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A chi sono serviti i sacrifici ?

A questo si aggiunga che la quota del reddito nazionale destinata l lavoro è diminuita e quella dei profitti è aumentata senza investimenti in innovazione



 

Bilancio di vent’anni di sacrifici


Ancora una volta, pressati dall’emergenza, si chiede ai lavoratori moderazione e disponibilità “per il bene del paese”. Ma questa è la ricetta che viene ormai applicata da molto tempo, con pessimi risultati. La strada per spezzare la spirale negativa è un’altra



Eugenio Scalfari ha riesumato dal suo vastissimo archivio interviste a Luciano Lama nelle quali il più emblematico e carismatico leader della Cgil (forse dopo Di Vittorio) contestava la tesi allora in voga del salario come variabile indipendente per sostenere, al contrario, che la difesa dell’occupazione postulava, in una economia aperta, che il salario, ma diciamo meglio, il costo del lavoro si ponesse in funzione della produttività. La tesi era, quindi, che, “per il bene del Paese”, i sindacati dovevano moderare le proprie rivendicazioni se il fine “assolutamente prioritario” doveva essere, come in effetti era, l’occupazione.


 

 



Scalfari ha girato le tesi di Lama alla Camusso, a Bonanni e ad Angeletti ritenendole di viva attualità sia pure in un mondo che, ovviamente, è profondamente cambiato rispetto al tempo – trent’anni fa o giù di li – al quale si riferiscono. Ed invitando i tre leader a rileggerle “perché è del sindacalismo operaio che si parla e del suo compito di interprete delle esigenze dei lavoratori e dei pensionati, ma anche del bene comune”.


 

 



Dobbiamo essere grati a Scalfari per aver richiamato questi documenti che possono essere ben assunti come la enunciazione delle politiche che, in un modo o nell’altro, hanno poi trovato attuazione sia nel senso salariale in senso stretto, sia nel senso delle altre norme che hanno consentito un contenimento del costo del lavoro. È fuori discussione, infatti, che i salari reali sono fermi almeno da una quindicina di anni, e che i cosiddetti contratti atipici hanno determinato una riduzione del costo del lavoro anche rispetto ai contratti che regolano i rapporti a tempo indeterminato, consentendo al tempo stesso una elevata flessibilità (riconosciuta anche dall’Ocse) nell’impiego della quantità di lavoro nei processi produttivi.

 



 

 



E tuttavia, ora come allora il tema è: per difendere e recuperare occupazione occorre innalzare la produttività; e per innalzare la produttività è necessario non più solo moderazione salariale, che questa è data ormai per scontata, ma anche una ancora maggiore flessibilità “in uscita” affinché le imprese non abbiano remore nell’assumere se e quando possono farlo.

 



 

 



Insomma, sostanzialmente la stessa riproposizione delle tesi di trent’anni fa. Una riproposizione – e questo è davvero difficile da capire – che avviene senza una benché minima considerazione di ciò che è avvenuto negli ultimi quindici-venti anni nei quali quelle tesi hanno trovato sostanziale applicazione. Prima di riproporle, sarà il caso di dare uno sguardo agli effetti che hanno determinato? I salari sono fermi da quindici anni, il precariato si è diffuso, la disoccupazione è aumentata, il Pil non cresce più, il Paese nel suo complesso si è impoverito e continua ad impoverirsi: tutto questo non ha nulla a che fare con le politiche  che quelle impostazioni logiche hanno generato? Altro che bene comune!

 



 

 



Una pur sommaria analisi delle ragioni per le quali ci ritroviamo nel desolante stato attuale richiede che sia richiamata qualche elementare nozione sulla produttività. La produttività economica – perché è di questa che si deve parlare in una economia aperta e competitiva – è il rapporto tra il valore della produzione e quello dei fattori impiegati per realizzarla. Il valore della produzione è dato dal prezzo massimo al quale può essere venduta, mentre quello dei fattori è dato, certo, dal costo del lavoro impiegato, ma anche da quello del capitale, intendendo per tale non solo i beni fisici (macchinari, capannoni, energia, materie prime, ecc.) ma anche l’organizzazione, il know-how, i brevetti e gli altri beni immateriali che l’imprenditore può apportare. È ovvio, quindi, che la produttività può salire se si riduce il denominatore, ma può salire anche se aumenta il numeratore. Il denominatore diminuisce contenendo il costo dei fattori, e del lavoro in primo luogo; il numeratore può crescere realizzando prodotti difficilmente aggredibili dalla concorrenza per i loro contenuti di esclusività, di innovazione, di qualità.

 



 

 



Semplificando: per reggere il mercato una impresa ha bisogno di un minimo di produttività che può ottenere o riducendo il denominatore, quindi soprattutto il costo del lavoro, oppure elevando il valore del suo prodotto in modo da sottrarsi alla concorrenza dei Paesi a basso costo ed a bassa tecnologia che le impone prezzi di vendita estremamente compressi, margini risicati e, quindi, impossibilità di occupare più persone e remunerarle più decentemente. La riduzione del costo del lavoro è proprio la strada che la grande maggioranza delle imprese, con la spinta della politica e la sostanziale approvazione dei sindacati, ha percorso da quindici-vent’anni a questa parte col risultato drammatico di un Paese sempre più impoverito che abbiamo tutti sotto gli occhi, senza con questo aver risolto, e neppure ridotto, la piaga della disoccupazione.

 



 

 



Del resto, se una impresa non ce la fa, la riduzione del costo del lavoro non ha altro significato che il trasferimento del costo della sua inefficienza a carico dei suoi dipendenti, così come aiutarla con riduzione di imposte e contributi non ha altro senso che trasferire le conseguenze delle sue inefficienze sulla intera collettività. Nell’un caso e nell’altro quell’inefficienza rimane, e non ci si deve stupire se continuerà a presentare il conto.

 



Ma quell’impresa potrebbe sopravvivere anche se si dedicasse a produzioni di più alto livello e con maggiore valore aggiunto, tale da assicurarsi prosperità anche remunerando il lavoro a livelli più consoni per un Paese che nutra la legittima ambizione di rimanere tra quelli civilmente e socialmente, oltre che economicamente, più evoluti. Questa seconda possibilità, l’unica che può assicurare un effettivo recupero di efficienza economica, comporta però per gli imprenditori un maggiore impegno non solo finanziario, dal momento che postula corposi investimenti, ma anche organizzativo, essendo preclusa, ad esempio, ad un sistema fatto prevalentemente di nanoimprese a carattere rigorosamente familiare. E la legge della sopravvivenza dice che questa viene perseguita sempre con il metodo più semplice, immediato e meno costoso disponibile; quindi riducendo il denominatore, ossia riducendo il costo del lavoro. Con buona pace – si deve aggiungere a questo punto – di chi recrimina sul progressivo impoverimento non solo dei lavoratori, ma dell’intero Paese nel suo complesso.

 



 

 



Abbandonare la strada seguita (e che si intende ancora seguire) non è facile: significa alzare l’asta che le imprese devono superare per sopravvivere, cominciando col precludere di potersi avvalere di lavoro a costi sempre più bassi. Significa accettare che molte non ce la faranno ed avere la forza di attendere che altre si organizzino per sopravvivere senza contare sul progressivo impoverimento dei lavoratori e dell’intero Paese. Significa rinunciare alla priorità di una occupazione purchessia per indurre una ricomposizione del sistema produttivo in grado di produrre la ricchezza necessaria per risolvere il conflitto tra la sopravvivenza delle imprese e più soddisfacenti condizioni economiche di chi lavora. Significa compiere uno sforzo forse epocale per assistere la disoccupazione che necessariamente si creerà almeno per un periodo di transizione. Significa una politica che aiuti le imprese non abbassando continuamente l’asta che devono saltare, ma che le aiuti in tutto ciò che le può portare a saltare un’asta più alta. È difficile, l’abbiamo detto. C’è in primo luogo da superare una cultura diffusa  a motivo della quale per difendere nell’immediato posti di lavoro si accetta qualsiasi prezzo, anche se nel tempo gli effetti che si determinano sono del tutto opposti: la disoccupazione non si risolve e gli occupati stanno sempre peggio. Davvero possiamo ancora credere che se ne possa uscire con ulteriori somministrazioni di “moderazione” salariale, di “flessibilità”, ed in definitiva di povertà?


 





 
Alfredo Recanatesi
 
(02/02/2012)


 


www.eguaglianzaeliberta.it

Di Leonardo Romagnoli (05/02/2012 9.45.28, in Italia, letto 1 volte)
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Il timoniere del Titanic

Un ritratto al vetriolo mavero del peggior ministro dell'economia della storia repubblicana... superbone tremonti

Il timoniere del Titanic

Il manuale di navigazione del timoniere del Titanic



23 gennaio 2012 fabio scacciavillani

Con un misto di piagnistei, autoassoluzioni e palesi falsità profferite nello studio dello zerbino buonista più amato dai politicanti (dopo l'intervista all'Annunziata e quella su Corriere), Voltremont annuncia il ritorno in libreria il 25 gennaio con un libro-programma (ipse dixit) intitolato "Uscita di Sicurezza". Per prepararvi degnamente all’evento e alle future comparsate in programma su tutte le reti nei prossimi giorni, vorrei sintetizzare alcuni passaggi di un libro che ho scritto di recente con Giampiero Castellotti, "Il Timoniere del Titanic", che ripercorre la storia dell’ex Superministro dall’infanzia valtellinese alla fine dell’ultimo (si spera) governo Berlusconi. Così quando sentirete e leggerete le fantasie librantisi dall'universo onirico del noto contabile valtellinese, avrete a portata di mano una documentazione sui fatti reali.


Domenica sera Tremonti sembrava riemerso dalle nebbie di un passato remoto, il reduce di una stagione lontana e dimenticata, l'immagine sbiadita di un potente. Eppure meno di anno fa era sulla cresta di un'onda che sembrava non infrangersi mai. Addirittura il Segretario del maggior partito di opposizione si dichiarava più o meno esplicitamente disposto ad appoggiare un  governo con a capo Tremonti, se Berlusconi si fosse fatto da parte.


In realtà la caduta del Superministro risale a poco più di due mesi.Ecco alcuni articoli di giornale usciti a ottobre: il Giornale 10 ottobre 2011 “E Giulio ottiene l’unzione dei vescovi”: Il pio Giulio ha ottenuto quello che cercava: ieri mattina prima ancora della Santa Messa aveva gia’ incassato la benedizione dei vescovi [....]. Si dà un gran daffare il catecumenale della Valtellina. Parla con Bossi e lo convince a intervenire, fa fuoco e fiamme con Letta mentre il premier sta in Russia”.


Il Corriere della Sera 17 ottobre 2011 “Pdl e Tremonti al duello decisivo”: Settimana decisiva per sciogliere uno dei nodi gordiani del governo. Nelle intenzioni del premier e della maggioranza il decreto sviluppo su cui Berlusconi ha detto di stare lavorando personalmente [un uomo una garanzia NdA] deve dare una scossa all’economia e dovra’ arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri entro venerdì”.


E non mancavano i coriferi a libro paga ministeriale come il solito Fortis che sul Sole24Ore del 15 ottobe 2011 titolava “E’ l’Italia la scattista del commercio globale" in cui si celebrava un qualche miracolo italiano, merito implicito del noto commercialista.


Poi il tonfo del governo Berlusconi, con il conseguente defenestramento e isolamento politico. Anche nella Lega pochi mostrano di rimpiangerlo. Ma lui insiste con la patina pseudo-intellettualistica demolita in "Tremonti, Istruzioni per il Disuso", nella speranza di riemergere sulla scena. C'e' un aspetto che è rimasto sfuggente nelle tante incarnazioni di questo Scilipoti d'antan (come lo chiamiamo ne "Il Timoniere del Titanic"): da dove viene e cosa ha rappresentato Tremonti? In sostanza questa figura che evoca la macchietta più che l'intellettuale rappresenta uno degli agenti patogeni (nonil solo, ma certo uno dei principali) che ha inculcato il virus della Prima Repubblica nel sistema politico emerso dopo Tangentopoli.


