita italiana degli ultimi trenta anni sono uno più inconsistente dell’altro.

L’Italia è un paese che vive grazie al commercio internazionale.   Non abbiamo materie prime, non abbiamo fonti di energia e, per ragioni climatiche e geografiche, non possiamo produrre tutto il cibo di cui abbiamo bisogno.   Per fortuna abbiamo un’industria manufatturiera che fa miracoli e che produce un avanzo nel commercio dei suoi prodotti tale da permetterci di acquistare sui mercati mondiali tutto quello di cui abbiamo bisogno.

La nostra industria manufatturiera – la seconda in Europa – è talmente dinamica che da vari anni abbiamo anche dei forti avanzi commerciali che nel 2016 e 2017 hanno superato i tre punti di PIL e oggi sono attorno ai due punti e mezzo (queste cifre sono però in parte dovute anche alla debolezza della domanda interna).   Donald Trump ci cita spesso come un paese che ha un avanzo commerciale eccessivo nei confronti degli Stati Uniti; ci mette nella stessa categoria della Cina e della Germania.

Eppure tanti vorrebbero riportare il commercio internazionale ai livelli e alle modalità di trenta o quaranta anni fa.   Per esempio, si critica il CETA, l’accordo commerciale con il Canada, che nel suo primo anno di applicazione ha prodotto un aumento delle nostre esportazioni verso quel paese di circa il 10 per cento.

Le critiche all’Unione europea sono altrettanto incomprensibili quando si riflette alla natura dei problemi identificati.   È forse colpa dell’Unione europea se la nostra giustizia civile è così lenta ?   Da chi e cosa dipende la lentezza e l’inefficacia della nostra pubblica amministrazione ?   Che dovrebbe fare l’Unione europea per migliorare la qualità del nostro insegnamento quando questo non è una sua competenza ?

Se a medio-lungo termine la crescita si “comprasse” con i disavanzi, noi dovremmo essere i campioni della crescita in Europa e invece siamo gli ultimi della classe.   Sia l’ex-ministro Pier Carlo Padoan che il ministro Giovanni Tria hanno riconosciuto che il calo degli investimenti pubblici che si osserva in Italia dal 2010 ad oggi non è dovuto a mancanza di finanziamenti; è invece dovuto alle complessità amministrative e giuridiche che sono state create.

Come mai la Spagna e il Portogallo con la stessa moneta riescono a crescere più di noi?   Come mai la crescita italiana ha cominciato a rallentare già negli anni ottanta e novanta ?   Se avessimo avuto una nostra moneta avremmo potuto svalutarla per raggiungere quale obiettivo ?   Avanzi commerciali ancora più alti ?   Ma quanto avremmo dovuto pagare come interessi sul nostro debito pubblico ?   Che scompensi interni avrebbe provocato l’inevitabile tasso di inflazione più alto ?   La debolezza della nostra economia deriva dalla difficoltà di creare nuovi posti di lavoro nel nostro paese.    Nella classifica dei “tassi di occupazione” nel 2017 eravamo i quart’ultimi.   Solo in Polonia, Croazia e Grecia lavorano meno persone che da noi in percentuale della popolazione tra i 15 e i 74 anni.

Le accuse ai capri espiatori tradizionali (globalizzazione, Unione europea, euro) non spiegano la nostra bassa crescita.   Le sue cause sono interne, sono italiane e solo noi possiamo modificarle.

Il governo Renzi era stato formato con il proposito di “riparare” l’Italia, di farla funzionare come gli altri paesi.   Nel 2014 e 2015 sono state lanciate molte riforme che avrebbero dovuto migliorare la situazione (e che forse avranno questo effetto; i risultati delle riforme strutturali si manifestano solo dopo parecchio tempo).    Ma poi il consenso è venuto a mancare e l’attenzione del governo si è rivolta ad altri temi.

Ma quello che è veramente grave è che il governo attuale – che sicuramente riprende più fedelmente dei suoi predecessori le idee che circolano nella nostra opinione pubblica – non sembra rendersi conto di cosa il nostro paese abbia bisogno per crescere.

*Fabio Colasanti, direttore negli anni ’90 del dipartimento Budget della Commissione europea,

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