Il Libro comincia proprio da questo punto "La Prima Repubblica non è mai stata debellata. Come i micidiali virus di febbri emorragiche ha però subíto delle mutazioni genetiche che le hanno permesso di eludere gli anticorpi inoculati nella stagione di Mani Pulite e di adattarsi al nuovo ambiente creatosi con la distruzione dei partiti e l’eliminazione politica dei mediocrissimi despoti che vi spadroneggiavano. Gli agenti di questa mutazione sono stati uomini rimasti annidati nei meandri del potere consociativo solidificatosi negli anni Settanta e di cui esercitavano una fetta più o meno vasta, lontano dalle luci della ribalta".


La fase di quiescenza del virus non fu lunga. Nemmeno due anni dopo il crollo dei partiti tradizionali (escluso il Pci), la discesa in campo di un piduista, cresciuto imprenditorialmente sotto la ben remunerata tutela craxiana, fu un richiamo della foresta potente. Già in quella fase Tremonti, mollato Mario Segni diventa uno degli uomini-chiave, alla testa del ministero delle Finanze. All'epoca è uno dei commercialisti di maggior successo, con un passato di consigliere dei ministri Reviglio e Formica (che pochi giorni fa gli ha dedicato un'affettuosa lettera aperta sull'Avanti di Lavitola, un ambientino di tutto rispetto).


Tremonti firma editoriali sul “Corriere della Sera” dal 1984 (direzione Ostellino) dandosi una veste da liberista, riformatore radicale e iconoclasta del fisco rapace. Dietro questo paravento si muove a suo agio nei corridoi e nei sottoscala romani, curando incarichi delicati (con parcelle commensurate) di grandi gruppi industriali. 


Il ruolo di Tremonti nella galassia berlusconiana viene spacciato per quello di un tecnico. In Italia c'e' sempre la fascinazione per questa parola, sin dagli anni '70 in cui si attribuiva questa patente a personaggi variegati da Stammati a Visentini. A Tremonti la maschera del tecnico serve per una tragica messinscena. A questoil libro dedica un passaggio chiave in cui viene messo in luce che per eludere gli anticorpi un virus geneticamente modificato deve trovare un agente in cui inocularsi. Certo, esistevano tanti  riciclati e sdoganati provenienti dal defunto pentapartito, da Cicchitto a Casini, da Tabacci a Pisanu, da poter utilizzare all’uopo. Ma tali personaggi erano comunque percepiti dal grande pubblico come politici di professione, quando la narrazione berlusconiana sull’uomo del fare, imponeva sul palcoscenico un background professionale. Occorreva il Gattopardo nella veste di specchietto per le allodole, l’homo novus da cornice al mito dell’imprenditore prestato alla politica per reciderne i nodi gordiani. 


Nella storia repubblicana non c’è stato alcuno che abbia concentrato così tanto potere per un tempo così lungo e continuo. Un potere istituzionale superiore a quello del Presidente del Consiglio (esercitato per otto dei passati dieci anni) che personaggi come Andreotti, Ciampi, Craxi, Carli, Andreatta, Colombo, Einaudi, avevano potuto soltanto sognare. A fronte di un ambito decisionale vastissimo e godendo di un credito senza precedenti sui giornali, nei media e persino negli ambienti intellettuali (o pseudo tali), Tremonti puó vantare risultati risibili a parte la vanagloria e l'abilita' a infinocchiare due furbastri di tre cotte come Berlusconi e Bossi.


Berlusconi di politica economica capisce nemmeno il minimo che si può estrapolare dalla lettura di TV Sorrisi e Canzoni. Ha lasciato a Tremonti mano libera perché sostanzialmente non ha convinzioni politiche ma la mente rivolta alle sue aziende e i suoi processi, che costituiscono un unicuum. E in questo senso Tremonti non ha deluso: ha sempre mantenuto un occhio particolare per Mediaset, a partire dalla depenalizzazione del falso in bilancio e le circolari compiacenti sugli "investimenti" in film. 


Il rapporto d’acciaio che ha unito fino a due mesi fa Tremonti alla Lega è sconcertante. Come accade ai cani, che quando si incontrano tendono fiutarsi a lungo nelle parti intime, anche Tremonti e Bossi hanno impiegato un po’ di tempo prima di stringere amicizia. Tremonti intuisce che in seno alla Lega, oltre ai personaggi folkloristici alla Borghezio, esiste un’ala che ha assaporato il profumo del potere ministeriale e ne è rimasta inebriata. Si tratta di gente senza arte né parte, mezze tacche di provincia, dei Bossi in sedicesimo. Di questo, milieu Tremonti non fa parte, ma lo conosce bene perché è  stato incubato in posti come Sondrio e la cintura prealpina, per poi estendersi alla pianura e alle plebi inurbate. Tremonti sa che la rabbia parolaia nasconde il concreto desiderio di poltrone e scalate sociali. Ha la freddezza di capire - come sfruttare  quella voglia per i propri fini. Tuttavia rimane oscura l’origine di questa apertura di credito. Non è chiaro come sia riuscito ad ottenere la fiducia incondizionata, soprattutto nei momenti cruciali, quando gli amici si rivelano, di un gruppo molto chiuso e diffidente verso l’esterno.


Per di più i leghisti raramente hanno incalzato il Superministro. Dall’appoggio incondizionato a Tremonti la Lega non ha mai ottenuto uno straccio di risultato da buttare sul piatto della bilancia celtica nei comizi sul Pratone. Nelle ampolle ristagnava l’acqua inquinata del Po, mentre la pazienza della base tracimava e soldi prendevano la volta della Tanzania.


Ora lo Zelig della Valtellina passato dal Manifesto a Craxi, da Segni a Berlusconi, da Borghezio all'Aspen, dal liberalismo all'antimercatismo, vuole compiere un'altra piroetta acrobatica di riciclo. Certo nel Consiglio di Amministrazione della Rai vanta ancora qualche ammiratore. Ma si tratta di brandelli di influenze che non resisteranno troppo a lungo nel nuovo clima da solidarietà nazionale. Finita la girandola dei talk show, non e' chiaro chi dovrebbe seguire questo autoproclamatosi generale che non ha mai vinto una battaglia, al massimo ha soddisfatto qualche capriccio e la sete di potere andreottianamente fine a sé stesso. Uscita quindi, forse di sicurezza, certo di scena. 


 


da www.noisefromamerika.org


Di Leonardo Romagnoli (24/01/2012 10.50.20, in Italia, letto 27 volte)
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Produttività e flessibilità

Se il problema è la produttività in Italia, stiamo operando nella direzione sbagliata

Produttività e flessibilità

Lavoro: meno flessibile, più produttivo
20/01/2012
di Bruno Contini


La produttività del lavoro si riduce dal 2001, a causa di contratti atipici, bassi salari e stagnazione degli investimenti. Serve riformare il sistema fiscale e lo Stato sociale


È luogo comune che da molti anni oltre due terzi delle nuove assunzioni in Italia avvengono con contratti variamente atipici che, in larga misura, escludono dalla tutela del welfare chi viene assunto. Il numero dei precari senza tutele è cresciuto a dismisura nell’ultimo quindicennio: oggi, alla soglia dei 29 anni, oltre metà dei cittadini non ha ancora un posto di lavoro fisso, con ben note conseguenze sullo stile di vita e le aspettative sul futuro. E la stragrande maggioranza di queste persone è soggetta a un eccessivo turnover, con durata media di ogni periodo di occupazione continuata inferiore a due anni, inframmezzati da periodi senza né lavoro né indennità di disoccupazione. Ma vi sono anche quasi due milioni di persone, giovani di età 19-30 al momento del primo impiego, “gettate fuori” dal mercato del lavoro da almeno 7-8 anni, dopo un primo periodo di occupazione perfettamente regolare a cui segue una sparizione tout court dal mercato del lavoro regolare: una modalità di utilizzo di forza-lavoro che viene ormai comunemente chiamata “usa e getta”. Per molti è probabile che la destinazione finale sia l’economia sommersa, per altri uno stato di disoccupazione permanente che si trasforma presto in condizione di inattività da scoraggiamento. I numeri sono drammatici. Su 100 entrati per la prima volta nel lavoro regolare alla fine degli anni Ottanta in età 19-30, meno di 80 sono ancora al lavoro venti anni dopo: i restanti 20 sono letteralmente scomparsi nel corso del tempo. Un turnover così elevato ha conseguenze assai negative sulla crescita e sull’innovazione tecnologica. Al di là della ridotta capacità di consumo delle famiglie, già grave problema di per sé, ne risente sia l’accumulazione di capitale umano che l’innovazione tecnologica perché viene meno l’incentivo a investire in formazione da parte delle imprese e dei lavoratori stessi. I dati OECD indicano che la produttività del lavoro (misurata dalla differenza tra il tasso di crescita del PIL e quello dell’occupazione) è notevolmente cresciuta nel periodo 2000-2008 in molti paesi europei. Invece in Italia (e in Spagna) la produttività del lavoro va riducendosi dal 2001, e così anche la MFP (multi-factor productivity), conseguenze probabili dell’enorme abuso di contratti variamente atipici, a bassi salari e alta flessibilità e della stagnazione degli investimenti che ne consegue.
Molti autorevoli economisti riconoscono che le politiche per l’occupazione dei giovani dell’ultimo ventennio hanno avuto un successo assai modesto. Il capo-economista della Banca Mondiale, O. Blanchard, si è recentemente chiesto coraggiosamente: “ne sappiamo abbastanza per dare consigli ?”. Forse sì, forse no. Ma sicuramente abbiamo a che fare con tendenze persistenti e strutturali, difficilissime da modificare senza drastiche riforme del sistema fiscale e dello Stato sociale. Non riforme “al margine”, come quasi tutte quelle che sono state introdotte in Italia negli ultimi vent’anni. Ma le riforme strutturali richiedono una classe politica forte e un elettorato disposto a sostenerle energicamente. C’è da sperare che la sobrietà e la serietà di intenti del Governo Monti aiuti il paese a reagire all’apatia e all’antipolitica diffusa negli anni del berlusconismo, e riesca nell’intento di mettere in moto un ciclo virtuoso di riforme strutturali in grado di incidere sull’assetto del mercato del lavoro. I cui risultati più importanti potranno vedersi solo nel medio-lungo periodo.
Il disegno di legge Nerozzi (che recepisce molte idee della proposta Boeri-Garbaldi di qualche anno fa) sembra una buona piattaforma di avvio per il negoziato sul mercato del lavoro che si sta aprendo in questi giorni. Il Contratto Unico di Ingresso (CUI), o “contratto prevalente a tutele crescenti”, prevede un percorso di ingresso di durata non superiore ai tre anni, durante il quale il lavoratore acquisisce garanzie crescenti qualora si verifichino interruzioni del rapporto di lavoro. Al termine dei tre anni il contratto si trasforma automaticamente in contratto a tempo indeterminato, sottoposto a tutela reale come prevista dalla normativa vigente. Il CUI è pensato come strumento per garantire tutele minime ai lavoratori non protetti dalla contrattazione e non proibisce forme contrattuali diverse, ma “mira a un loro forte ridimensionamento scoraggiandone l’abuso”. Dovrebbe sostituire la pletora di forme contrattuali atipiche a oggi vigenti, e portare a un allineamento dei contributi previdenziali tra tutti quelli che rimarranno in essere pro tempore. Il CUI è un contratto che ammette flessibilità sull’uso dello straordinario e sull’orario di lavoro con modalità negoziate tra le parti. Il disegno di legge Nerozzi riconosce che la contrattazione aziendale decentrata è più funzionale a un utilizzo razionale di forza-lavoro: in nessun modo, tuttavia essa può contravvenire alle procedure costituzionalmente previste, come invece è il caso per l’art. 8 della legge 148/2011 che, introducendo il “contratto di prossimità”, produce effetti vincolanti erga omnes.
In caso di licenziamento prima della decorrenza del terzo anno, il lavoratore assunto con CUI maturerebbe un indennizzo a carico dell’impresa pari a cinque giorni di salario ogni mese lavorato. Dopo un anno, l’indennizzo è pari a due mesi di salario; dopo due anni a quattro mesi.
Mi pare relativamente infondato, il timore di Tiraboschi che vede nel CUI un depotenziamento dell’aspetto formativo che caratterizza il nuovo contratto di apprendistato (accordo firmato in estate 2011). Una volta riportata la fascia di età dell’apprendistato entro limiti più ragionevoli (oggi l’applicabilità del contratto si estende fino a 29 anni) – il CUI e il contratto di apprendistato potrebbero convivere, posto che il target dell’apprendistato è pensato come molto più professionalizzante di qualsiasi altra forma contrattuale, e che, per questo motivo, richiede un monitoraggio specifico e relativamente costoso della fase formativa, pena la inadempienza degli obblighi formativi del datore di lavoro così come, in molti casi, avveniva per i CFL.[1]
La proposta Nerozzi recepisce il principio che i lavoratori a tempo indeterminato guadagnino meno di coloro che vengono assunti a progetto e/o a tempo determinato, qualunque sia la tipologia di contratto atipico che viene utilizzato. I lavoratori assunti con tali contratti devono essere compensati per il maggiore rischio di restare senza lavoro, e il relativo costo deve essere a carico dell’impresa. I datori di lavoro che volessero assumere con contratti a progetto o a tempo determinato dovrebbero quindi pagare i lavoratori al di sopra di una soglia da determinare, ad esempio di 25 mila eu/ anno, o anche più elevata se è particolarmente elevato il rischio di perdere il lavoro.[2]
La strada degli incentivi e sgravi contributivi che vigeva con i contratti formazione-lavoro al fine di favorire l’ingresso dei giovani, e che era stata autorevolmente appoggiata dalle istituzioni comunitarie, ampiamente utilizzata sia in Italia che in altri paesi membri, andava esattamente nel senso opposto, rendendo conveniente l’utilizzo sistematico dei giovani con contratti a tempo determinato che potevano ripetersi nel tempo.
Il governo deve affrontare contestualmente una riforma degli ammortizzatori sociali in grado di tutelare la generalità dei lavoratori, e in particolare i precari. Il sussidio di disoccupazione è ancora oggi modestissimo e disponibile solo per un’esigua minoranza di lavoratori con contratto standard; la CIG ha avuto e continua ad avere un ruolo fondamentale in tutti questi anni di pesanti ristrutturazioni industriali, ma, anche questa, si rivolge a una platea molto parziale di lavoratori. Il progetto di riforma dovrà salvaguardare le centinaia di migliaia di persone in mobilità che, alla scadenza, non avranno i requisiti per andare in pensione. Dovrà anche tenere in conto l’esistenza di un “esercito di riserva” di oltre tre milioni di “inattivi ma disposti a lavorare” – lavoratori “scoraggiati” a tutti gli effetti – che non ha eguali in nessun paese europeo (in Francia gli inattivi disposti a lavorare sono un decimo di quelli italiani; perfino in Spagna sono meno di un terzo). La differenza tra l’Italia e tali paesi sta proprio nel fatto che altrove esistono sussidi di disoccupazione generalizzati che agiscono da disincentivo al dichiararsi inattivo. In Italia tale disincentivo non esiste. Una larga parte dei tre milioni di persone in condizione di inattività, ma disposti a lavorare, lo sono da 8-10 anni. Il loro numero è cresciuto di quasi 200 mila unità all’anno dal 2004 a oggi, e continuerà a crescere nei prossimi anni, stante le condizioni dell’economia. Non vi è dubbio che almeno la metà degli inattivi disposti a lavorare siano da considerare disoccupati a tutti gli effetti, e che molti altri lavorino nel sommerso: anche escludendo dal computo gli irregolari del sommerso, il tasso reale di disoccupazione italiana verrebbe a collocarsi vicino al 15%, lontanissimo dal 9% circa che viene sbandierato nelle statistiche ufficiali. Nel momento in cui fosse introdotto un sussidio di disoccupazione generalizzato, molti degli attuali inattivi si presenterebbero con i requisiti in regola per ottenerlo. Nel fare i conti di quanto costerà la riforma e dove trovare le risorse per finanziarla, sarà necessario avere bene in mente questo scenario.



 


[1] Non è da trascurare la proposta di Boeri e Garibaldi sull’opportunità che Università e imprese creino dei corsi di laurea triennale da svolgere sia in aula che in posti di lavoro monitorati all’interno delle imprese stesse. Qualche forma di sperimentazione non dovrebbe essere difficile da realizzare – il Politecnico di Torino ne ha già in corso – e fornirebbe elementi per migliorarla in itinere.


[2] Ci si dovrà chiedere in fase di approntamento degli strumenti adeguati – qualora si ispirino al disegno di legge Nerozzi – se siano prevedibili “facili” forme di elusione degli obblighi e/o comportamente opportunistici e/o decisamente truffaldini specialmente (ma non solo) sui contratti atipici che resterebbero comunque in essere. È noto che, specialmente in alcuni settori e in alcune regioni, sono frequenti i casi di buste-paga mensili di 1.500 euro, cui corrisponde una corresponsione effettiva di soli 1000 euro. La minaccia di licenziamento se il lavoratore non accetta sarebbe forte specialmente se l’assunzione fosse avvenuta con contratto atipico che prevede cessazione del rapporto senza costi per il datore. Al lavoratore potrebbe facilmente essere rinfacciato che il suo salario è comunque più alto di quello che otterrebbe sotto un CUI, e che i contributi previdenziali sono versati sulla base della busta-paga ufficiale. Non è affatto impossibile che comportamenti altrettanto truffaldini possano aversi anche con i CUI: l’incentivo sarà però minore perché un licenziamento nel corso dei tre anni sarebbe più costoso per il datore e il salario del lavoratore è comunque inferiore a quello che verrebbe corrisposto con contratto atipico per una prestazione analoga.


www.sbilanciamoci.info
 

Di Leonardo Romagnoli (23/01/2012 9.27.52, in Italia, letto 5 volte)
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Come si può creare occupazione ?

Senza occupazione che senso ha discutere di licenziamenti e art .18? E' come parlare di obesità a chi soffre la fame.

Come si può creare occupazione ?

UN NEW DEAL


 


di Luciano Gallino


 


Ci sono due strade per creare occupazione. Una è quella delle politiche fiscali: lo Stato riduce le tasse alle imprese per incentivarle ad assumere. L´altra vede lo Stato creare direttamente posti di lavoro. Rientrano palesemente nella prima le misure predisposte dal governo che sono entrate in vigore a gennaio.
La più rilevante sta nell´articolo 2: prevede, per le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani sotto i 35 anni, una deduzione Irap di 10.600 euro per ogni neo assunto, aumentata della metà per le imprese del Meridione.
C´è una obiezione di fondo alle misure del governo: le politiche fiscali presentano una serie di inconvenienti che ne limitano molto la capacità di creare occupazione. Anzitutto esse offrono incentivi a pioggia, ossia non distinguono tra i settori di attività economica in cui appare più utile creare occupazione. Un nuovo assunto è un disoccupato in meno, però sarebbe meglio per l´economia se l´assunzione riguardasse un centro di ricerca invece che un fast food, scelta che non si può fare con incentivi del genere. In secondo luogo bisognerà vedere se le imprese aumentano realmente il personale grazie alle assunzioni incentivate dagli sgravi fiscali, oppure se ne approfittano licenziando appena possono un numero ancora maggiore di quarantenni. Infine le politiche fiscali hanno un effetto incerto. Un´impresa che sa di fruire entro l´anno fiscale di uno sgravio di imposta per ogni assunzione non è detto si precipiti ad assumere tot operai o impiegati il 2 gennaio. È possibile che aspetti di vedere come andranno i futuri ordinativi, i crediti che ha richiesto, i pagamenti dei clienti in ritardo di un anno; con il risultato che, ove decida di assumere, lo fa magari a novembre. Uno sfasamento troppo lungo a fronte di 7 milioni di disoccupati e male occupati in attesa.
Veniamo alla seconda strada. Dagli Usa provengono due casi che attestano, da un lato, la scarsa efficacia delle politiche fiscali per creare occupazione; dall´altro, il ritorno dell´idea che il modo migliore per farlo consiste nel creare direttamente posti di lavoro. A febbraio 2009 il governo Obama varò una legge sulla ripresa (acronimo Arra) comprendente un pacchetto di 787 miliardi di dollari tra riduzione di imposte, prestiti e facilitazioni di vario genere. Secondo uno studio di due consiglieri del presidente, grazie a tale intervento si sarebbe evitato che la perdita di posti di lavoro toccasse i 5 milioni, mentre entro fine 2010 se ne sarebbero creati 3.675.000 di nuovi. E la disoccupazione avrebbe toccato al massimo l´8% a metà 2009 per scendere presto al 7. In realtà i posti di lavoro persi dopo l´entrata in vigore della legge hanno superato gli 8 milioni, quelli creati ex novo erano soltanto un milione e mezzo a metà 2011 e il tasso di disoccupazione ha toccato il 10%.
Forse scottato dall´insuccesso di Arra, a ottobre 2011 il presidente Obama ha presentato al Congresso un altro piano in cui le politiche fiscali hanno ancora un certo peso, però accanto ad esse propone lo stanziamento di 140 miliardi di dollari per mantenere in servizio 280.000 insegnanti; modernizzare oltre 35.000 scuole; effettuare investimenti immediati per riattare strade, ferrovie, trasporti locali e aeroporti e ridare così un lavoro a centinaia di migliaia di operai delle costruzioni. In sostanza, il governo Usa ha deciso di puntare meno sui tagli di tasse e assai più su interventi diretti "per creare posti di lavoro adesso" (così dice la copertina del piano). È un passo significativo verso un recupero da parte dello Stato del ruolo di datore di lavoro di ultima istanza, quello che durante il New Deal creò in pochi mesi milioni di posti di lavoro.
Uno Stato che voglia oggi rivestire tale ruolo assume il maggior numero possibile di disoccupati a un salario vicino a quello medio (intorno ai 15.000 euro lordi l´anno), e li destina a settori di urgente utilità pubblica; tali, altresì, da comportare un´alta intensità di lavoro. Quindi niente grandi opere, bensì gran numero di opere piccole e medie. Tra i settori che in Italia presentano dette caratteristiche si possono collocare in prima fila il riassetto idrogeologico, la ristrutturazione delle scuole che violano le norme di sicurezza (la metà), la ricostruzione degli ospedali obsoleti (forse il 60%). Significa questo che lo Stato dovrebbe mettersi a fare l´idraulico o il muratore, come un tempo fece panettoni e conserve? Certo che no. Lo Stato dovrebbe semplicemente istituire un´Agenzia per l´occupazione, che determina i criteri di assunzione e il sistema di pagamento. Dopodiché questa si mette in contatto con enti territoriali, servizi per l´impiego, organizzazioni del volontariato, che provvedono localmente alle pratiche di assunzione delle persone interessate e le avvìano al lavoro. È probabile che non vi sarebbero difficoltà eccessive a farlo, visto le tante Pmi, cooperative e aziende pubbliche, aventi competenze idonee in uno dei settori indicati, le quali potrebbero aver interesse a impiegare stabilmente personale il cui costo è sopportato per la maggior parte dallo Stato.
La domanda cruciale è come finanzia le assunzioni il datore di lavoro di ultima istanza. Si può tentare qualche indicazione, partendo da una cifra-obiettivo: un milione di assunzioni (di disoccupati) entro pochi mesi. A 15.000 euro l´uno, la spesa sarebbe (a parte il problema di tasse e contributi) di 15 miliardi l´anno. Le fonti potrebbero essere molteplici. Si va dalla soppressione delle spese del bilancio statale che a paragone di quelle necessarie appaiono inutili, a una piccola patrimoniale di scopo; dal contributo delle aziende coinvolte, che potrebbero trovare allettante l´idea di pagare, supponiamo, un terzo della spesa pro capite, a una riforma degli ammortizzatori sociali fondata sull´idea che, in presenza di lunghi periodi di cassa integrazione, proponga agli interessati la libera scelta tra 750 euro al mese o meno per stare a casa, e 1.200 per svolgere un lavoro decente. Altri contributi potrebbero venire da enti territoriali e ministeri interessati dalle attività di ristrutturazione di numerosi spazi e beni pubblici. Non va infine trascurato che disoccupazione e sotto-occupazione sottraggono all´economia decine di miliardi l´anno. John M. Keynes - al quale risale l´idea di un simile intervento - diceva che l´essenziale per un governo è decidere quali scelte vuol fare; poi, aguzzando l´ingegno, i mezzi li trova.



La Repubblica 22.1.12

Di Leonardo Romagnoli (23/01/2012 9.19.27, in Italia, letto 30 volte)
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Crisi e precarietà

per uscire dalla crisi bisogna guardare avanti e non tornare indietro sul fronte del lavoro

Crisi e precarietà

Più precarietà uguale più crisi


 


di Guglielmo Forges Davanzati*

La drammatica crisi dell’eurozona è, in larghissima misura, una crisi indotta da politiche economiche del tutto irrazionali, fondate sulla convinzione che il perseguimento del rigore finanziario debba essere contestuale all’adozione di misure per accelerare la crescita economica. Con ogni evidenza, si tratta di un ossimoro: è davvero arduo, se non logicamente impossibile, immaginare che una ripresa significativa del tasso di crescita possa derivare da provvedimenti a costo zero. D’altra parte, l’evidenza conferma che le politiche recessive messe in atto non producono altri effetti se non l’aumento del rapporto debito pubblico/PIL, ovvero il risultato esattamente opposto rispetto a quello che ci si attende. Ciò a ragione del fatto che l’aumento della pressione fiscale (e la riduzione della spesa pubblica) riduce i consumi, la domanda e l’occupazione – così che riduce il PIL – e, al tempo stesso, riducendo l’occupazione, comprime la base imponibile, dunque il gettito fiscale, rendendo “necessarie” ulteriori misure restrittive per recuperare risorse per pagare gli interessi sui titoli del debito pubblico.

In questo scenario, e con riferimento al caso italiano, il dibattito ruota intorno alla necessità di mettere mano a un’ulteriore “riforma” del mercato del lavoro in nome della “modernizzazione” delle relazioni industriali con la clausola del no-tabu. Come ha chiarito il Presidente Monti, infatti, le riforme del mercato del lavoro devono essere fatte senza alcuna preclusione di sorta, assumendo che ogni diritto possa essere negoziabile.

E’ ampiamente dimostrato, sul piano teorico ed empirico, che le politiche di ‘flessibilità’ del lavoro non accrescono l’occupazione e tendono ad associarsi a una riduzione della quota dei salari sul PIL. Per dar conto della reiterazione di provvedimenti di precarizzazione del lavoro, quando questi si sono rivelati del tutto controproducenti per gli obiettivi che si dichiara di voler perseguire, e della loro accelerazione negli ultimi anni in Italia, si può partire dalla constatazione stando alla quale il principale problema strutturale dell’economia italiana consiste nella modesta crescita della produttività. L’OCSE registra che i differenziali di produttività fra l’Italia e gli altri principali Paesi membri sono aumentati nel corso dell’ultimo biennio, attestandosi al 25%. E’ opportuno considerare che la produttività cresce soprattutto a seguito dell’avanzamento tecnico. Ma, con ogni evidenza, non è questa la strada che si intende percorrere, se solo si considerano i rilevanti tagli alla ricerca scientifica messi in atto nell’ultimo triennio. Questi provvedimenti non fanno altro che accentuare la crisi, per le seguenti ragioni.

1) Per un dato assetto tecnico, la produttività del lavoro aumenta se la minaccia di licenziamento diventa più efficace e credibile. In tal senso, l’accelerazione delle politiche di precarizzazione del lavoro non serve ad accrescere l’occupazione, ma semmai ad accrescere l’intensità del lavoro, il che si rende possibile solo a condizione che esista un ampio bacino di disoccupati che renda efficace e credibile la minaccia di licenziamento (o di non rinnovo del contratto di lavoro). E, tuttavia, gli effetti della precarietà del contratto di lavoro sulla produttività sono ambigui. Sebbene, infatti, la maggiore credibilità del licenziamento derivante dalla somministrazione di contratti flessibili possa ‘disciplinare’ i lavoratori, accrescendone il rendimento, questo effetto può essere controbilanciato dalla minore motivazione che un lavoratore ha nel caso in cui percepisca come probabile il non rinnovo del contratto. Si tratta di eventualità frequenti in contesti di alta disoccupazione e di facile sostituibilità dei lavoratori (a sua volta riconducibile alla bassa dotazione di capitale umano richiesta), dal momento che – in queste condizioni - le imprese possono attingere a una platea ampia di disoccupati, disponibili ad accettare salari bassi e peggioramento delle condizioni di lavoro. In ogni caso, poiché la dinamica della produttività del lavoro dipende in massima misura dall’avanzamento tecnico, le politiche di precarizzazione del lavoro hanno l’ulteriore effetto negativo di comprimere il tasso di crescita.

E’ rilevante osservare che le politiche di precarizzazione esercitano effetti negativi anche sull’attività di ricerca del lavoro, sia perché contribuiscono a ridurre salari e occupazione, sia perché orientano la domanda di lavoro proveniente dalle imprese verso occupazioni di bassa qualità, proprio a ragione del fatto che disincentivano modalità di competizione basate sull’introduzione di innovazioni e, dunque, sul miglioramento della qualità della domanda di lavoro. La quota dei lavoratori ‘scoraggiati’ sul totale della forza-lavoro si assesta oggi, in Italia, al 3.5% ed è stata in costante aumento nel corso dell’ultimo decennio, e riguarda prevalentemente lavoratori nella fascia d’età compresa fra i 20 e i 30 anni, soprattutto donne. Si tratta di individui che hanno smesso di cercare occupazione. Il fenomeno è imputabile a due circostanze: in primo luogo, alla bassa probabilità di trovare impiego (o un impiego coerente con le qualifiche acquisite), così che al crescere del tasso di disoccupazione aumenta la platea di lavoratori scoraggiati; in secondo luogo, è imputabile alla possibilità di garantirsi un reddito di sussistenza senza lavorare, possibilità che si determina nel caso in cui i consumi sono garantiti dai risparmi delle famiglie d’origine, o da redditi derivanti da occupazioni irregolari.

Si tratta di un fenomeno preoccupante per due ordini di ragioni. In primo luogo, l’esistenza di un’ampia platea di lavoratori scoraggiati può segnalare il fatto che è ampia l’occupazione nell’economia sommersa, ovvero che chi smette di cercare lavoro nell’economia regolare lo fa perché ottiene reddito da attività illecite. Si può ritenere che si tratta, in questo caso, di individui con basso reddito e con basso livello di istruzione. In secondo luogo, i lavoratori scoraggiati traggono risorse per i propri consumi prevalentemente dai risparmi delle loro famiglie. Il che genera progressiva compressione dei risparmi e, nella misura in cui, l’accumulazione di risparmi è una precondizione per il finanziamento degli investimenti, ciò determina riduzione degli investimenti, della domanda aggregata e dell’occupazione. In più, poiché ad alta disoccupazione è associata bassa propensione a cercare occupazione, da ciò segue un ulteriore aumento della quota di lavoratori scoraggiati sul totale della forza-lavoro. Si può osservare che questa dinamica acuisce il problema dell’assenza di mobilità sociale in Italia, in quanto rende possibile l’inattività solo a giovani la cui sussistenza è garantita dalla ricchezza accumulata dalle famiglie d’origine. In tal senso, un elevato tasso di disoccupazione, associato a inattività volontaria, contribuisce a perpetuare le differenze di status, in un Paese – l’Italia – che, stando alle ultime rilevazioni OCSE, è, con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, il Paese con la minore mobilità sociale fra i Paesi principali industrializzati.

2) Le politiche di precarizzazione del lavoro, inoltre, incentivano le imprese a competere mediante compressione dei costi di produzione (salari e costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori in primis), disincentivando le innovazioni. Ciò a ragione del fatto che, potendo ridurre i prezzi mediante riduzioni del costo del lavoro, le imprese non hanno interesse a introdurre miglioramenti organizzativi e/o innovazioni di processo e di prodotto, soprattutto laddove l’introduzione di innovazioni richieda spese ingenti ed elevato indebitamento nei confronti del sistema bancario.

Si torna, così, al punto di partenza. La precarizzazione del lavoro, riducendo occupazione, salari e produttività, riduce il tasso di crescita e la base imponibile. Il che rende “necessarie” ulteriori manovre recessive, in una spirale viziosa che impoverisce soprattutto le famiglie con redditi più bassi, le aree periferiche e le piccole imprese, e che, soprattutto, diventa sempre più socialmente insostenibile.

* Università del Salento

(16 gennaio 2012)


da micromega.it

Di Leonardo Romagnoli (18/01/2012 9.16.25, in Italia, letto 34 volte)
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Un paese anormale

gli italiani sono rimasti vaccinati grazie all'esperienza e alla storia? non sembra proprio

Un paese anormale


 

Le braccia, lo stomaco, lo sfintere




Ovvero un nuovo apologo di Menenio Agrippa.


Le braccia


Una cosa che il governo Monti ha messo in luce è la sostanza di ciò che in Italia si concepisce come “destra”.
Mi spiego meglio: per la prima volta da tempo abbiamo in Italia un governo – quello guidato da Monti, per l’appunto – che tenta di applicare una politica di centrodestra, liberale e liberista, così come la si intenderebbe in un qualsiasi paese democratico dell’Europa civilizzata.
Ebbene, in Italia succede che la parte di opinione pubblica che si autodefinisce (è) di destra reagisca rabbiosamente proprio a questa politica di destra. Perché evidentemente in Italia la “destra” si identifica non con il liberalismo conservatore, ma con la sempiterna poltiglia ideologica populista, demagogica, pataccara, violenta che in altra epoca ha prodotto il fascismo storico e nell’ultimo ventennio ha originato fenomeni politici e sociali come il berlusconismo e movimenti neofascisti come la Lega.


Lo sperimento ogni giorno da settimane, in quel minuscolo ma interessante punto d’osservazione che è il mio posto di lavoro: i colleghi che per dieci anni hanno assistito senza fare una piega alla devastazione totale della politica, della civiltà della polis, da parte di forze politiche estremiste e feroci che del resto avevano ricevuto il loro convinto avallo elettorale, che hanno preso per buono ogni capro espiatorio indicato loro da un potere politico manifestamente malvagio e incapace, che hanno condonato ogni porcheria e inettitudine alla destra che loro stessi avevano contribuito a mandare al governo, ora improvvisamente si scoprono coinvolti (sconvolti) dalle scelte politiche del nuovo governo e reagiscono con una veemenza che mai hanno espresso prima, osannando le bombe a Equitalia, invocando stragi in parlamento, esecrando i privilegi dei politici, definendo l’esecutivo Monti “una dittatura”.
Giorni fa un collega schiumando vaticinava terribili misure fiscali a venire contro la seconda casa al mare che lui e sua moglie si sono costruiti con tanta fatica e sudore della fronte.


Questa gente ha votato per anni Berlusconi o Bossi, ha accettato o addirittura apprezzato le leggi xenofobe, le persecuzioni razziali. Non le è mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello che la schedatura antropometrica dei Rom voluta da Maroni fosse un allucinante ritorno alle persecuzioni xenofobe fasciste degli anni Trenta. Le stava bene così: o non le interessava o era d’accordo.
Questa gente non vedrebbe l’ora di fregare la collettività come fanno i grandi evasori e non lo fa solo perché non può. Si fa fregare dai datori di lavoro senza sapere come difendersi. Spera in San Gennaro e intanto cerca di arrangiarsi.
Questa gente ha sostanzialmente digerito senza profferire verbo (salvo qualche sporadico inoffensivo borborigmo) i “privilegi della casta” per gli scorsi dieci anni salvo scoprirli (e scoprirli intollerabili) all’improvviso solo adesso.
Questa gente prima o poi immancabilmente pronuncerà la madre di tutti i luoghi comuni: “Sono tutti uguali” eppure continuerà immancabilmente a votare gli stessi sporchi personaggi, perché a quanto pare sono più uguali degli altri alla sua piccola amoralità da suddito servo.
Questa gente è il brodo microbico da cui scaturiscono i fascismi. Serve un fuoco per farlo sobbollire: quel fuoco è la crisi.


A volte, quando scrivo o dico così, menzionando i discorsi semplificatori e inaccettabili che sento fare intorno a me magari in sala mensa, nella mezz’ora di pausa pranzo davanti alle patate coi cornetti e agli spaghetti al pesto del giorno prima riscaldati al microonde, vengo tacciato di snobismo, di elitarismo, di separatezza dalla vita reale.
Per il solo gesto di registrare le voci provenienti dal ventre del Paese – quelle poche che posso ascoltare con le mie orecchie, senza pretesa di generalizzarle e farne la voce maggioritaria –, divento una specie di signorino schizzinoso, il classico bourgeois bohémien che non ha problemi ad arrivare a fine mese, ignora quali siano i problemi quotidiani della gente comune e non fa mai la spesa all’Essecorta di Vergate sul Membro.
Come se non esistesse alternativa e si potesse stare solo con la suburra o solo tra i patrizi. Come se poi davvero esistessero solo la suburra e i patrizi, e non anche una parte civile di “comuni cittadini” che non vuole cedere alle retoriche fascistoidi, alle semplificazioni, alle lusinghe della predazione facile.
Infine, come se non esistesse movimento possibile, possibilità di cambiamento.


Ma cos’è meno rispettoso di questi sempiterni “italiani medi”, lamentosi, fascistoidi, ideologicamente strutturati su cliché elementari (e che pure, vissuti da vicino, in quanto esseri umani hanno ovviamente pregi e difetti e sono un coacervo di bontà e miserie, accecamento e perspicacia)? Affrontare le pulsioni oscure che agitano il Paese, cercando di farsi strada tra le granitiche certezze fatte di zingari ladri di bambini, comunisti affamati di tasse e perfide Albioni (o Germanie) come la goccia che scava la pietra, nell’assurda ostinazione a credere che le persone possano cambiare punto di vista e allargare la propria visione, oppure liquidare con giudizi sprezzanti ogni tentativo di definire le aree cancerose del corpo e del discorso collettivo in nome della più cinica e artificiosa generalizzazione (“il popolo”, sia esso – a seconda delle forze politiche che operano questa semplificazione retorica – italiano o padano), di una presunta saggezza pragmatica di questo presunto popolo che i presunti intellettuali estenuati non sarebbero capaci di comprendere e della non esplicitata certezza che “questa gente” – l’unica cui si attribuisca statuto d’esistenza – non possa che essere/restare plebe?


Lo stomaco


C’è un personaggio nei fumetti di Alan Ford, una specie di anti-supereroe mascherato che si chiama Superciuk e la cui missione è rubare ai poveri per dare ai ricchi. Nel primo albo in cui compare (nell’ormai remoto 1971), Superciuk sottrae alle famiglie povere i beni di consumo che con terrificanti sacrifici erano riusciti ad acquistare – minuscole utilitarie, frigoriferi… – e li consegna ai ricchi. I quali brindano al loro paladino la fine delle angherie loro inflitte dalla plebaglia – perché questo sono, nella loro percezione, quei patetici tentativi da parte dei poveri di sollevarsi dalla miseria.
Un assunto che nel fumetto aveva un chiaro aspetto caricaturale e satirico, ma che in questi tempi grami pare essersi tramutato in una rivendicazione legittima e inopinabile. Non solo negli Usa, patria per eccellenza dell’ineguaglianza dei redditi, dove negli ultimi anni in contrapposizione ai movimenti protestatari di sinistra (Seattle, Occupy Together) è nato un movimento apertamente populista e fascistoide come il Tea Party e i “ricconi” si ribellano all’accusa di produrre e conservare l’ineguaglianza sociale non già rigettandola bensì rivendicandone la liceità e anzi la giustezza (tanto che, per esempio, Peter Schiff, amministratore delegato della Euro Pacific Capital, una società di brokeraggio dal patrimonio stimato intorno ai 65 milioni di dollari, può, tra il plauso generale dei colleghi, dichiarare con tono indignado: “Pago in tasse più di quello che un signore medioevale prendeva ai servi della gleba”).


In questi mesi anche in Italia, terra aliena dall’influenza del calvinismo, dove la tradizione e il bon ton ovvero l’ipocrisia prescrivevano finora come necessario dissimulare questa regola semplice e feroce – i ricchi godono e i poveri si arrangiano, i predatori predano e i predati si fanno predare – che pure è da sempre nota a tutti, il governo Monti – il primo da un’era a questa parte che possa dirsi correttamente espressione di un’idea politica conservatrice liberale e liberista (e il fatto che non sia nato dal voto democratico ma da un’operazione oligarchica di Palazzo la dice lunga sull’eccentricità e sulla minorità assoluta nell’Italia attuale del pensiero liberale propriamente detto) – ha prodotto un fenomeno stupefacente e davvero meritevole di riflessione: accanto alla risposta ovvia e prevedibile (verrebbe da dire “doverosa”) di scontento e opposizione da parte della sinistra e del mondo sindacale, in questo caso, stiamo infatti assistendo alla reazione via via sempre più scomposta del blocco sociale cosiddetto ricco o benestante, nonché delle parti politiche che ne sono l’espressione e che negli anni scorsi ne hanno curato gli interessi nei luoghi di gestione della politica.
In altre parole e riassumendo all’osso la questione, dopo aver grufolato per anni nel ricco trogolo approntato e sempre rifornito dal berlusconismo, gli “abbienti” si vedono oggi sfiorare da quelle misure minime di rigore che il governo conservatore deve volente o nolente applicare loro, onde non rinunciare del tutto a quel velo ipocrita che menzionavo sopra ed evitare di innescare nei ceti medio-bassi, oggettivamente più colpiti dall’austerità, una reazione rabbiosa potenzialmente incendiaria.


Per il momento, questo timidissimo sfioramento dei privilegi si risolve più che altro in qualche aggiustamento tributario e qualche azione dimostrativa di zelo da parte della Guardia di Finanza. Eppure è tale e talmente inveterata la desuetudine al minimo sindacale di decenza, foss’anche soltanto ipocrita, che la sola applicazione sporadica degli strumenti di legge (controllo degli scontrini fiscali, verifica dei redditi dei possessori di SUV in vacanza a Cortina) basta a far saltare i nervi ai riccastri nostrani e ai loro referenti politici. Che si lasciano andare a dichiarazioni e azioni così stupide e vergognose che la vergogna non è semanticamente sufficiente a descriverle: deputate danarose che si denudano “simbolicamente” parodiando involontariamente il buon vecchio Francesco d’Assisi, nipotine di dittatori fascisti che piagnucolano di istigazione al suicidio, sindaci dolomitici che di fronte alla Guardia di Finanza in azione parlano di “metodi da stato di polizia”.


Ecco, non sarà elegante ma certe affermazioni mi suscitano un’ira tale che volentieri spedirei magicamente indietro nel tempo quel sindaco a sperimentare di persona cosa siano i metodi da stato di polizia, magari alla scuola Diaz o nella caserma di Bolzaneto il 21 luglio del 2001, e magari – se magia dev’essere, che lo sia davvero – in sostituzione dei poveri innocenti che vi furono torturati.


Lo sfintere


C’è poi l’ultimo gradino dell’ignobiltà, su cui come spesso succede, è la Lega a posare i piedi.
Vige oggi in Italia una squallida vessazione ai danni dei lavoratori stranieri, cui per legge vengono chiesti 80, 100 o persino 200 euro sotto forma di un “contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno” che in realtà non ha alcuna giustificazione salvo la volontà di vampirizzare i più poveri e impossibilitati a controbattere: ricordo che si parla di persone che sgobbano nel nostro Paese e al nostro Paese versano i contributi INPS per una pensione che, nella maggior parte dei casi, non riceveranno mai.
Ebbene, è bastato che un ministro dell’esecutivo Monti menzionasse la possibilità di rivedere questa tassa assurda non eliminandola (il che sarebbe un atto palesemente e inaccettabilmente di sinistra) ma rimodulandola in base al reddito dei richiedenti (il che ne farebbe semplicemente un atto di buon senso), per provocare la reazione idrofoba del principale partito razzista del Paese: “Non si azzardino a farlo”, “sarebbe una discriminazione nei confronti dei cittadini padani e italiani” (graziosa da parte di Maroni, l’ex ministro responsabile della prima schedatura razziale dai tempi del fascismo, l’inclusione dei cittadini di uno stato straniero come quello italiano sotto la fremente ala della sua indignazione).
Insomma, è sempre la rivolta dei ricchi contro i poveri, sebbene declinata secondo la logica leghista: togliere ai negri poveri per non toccare i padani bianchi.
Ma qui ogni tentativo di analisi si ferma: in assenza d’aria, a queste profondità fognarie, il raziocinio boccheggia. Bisogna tornare su in fretta e furia per riprendere fiato, prima di tornare a immergersi nella merda.



Questo articolo è stato pubblicato in Emergenza di specie da s.baratto


 


www.ilrpimoamore.com

Di Leonardo Romagnoli (06/01/2012 11.26.02, in Italia, letto 28 volte)
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Il falso problema dell'art.18

Secondo lìOcse l'Italia è tra i paesi dove la flessibilità e la possibilità di licenziare sono maggiori.. si sta discutendo del nulla

Il falso problema dell'art.18







LICENZIAMENTI FALSO PROBLEMA


di Luciano Gallino
La Repubblica 5.1.12


 


 


C´è una realtà sotto gli occhi di milioni di italiani, che essi vedono e patiscono ogni giorno. L´industria italiana sta perdendo i pezzi. Lo dicono, più ancora che i media nazionali, che si debbono per forza concentrare sui casi più eclatanti, la miriade di Tg regionali e di giornali locali. Non ce n´è uno, da settimane, che non rechi in prima pagina l´allarme per un´impresa del luogo che sta per chiudere. Da Varese a Palermo, dal Cuneese al Friuli, da Ancona a Cagliari. Per tal via sono già scomparsi centinaia di migliaia di posti di lavoro; altrettanti rischiano di seguirli nel prossimo anno. Nessun settore sembra salvarsi. Sono in crisi l´auto (ovviamente Fiat: 550.000 vetture prodotte in Italia nel 2010, un quarto rispetto a vent´anni fa) e l´aerospazio (vari siti di Alenia); la costruzione di grandi navi, di cui l´Italia fu leader mondiale (almeno sei siti di Fincantieri) e gli elettrodomestici (Merloni di Fabriano e Nocera Umbra); la microelettronica (ST-Microelectronics a Catania) e il trasporto navale di container (Mct di Gioia Tauro); la siderurgia (Ilva a Taranto) e la chimica (Montefibre a Venezia, Petrolchimico e Vinyls a Porto Torres). Si potrebbe continuare per un paio di pagine. Sono anche crisi, tutte, accompagnate da forti perdite di posti di lavoro nell´indotto e nei servizi, poiché è pur sempre l´industria il settore da cui proviene la maggior domanda di essi.

Di fronte a una simile realtà, ed alla inettitudine dimostrata al riguardo dal precedente governo, ci si poteva aspettare che il governo nuovo aprisse una robusta discussione con sindacati, industriali, manager, esperti del settore, per vedere se si trova il modo o di rilanciare rapidamente le industrie in crisi, o di svilupparne di nuove affinché assorbano il maggior numero di disoccupati presenti e futuri. Invece no. Il governo apre un tavolo di discussione per decidere quali riforme introdurre sul mercato del lavoro al fine di renderlo più flessibile. Ed i sindacati, anziché ribattere che il problema primo e vitale è quello di creare lavoro, accettano di discutere sul come riformare le norme d´ingresso e di uscita da un mercato che intanto rischia una contrazione senza precedenti. Il che equivale a chiedere all´orchestra, tutti insieme, di suonare il valzer preferito mentre la nave è in vista dell´iceberg che la porterà a fondo. Fondo che in questo caso si chiama una durissima recessione, con milioni di disoccupati di lunga durata.

Dinanzi a una simile disconnessione dalla realtà di ambedue le controparti non restano che due strade. Una è arcibattuta: se mai c´è stato in passato un frammento di evidenza empirica comprovante che una maggior flessibilità in uscita accresce il numero degli occupati, a causa della crisi economica in atto tale affermazione è ancora più illusoria. Le imprese non assumono perché non ricevono ordinativi. In molti casi è chiaro che è colpa loro. La grande cantieristica, per citare un caso paradigmatico, conta ancora nel mondo numerose società che producono ogni anno decine di navi d´ogni genere, dalle petroliere ecologiche ai trasporti adatti alle autostrade del mare. Non avendo saputo riconvertirsi, i cantieri di Fincantieri si ritrovano ora con zero commesse. Davvero si può pensare che se gli facilitassero i licenziamenti individuali essi assumerebbero folle di lavoratori?

Un altro argomento che occorre pur ripetere è che il proposito di far assumere come lavoratori dipendenti un buon numero di precari è decisamente apprezzabile. Ma se il contratto di breve durata che caratterizza le occupazioni atipiche si riproduce nell´area dei nuovi contratti perché questi implicano la possibilità di licenziare il nuovo assunto, anche senza giusta causa, per un periodo che addirittura supera di molto l´attuale durata media dei contratti atipici, la precarietà cambierà di pelle giuridica, ma resterà tal quale nella realtà. Le imprese che in questi anni sono ricorse a milioni di contratti di breve durata in forza della legge 30/2003, allo scopo precipuo di adattare la forza lavoro in carico all´andamento degli ordinativi, useranno il periodo di prova, di apprendistato o come si voglia chiamarlo, lungo addirittura tre anni e più, per perseguire il medesimo scopo.

Duole dire che anche le proposte di un potenziamento degli ammortizzatori sociali, sponsorizzato in specie dal Pd, appare arretrato di fronte alla realtà della disoccupazione ed alle sue cause. Certo, se si ritiene che non ci siano alternative, come diceva la signora Thatcher, meglio un sussidio che non la miseria. Ma creare nuovi posti di lavoro in realtà non costerebbe molto di più, immaginazione politica ed economica aiutando. E un lavoro stabile e remunerato intorno o poco sotto alla media salariale è una soluzione che molti preferirebbero rispetto a sette od ottocento euro di sussidio percepito magari per anni, ma senza la possibilità di ritrovare un lavoro. Oltre ad essere, in tema di difesa delle competenze professionali e della coesione sociale, assai più efficace.



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Sullo stesso argomento ci sono altri articoli dello stesso Gallino nell'area blog.


E' comunque una discussione inutile e assurda in quanto nessuno ci ha chiesto di modificare l'art.18 che tutela i lavoratori dal licenziamento senza giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti che è semplicemente un elemento di civiltà e di rispetto dei diritti delle persone. Tra l'altro l'Ocse ha certificato che l'Italia ha l'indice di flessibilità tra i più vantaggiosi per le imprese  addirittura sotto la media mondiale di 2,11 con  1,77. Basti pensare che la locomotiva tedesca che nel 2011 ha incrementato l'occupazione ha un indice di 3,00 ed è uno dei paesi in cui è più diffice licenziare. Anche in Italia nel 2011 tra le aziende che hanno assuntro lavoratori oltre 2/3 sono sopra i 50 dipendenti.
Il problema non è la possibilità di licenziare che esiste già ma quella di assumere e creare lavoro.


 


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Di Leonardo Romagnoli (05/01/2012 11.05.03, in Italia, letto 56 volte)
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La lotta all'evasione fiscale

Così si può vincere la lotta all’evasione


 



‘Inefficienza programmata’ e ‘impunità garantita’: questi i due pilastri sui quali si fonda il nostro sistema tributario. E infatti ogni anno mancano all’appello fra i 120 e i 160 miliardi di imposte. Ma basterebbero poche e incisive riforme – detrazione totale delle spese, pubblicità dei redditi, obbligo di dichiarazione di qualsiasi conto bancario, inasprimento delle pene – e per gli evasori la pacchia finirebbe.

di Bruno Tinti, da MicroMega 7/2011


C’è gente che, quando si accorge di un problema, si mette alla scrivania, studia ed elabora soluzioni; poi le prova e, se non vanno bene, ne elabora altre fino a quando il problema è risolto. Poi ce n’è altra che, quando c’è un problema, continua come niente fosse e spera che si risolva da solo; oppure, ed è il caso della classe politica italiana, si guarda bene dal risolverlo perché la soluzione comporta misure non gradite ai cittadini con conseguente perdita di consenso. Lo stile di questo tipo di uomo politico è quello del noto principio del fiammifero acceso: lo si passa a un altro il più in fretta possibile per evitare di bruciarsi le dita. Naturalmente alla fine qualcuno si trova in mano il fiammifero pressoché consumato; e qualcosa deve fare per forza.

Ecco, in Italia siamo a questo punto. Dopo anni di aumento del debito pubblico, di corruzione dilagante e conseguente spreco di danaro, di politica fiscale pensata per favorire gli evasori e guadagnarne il consenso elettorale, i soldi sono finiti: siamo pieni di debiti e nessuno ci vuole fare ancora credito. E la classe dirigente del paese si deve sbattere per non dichiarare bancarotta. Ma non fino al punto di bruciarsi le dita; questo no, sia mai che perdiamo le elezioni! Così le misure proposte sono un misto di fantasia e ipocrisia: un po’ di buone idee circondate da recinti; e poi faccia feroce nei confronti di chi danno elettorale non lo può fare: lavoratori dipendenti e pensionati.

Ma, a questo come ci siamo arrivati? E siamo ancora in tempo a fare qualcosa?
Come ci siamo arrivati è presto detto: abbiamo costruito un sistema tributario inefficiente e fondato su princìpi iniqui.
E dire che la regola ispiratrice ce l’avevamo: l’articolo 53 della Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Che è assolutamente chiaro ma, per dirla proprio senza equivoci, significa che chi più ha più deve dare. Fin dall’inizio si è pensato che il modo per realizzare questo principio fosse quello delle aliquote di imposta: più si guadagna più cresce la percentuale del proprio reddito che si deve consegnare al fisco. In questo modo la misura proporzionale del prelievo fiscale non è uguale per tutti: se su un reddito modesto (15 mila euro all’anno) si paga il 23 per cento (3.450 euro), su uno elevato (150 mila euro all’anno) si paga 16 volte tanto, il 38 per cento (57.670 euro). Non che sia un sistema sbagliato, solo che può funzionare solo in un mondo ideale; il che significa dove non ci siano persone disoneste. Perché è ovvio che, se uno dichiara meno di quello che guadagna, paga meno imposte sfruttando, in senso inverso, il criterio della progressività: meno dichiara, minore è l’aliquota di imposta.
Il problema dunque non è solo immaginare come assicurare l’equa determinazione della «capacità contributiva», per dirla con la Costituzione; è come non farsi prendere in giro. E qui siamo drammaticamente carenti.

Il sistema tributario italiano si fonda su centinaia di leggi emanate nell’arco di oltre 50 anni. I volumi che le raccolgono sono costituiti da circa mille pagine. Nessuno, che non sia un professionista, è in grado di gestire questo farraginoso e complicatissimo sistema. Inoltre la sua stessa complessità permette scappatoie ed elusioni. Un sistema di questo tipo è in grado di funzionare con accettabile rapidità ed efficienza solo nelle situazioni più elementari: reddito da lavoro dipendente e pensioni. Quando si tratta di redditi da lavoro autonomo, da capitale, da impresa, le possibilità di contestazione e di successivo contenzioso aumentano in proporzione alla rilevanza del reddito. Il tempo necessario per arrivare al momento in cui il contribuente è stretto all’angolo e costretto a pagare il dovuto si misura in anni, anche 10, anche 15. Ma raramente l’amministrazione finanziaria riesce a concludere il contenzioso a suo favore: nella maggioranza dei casi il contribuente riesce a pagare meno, assai meno o anche nulla. Questa situazione cagiona un circolo vizioso. La pochezza del gettito induce l’amministrazione a richieste esagerate. I contribuenti hanno buon gioco nell’opporsi e, naturalmente, trovano una sorta di giustificazione morale all’evasione. Il contenzioso aumenta. I recuperi di imposta sono sempre più aleatori e più lontani nel tempo.

Ma tutto ciò non è ancora nulla. Perché, in realtà, l’amministrazione finanziaria semplicemente non è in grado di controllare l’attendibilità delle dichiarazioni dei redditi. Ne consegue che il contenzioso, inefficiente e improduttivo che sia, nemmeno inizia perché gli accertamenti sono pochissimi. La media nazionale delle dichiarazioni oggetto di controllo è pari al 10 per cento. Per valutare in maniera adeguata questo dato, il sistema migliore è quello di riflettere sul suo contrario: il 90 per cento delle dichiarazioni dei redditi non sono controllate. Il contribuente può dichiarare quello che vuole confidando in una praticamente certa impunità. Insomma, è come giocare al Lotto o al Totocalcio con il 90 per cento di probabilità di vincere: una vera pacchia.

E poi ci sono 5 anni di tempo per controllare le dichiarazioni. Se il fisco non controlla, entro il 2015, quelle presentate nel 2010, i giochi sono chiusi, chi ha avuto ha avuto eccetera. Il fisco interpreta questo termine nel senso: «Ah, bene ci sono ancora 5 anni»; poi gli anni passano e ce ne sono «ancora» 4, 3, 2. Risultato: attualmente quella piccola quantità di accertamenti che si fanno inizia comunque nel quarto anno dopo la presentazione della dichiarazione. Con un altro risultato: se anche si scopre un evasore, le annualità precedenti sono salve; il tesoretto messo da parte con l’evasione non glielo tocca più nessuno.

Naturalmente, a godere di questa situazione di favore sono quelli che hanno la concreta possibilità di dichiarare il falso; vale a dire tutti, eccezion fatta per i lavoratori dipendenti e per i pensionati la cui dichiarazione, quando c’è, è vincolata dalle trattenute alla fonte che vengono effettuate dal datore di lavoro in busta paga. Insomma, l’inefficienza del sistema si scarica su queste due categorie di cittadini; tutti gli «altri» evadono alla grande.
Siccome gli «altri» si scocciano moltissimo di questa patente di evasori e negano che tutto ciò sia vero (le associazioni di categoria sono attivissime nel garantire l’assoluta onestà tributaria dei loro aderenti e, giacché ci sono, l’iniquità della pressione fiscale che grava su di loro), l’unica cosa da fare è metterli di fronte all’evidenza; che, in realtà e secondo quanto finora sperimentato, nemmeno è sufficiente poiché, a questo punto, scatta l’ultima difesa: «E va bene, sarà anche vero che i miei colleghi evadono; ma io no, io pago fino all’ultima lira». E, siccome questa palla la raccontano tutti, la sua falsità non merita ulteriori commenti. Ma torniamo ai dati.

Prima di tutto, si tratta di dati provenienti dal ministero delle Finanze; non sono stati elaborati da associazioni di consumatori, sindacati o altri enti interessati ad addossare agli «altri» la responsabilità della massiccia evasione tributaria che affama il nostro paese. Dati ufficiali e indiscutibili.
Sono anche dati semplici, di immediata comprensione; cifre: nessuna elucubrazione, opinione, teoria, teorema eccetera; dati prelevati, semplicemente, dalle dichiarazioni dei redditi. Sono dati aggiornati, gli ultimi disponibili. Sono stati ricavati dalle dichiarazioni presentate nel 2010; quelle del 2011 ancora non ci sono. E si riferiscono quindi ai redditi del 2009. Drammaticamente attuali.

Numero dei contribuenti italiani (anno 2009)
Lavoratori dipendenti 20.870.919
Pensionati 15.292.361
Totale (pari all’88%) 36.163.280
Altri (pari al 12%) 5.359.777
TOTALE 41.523.057

Chi c’è nella categoria pudicamente denominata «altri»? Non è difficile: se non sono lavoratori dipendenti; e se non sono pensionati; non possono che essere lavoratori autonomi, imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti. Insomma il cosiddetto «popolo dell’iva».
Così adesso sappiamo chi sono quelli che pagano le imposte: per l’88 per cento gente a cui gliele prendono alla fonte; nessuna possibilità di mentire, di dichiarare meno, di evadere. E, per il 12 per cento, gente che dichiara il reddito che vuole; tanto, si sa, gli «altri» lo sanno, nel 90 per cento dei casi non li controllerà nessuno. E comunque quanto evaso negli anni precedenti ormai è salvo.
Ma quanto pagano lo sfortunato 88 per cento e il restante 12 per cento (gli «altri»)? Anche questo si sa con precisione.

Gettito fiscale (anno 2010) (in mln di euro)
Lavoratori dipendenti 89.500
Pensionati 47.700
Totale (pari al 93%) 137.200
Altri (pari al 7%) 9.200
TOTALE 146.400

Così adesso sappiamo che strade, scuole, ospedali e insomma tutto quello che lo Stato fornisce quotidianamente ai cittadini è pagato, per il 93 per cento, da lavoratori dipendenti (pubblici e privati) e pensionati. E che gli «altri» ne usufruiscono a sbafo.
Fino a qui, matematica. Adesso un dato stimato; però sempre proveniente dal ministero delle Finanze. L’evasione fiscale sarebbe pari a 120-160 miliardi di euro all’anno. Io non lo so come fanno a calcolare questo dato; però non ho motivi per contestarlo. Dunque prendiamolo per buono. E valutiamolo alla luce di altri dati certi, sempre forniti dal ministero delle Finanze.

Redditi medi annui dichiarati da alcune categorie al lordo delle imposte (anno 2008; in euro)
Avvocati 49.100
Dentisti 45.100
Ingegneri 37.400
Architetti 26.300
Consulenti fiscali 24.000
Albergatori 21.000
Psicologi 17.100
Ristoratori e bar 16.400
Gioiellieri e orologiai 15.800
Meccanici 15.400
Tassisti 13.600
Parrucchieri e barbieri 10.400 

Cifre ridicole, che si commentano da sole. E che spiegano perché ogni anno lo Stato non incassa da 120 a 160 miliardi di imposte. Se 5 milioni di «altri» fanno, ciascuno (in media), un «nero» di 40 mila euro (che è una stima molto ottimistica), abbiamo un’evasione di 100 miliardi. Perché lo Stato non è mai andato a prenderseli?
Non è difficile da capire: perché 5-6 milioni di persone non voterebbero mai per una maggioranza che, dopo 50 anni di pacchia, gli dice che la festa è finita. E 5-6 milioni di voti significano governo od opposizione. Così si spiegano non solo i «buchi» del sistema che abbiamo già visto ma anche quelli che, spinti dalla «crisi», i nostri attuali padroni avevano pensato di chiudere e che poi non hanno chiuso. Come si dice, valga il vero.

Manovra 2011, versioni preparatorie: «Recupereremo un sacco di soldi dalla lotta all’evasione. Quindi nuove armi, non ci scapperà nessuno. Per prima cosa: obbligo di indicare in dichiarazione qualsiasi rapporto bancario di cui si abbia la disponibilità». Questa era davvero l’atomica, l’arma di distruzione di massa degli evasori. Perché «qualsiasi» rapporto bancario significava non solo i conti italiani (quelli, con un po’ di spirito di iniziativa, il fisco se li poteva trovare da solo); ma anche conti, cassette di sicurezza, depositi valute e titoli, ovunque detenuti, anche alle Cayman o nel Liechtenstein. E «disponibilità» significava che dovevano essere dichiarati anche i rapporti intestati alla vecchia zia, alla segretaria, all’amante, insomma ai soliti prestanome dell’evasore. Nessuno avrebbe potuto evadere una lira; oppure avrebbe dovuto mentire, non dichiarare. Ma, a questo punto, una buona quantità di prigione a pane e acqua avrebbe scoraggiato chiunque; anche perché non sarebbe stato un processo difficile, lungo, dall’esito incerto. «Ho scoperto che hai un conto alle Mauritius; non lo hai dichiarato, ci rivediamo tra 10 anni»; cosa di più semplice? E chi ci avrebbe provato? Nessuno. Appunto, troppo efficace. Nella manovra finanziaria definitiva non se ne è parlato più.

Altra iniziativa tanto intelligente quanto banale: la pubblicità dei redditi. Attenzione: dei redditi, non delle dichiarazioni dei redditi. Niente violazione della privacy. Nessuno avrebbe saputo che detraevo ingenti somme per cure mediche dovute al fatto che mi ero beccato l’Aids; e nemmeno che pagavo cospicui alimenti alla moglie da cui ero separato sicché tutti avrebbero saputo che la signora con cui andavo a fare la spesa era «illegittima». Redditi: cifra complessiva di quanto si guadagna in un anno. Naturalmente gli evasori organizzati e no si sono subito strappati i capelli: «Si vuole incitare alla delazione, vergogna». Sì, vergogna, davvero. Perché va bene «denunciare» un ladro di macchine, un immigrato clandestino, uno che vende cd taroccati; ma «denunciare» un evasore, uno che ruba alla collettività migliaia, decine di migliaia di euro, quello no, non sta bene; quella è «delazione». Un mondo di spie, dominato dalla Stasi, anche questo mi è toccato sentire. Sarebbe stato meglio chiedersi: «Serve? Porrà un freno all’evasione?». Ma nessuno ha posto il problema. Ovviamente. Perché uno che dichiara 15 mila euro all’anno al lordo delle imposte e gira in Ferrari, abita in una villa di lusso e passa le vacanze su uno yacht da 2 milioni di euro è sicuro che lo beccano; qualcuno un po’ incazzato (c’è una dotta disputa tra i filosofi: il sentimento prevalente negli umani è l’amore o l’invidia?) presto o tardi lo trova; e la denuncia (non la delazione), adeguatamente motivata, parte. E il fisco, invece che affidasi agli studi di settore, avrebbe potuto fare accertamenti mirati. Avrebbe potuto, appunto. Perché nella versione definitiva della manovra anche di questo non c’è più traccia.

Finiamola con il «sistema tributario». Fumo negli occhi, inefficienza programmata, impunità garantita.
Che sono le caratteristiche dell’altro pilastro di un efficiente ed equo prelievo fiscale: il sistema penale-tributario. La prigione per chi evade le imposte e vive a sbafo: manda il figlio all’asilo comunale rubando il posto ad altre famiglie, gode di cure mediche che non ha pagato, di scuole cui non ha contribuito, di strade, di polizia, di trasporti, di tante altre cose che non gli toccano perché non ha versato una quota proporzionale del suo reddito per mantenerle. Anche questo secondo sistema è finto: semplice apparenza, grida manzoniane, non succede nulla di concreto.

Per cominciare, tutti i reati tributari si prescrivono in 7 anni e mezzo, che decorrono dalla data della presentazione delle dichiarazioni Irpef (o Irpeg) e Iva. Ma, come si è detto, il Fisco le esamina (quelle che esamina) al quarto anno; e, se ci sono reati, manda la sua segnalazione alla procura della Repubblica. E, a questo punto, c’è la bellezza di 3 anni e mezzo per fare le indagini, processo in tribunale, processo in appello e Cassazione. Tutto si prescrive già in tribunale; quando va bene in appello. Quindi l’evasore in prigione non ci finisce mai: come il suo illustre maestro, Berlusconi, colpevole ma prescritto.
Poi ci sono le soglie di punibilità. È un meccanismo per il quale, se l’evasione non supera un certo livello, non è reato; niente prigione. Fino all’ultima finanziaria queste soglie erano pari a 77 mila euro per la frode fiscale (il caso più grave) e 103 mila euro per la dichiarazione infedele (il caso meno grave). 77 mila e 103 mila euro di imposta: vuol dire che i redditi non dichiarati erano più del doppio. La nostra legge penale tributaria prevedeva dunque che chi non dichiarava da 150 mila a 240 mila euro di reddito non era perseguibile; non era un delinquente, se la vedesse con il fisco ma niente prigione. Capito perché lavoratori dipendenti e pensionati erano un po’ incazzati e, se avessero conosciuto i redditi di queste brave persone, le avrebbero denunciate subito? Scoccia un po’ sapere che c’è qualcuno che non dichiara un reddito superiore di 5 o 6 volte a quello che guadagni tu e nemmeno va in galera. Adesso con la manovra 2011, le soglie sono state abbassate: 33 mila euro (di imposta, reddito non dichiarato 75 mila euro) per la frode fiscale e 50 mila euro (sempre di imposta, reddito non dichiarato 120 mila euro) per la dichiarazione infedele. Della serie: maneggiare con cura, fragile, non esageriamo, anche gli evasori sono figli di Dio.

E, alla fine (veramente no, ma questo è un articolo, non un libro) c’è la chicca: una dichiarazione dei redditi falsa non è semplicemente una dichiarazione dei redditi falsa; no, c’è quella grave (frode fiscale) e quella meno grave (dichiarazione infedele); per la prima si può arrestare e intercettare, per la seconda no; la prima è punita fino a 6 anni con un minimo di 1 anno e 6 mesi, la seconda da 1 a 3 anni; per la frode si può anche andare in prigione davvero, per la dichiarazione infedele c’è sempre la sospensione condizionale o almeno l’affidamento in prova al servizio sociale. E allora, in cosa si differenziano queste due dichiarazioni false? In niente: la frode c’è quando si usano fatture false (dichiaro costi che non ho mai avuto; ho guadagnato 1.000 ma ho speso 500 – falso; reddito 500); la dichiarazione infedele c’è quando uso una contabilità falsa (ho guadagnato 1.000 ma annoto solo 500, niente scontrini, fatture, ricevute; reddito 500). Non cambia niente; uno si inventa costi finti; l’altro nasconde incassi: risultato finale identico. Allora perché? Semplice: perché il secondo reato, la dichiarazione infedele, è quello tipico degli «altri», del popolo dell’iva. Che non fattura, non emette scontrini, non fa parcelle; che fa, in una parola, il «nero». E vorremo mica mandare in prigione gli «altri»? E poi questi non ci votano più. E sono tra i 5 e i 6 milioni. Ma che, scherziamo? Sì, va bene, il reato c’è (se si superano le soglie di punibilità); ma di prigione non se ne parla.

Così l’evasore dorme tra due guanciali: il sistema tributario non lo preoccupa; e quello penale-tributario nemmeno. Se proprio gli va male (ma ci sono sempre i condoni, gli scudi, gli indulti; uno ogni tre anni fino ad ora) paga quello che avrebbe dovuto pagare per un anno, maggiorato di sanzioni tributarie e parcelle (salate) per commercialisti e avvocati. Ma il suo tesoretto «guadagnato» negli anni passati è a posto; e poi lui è pronto a ricominciare.

Se ne esce? No, ma forse sì; se questa classe politica sparisce dalla faccia della terra; e se i cittadini italiani recuperano il senso dello Stato. E, se sì, come? Con progetti nuovi, riforme radicali, non va salvato niente. Un futuro che deve avere le sue basi nel passato: nella Costituzione, nell’articolo 53. «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Sembra semplice, vero? Ma è violato ogni anno da sessant’anni.

Che cosa si intende per «capacità contributiva»? Quello che si guadagna? Il reddito? Guadagno 5 mila euro al mese e devo pagarci le imposte; con qualche deduzione, qualche detrazione, ma, alla fine, pago le imposte su quello che guadagno. E il mio collega, quello che guadagna come me, paga la stessa imposta; con qualche detrazione o qualche deduzione in più o in meno; ma, sostanzialmente la stessa. Ed è qui che sta la violazione costituzionale, l’ingiustizia inaccettabile; e anche la causa prima dell’evasione fiscale. Perché il mio collega vive da solo, deve comprare cibo e medicinali, pagare il riscaldamento e altre esigenze primarie per lui solo. Ma io sono sposato, ho due figli e un’anziana mamma a carico; e debbo comprare le stesse cose per 5 persone. E, alla fine del mese, il mio collega ha messo forse dei soldi da parte o si è comprato una macchina nuova; e io probabilmente ho fatto debiti e, comunque, non ho più un euro. Ma, più o meno, paghiamo la stessa imposta. E questo è ingiusto. Perché il reddito non è la stessa cosa della capacità contributiva. Il dovere di contribuire comincia quando il cittadino ha adempiuto al dovere di vivere, lui e i suoi familiari; quando ha mandato a scuola i figli, quando ha curato i suoi genitori, quando ha mangiato e si è riscaldato. In altre parole, pagherà le imposte su quello che gli resta dopo aver provveduto ai bisogni primari. Eccola la capacità contributiva. Niente a che fare con il reddito, come si vede.

Naturalmente c’è il problema di non farsi prendere in giro: cosa di più facile che raccontare al fisco, che tanto non controlla, di aver speso 1.000 euro per la casa, altre 1.000 per il cibo e chissà quanto per medicine e scuole eccetera? Come si fa ad essere sicuri che i cittadini non mentano? Non è difficile, basta metterli uno contro l’altro, creare un conflitto di interessi, rendere ognuno il controllore dell’altro. Proviamo con un esempio. Debbo rifare il bagno, chiamo l’idraulico. Alla fine: «3.000 euro; ma se paga in contanti 2.400». Tutti pagano in contanti; perché non dovrebbero? L’iva non la scaricano e la spesa non la detraggono. Risparmiano 600 euro e lo Stato vada in malora. L’idraulico, poi, nemmeno dichiarerà quello che ha ricevuto e non ci pagherà le imposte. Una pacchia per tutti. Ma, se potessi detrarre dal mio reddito i 3 mila euro, le cose sarebbero diverse. «Mi dispiace ma per me significa detrazione di imposta, risparmierò esattamente quello che lei vuole guadagnare. In realtà il suo guadagno lei lo farebbe a mie spese. Non se ne parla, voglio la fattura». Ecco come si fa. Si chiama «detrazione totale». Quello che spendo lo detraggo, non ci pagherò le imposte. Certo, lo devo documentare. E quindi mi farò rilasciare dagli altri, quelli che mi vendono beni o servizi, regolare documento, parcella, ricevuta, fattura, scontrino che sia. E loro non potranno fare «nero» e pagheranno su tutto quello che incassano; anche loro, naturalmente, dopo aver detratto le spese per i bisogni primari.

Questo il principio; poi bisogna attuarlo bene. Identificare i beni e servizi primari: certo non posso pretendere di detrarre la spesa sostenuta per l’acquisto di una Porsche. Garantirsi contro la documentazione falsa: non è azzardato supporre che contribuenti abituati a decenni di evasione si dedicheranno con entusiasmo a costruire fatture e scontrini fasulli; e qui si dovrà ricorrere a una buona organizzazione informatica. Prevedere una repressione penale severissima per chi abusa del sistema. Ma si può fare. Anzi è già stato fatto. In molti paesi si fa così: negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda, in Australia, in Cile. E funziona.

Certo, ci va ancora una cosa; e qui siamo in difficoltà. Ci va la riprovazione sociale per l’evasore fiscale. Negli Stati Uniti la ragione per la quale si mette in prigione chi evade le imposte è: «Hanno mentito al popolo americano». E, a parte la galera, negli Usa l’evasore perde lo status sociale: lo cacciano dal Country Club; la moglie non è più invitata alle gare di torta alla frutta; e gli amici non vanno più nel suo giardino il sabato per il barbecue. Nel nostro paese ci si preoccupa per la «delazione» dell’evasione fiscale; e si continua a votare per un presidente del Consiglio che ha dichiarato: «Certo che avevo 64 società offshore; mi servivano per non pagare le tasse». La vedo dura.

(30 dicembre 2011)

Di Leonardo Romagnoli (02/01/2012 10.46.38, in Italia, letto 60 volte)
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Tanta ricchezza affidata al caso

Le cifre spese nel gioco d'azzardo sono impressionanti...investite in settori produttivi...

Tanta ricchezza affidata al caso

“Il destino dato in appalto”


 di Irene Tinagli



Non c’è giorno in cui non siamo bombardati da qualche dato negativo su consumi, produzione, povertà ed occupazione. È l’immagine, si dice, di un Paese che si impoverisce sotto la scure della crisi e di manovre recessive. In questo scenario è difficile spiegare il dato del 2011 sulla raccolta del settore dei giochi (gratta e vinci, lotterie, lotto, slot machine, scommesse sportive e così via) appena reso noto: 76,5 miliardi di euro. Un aumento rispetto al 2010 di 15 miliardi di euro, ovvero il 24,3% in più. Questo significa che nell’anno della crisi più nera, della disoccupazione giovanile al 30%, dello spread alle stelle e dei tagli indiscriminati, gli italiani hanno speso in giochi e scommesse oltre 1200 euro non a famiglia, ma a testa - includendo nel calcolo persino i neonati! Con un aumento di spesa di circa 250 euro a persona rispetto all’anno precedente. Un dato veramente sorprendente.


Che l’industria del gioco e delle scommesse sia relativamente più resistente alle crisi rispetto ad altri settori è cosa nota. Così com’è noto che la diffusione dei giochi online e la progressiva liberalizzazione avvenuta in numerosi Paesi (prima tra tutti l’Italia, che negli ultimi anni ha rilasciato migliaia e migliaia di nuove licenze) hanno dato impulso a questo settore a livello globale.


Tuttavia risultati di queste dimensioni in un Paese come l’Italia, che proprio nel 2011 si è vista quasi sull’orlo del baratro, destano più di un interrogativo. Persino in Gran Bretagna, patria delle scommesse, gli anni della crisi hanno visto un sensibile calo di queste spese (-12,2% nel 2009 e situazione pressoché stazionaria nel 2010).


Come mai gli italiani spendono in giochi e scommesse non il doppio, e nemmeno il triplo ma otto volte di più di quanto spendono in istruzione? Come mai di fronte alla crisi hanno diminuito i consumi di moltissimi beni, inclusi quelli alimentari, e hanno persino rinunciato ad iscrivere i propri figli all’Università, ma non al gratta e vinci o al lotto? E come mai rivendicano un sistema fiscale e sociale più redistributivo, che tolga ai pochi per dare ai più, e poi si affidano a meccanismi di redistribuzione opposti, in cui i più mettono soldi che verranno elargiti a pochissimi a prescindere dalle loro necessità?


Non è facile rispondere a queste domande, anche perché dietro al fenomeno collettivo vi sono scelte individuali difficilmente penetrabili e, naturalmente, assolutamente libere e insindacabili.


L’impressione che ne emerge tuttavia è quella di milioni di persone che si sentono sempre meno padrone del proprio destino, che non sanno o non vedono come poter migliorare la propria posizione, costruire il proprio futuro. E in questo vuoto si affidano, semplicemente, al caso. L’unico fattore che non chieda né impegno né sacrifici ma anche una delle poche cose che non faccia favori a nessuno. Uno dei pochi meccanismi che appare trasparente nella sua totale casualità. Una logica che non dà né per necessità né per merito, ma solo per fatalità. Ecco, il pensiero che milioni di italiani ripongano maggiore fiducia nella fortuna come mezzo per risollevare le proprie sorti piuttosto che nelle loro capacità o in quelle dei loro governanti dovrebbe farci riflettere. E farci capire che il grande lavoro di ricostruzione che ci attende nel 2012 non riguarda soltanto le casse dello Stato.


La Stampa 29.12.11


Di Leonardo Romagnoli (29/12/2011 12.41.38, in Italia, letto 27 volte)
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Flessibilità e lavoro

Gallino sarebbe un eccellente ministro del lavoro

Flessibilità e lavoro

“Contratto unico sì, licenziamenti facili no”


 di Luciano Gallino



Nella discussione sullo stato del mercato del lavoro circolano da anni varie proposte di un contratto unico a tempo indeterminato per le nuove assunzioni di lavoratori alle dipendenze. Proverò a spiegare perché l´idea di un contratto unico, presa a sé, è una buona idea. Che però diventa pessima quando la proposta sia corredata da dispositivi i quali, in sintesi, rendono più facili i licenziamenti. La discussione tra le parti sociali e il governo potrebbe fare qualche passo avanti se si riuscisse a concentrare l´attenzione sul meglio delle proposte in parola, lasciando da parte il peggio.
1. In Italia il problema dell´occupazione è ormai drammatico. Si riassume in due cifre: 3,5 milioni di disoccupati, e 2,5 milioni di precari con contratti di breve durata dal rinnovo incerto, mal pagati anche perché di rado lavorano per dodici mesi filati, privi di effettive tutele sindacali, e un futuro previdenziale da fame. Inoltre stanno invecchiando: il 60 per cento supera i trent´anni e oltre il 20 ha passato i quaranta (dati Ires-Cgil). Sebbene siano due facce dello stesso problema occupazionale, le soluzioni prefigurabili per ciascuna sono differenti. La disoccupazione avrebbe bisogno di interventi diretti, i quali richiedono un discorso a parte. Qui toccherò solo i modi in cui si potrebbe dare un´occupazione stabile ai lavoratori precari.
2. L´introduzione di un contratto unico da lavoratore dipendente per i nuovi assunti potrebbe condurre a stabilizzare una grossa quota di precari in un tempo relativamente breve. I contratti atipici hanno in prevalenza una durata compresa tra i sei mesi e un anno. Giacché non si potrebbero rinnovare se non in forma di assunzione alle dipendenze, tolti i pochi di cui si possa dimostrare che il contratto di collaborazione o la partita Iva corrispondono davvero a un lavoro autonomo, nel volgere di un paio d´anni il loro numero sarebbe ridotto di molto: si può ipotizzare di almeno un milione. Il nuovo contratto avrebbe pure il vantaggio di non richiedere la cancellazione della legge 30/2003, che sarebbe per più motivi complicata, né del suo decreto attuativo numero 276 dello stesso anno, pur con i suoi devastanti dispositivi. Essi andrebbero gradualmente ad esaurimento.
3. C´è un´obiezione ovvia a un contratto unico non corredato da licenziamenti facili: se non possono fruire della prospettiva di questi le imprese non assumeranno nessun precario. La risposta non può che essere duplice. In primo luogo il contratto unico cum licenziamento facile avrebbe, in realtà, l´effetto di trasferire in blocco la precarietà dagli attuali lavori atipici ai titolari del nuovo contratto. In secondo luogo le proposte in oggetto prevedono che l´introduzione di quest´ultimo abbia comunque un costo, ad esempio in forma di assicurazione contro la disoccupazione. Invece di questa si potrebbe pensare a forme di incentivo, mirate e temporanee, per le imprese che assumono con il nuovo contratto, privato però della coda che agevola i licenziamenti. Vediamo i due punti nell´ordine.
4. I fautori del contratto unico con libertà di licenziamento incorporata guardano in genere al modello Danimarca. Il guaio è che dalla flessicurezza alla danese, il famoso “triangolo d´oro” costituito da massima libertà di licenziare, elevati sussidi di disoccupazione e politiche attive del lavoro, c´è poco da imparare. Il suo vanto principale, il più basso tasso di disoccupazione d´Europa, si fonda su un dato fittizio. Infatti le statistiche danesi non includono tra i disoccupati i pre-pensionati, che in quel paese sono eccezionalmente numerosi, né coloro che sono privi di occupazione ma stanno seguendo un programma che rientra nelle suddette politiche. Ove si tenesse conto di tale disoccupazione nascosta, i disoccupati in Danimarca non sarebbero il 4,2 per cento (al 2010), ma superebbero di parecchio il 10 per cento.
È vero che chi perde un lavoro laggiù ne trova presto un altro. Oltre il 40 per cento entro un mese. Ma qui s´incontra un altro inconveniente del modello danese. Una larga libertà di licenziare combinata con un rapido ritorno al lavoro fa sì che il 30 per cento dei lavoratori danesi cambi posto di lavoro ogni anno. Questa sorta di migrazione interna è facilitata dalle ridotte dimensioni del paese: il posto trovato è spesso a poca distanza da quello perso. Qualora in Italia prendesse piede il modello danese, i lavoratori in transito annuale da un´azienda all´altra, su e giù per il paese, sarebbero circa sei milioni, circa tre volte più di oggi. Sarebbe interessante conoscere al riguardo l´opinione di imprenditori e direttori del personale.
5. La domanda chiave è: perché mai le imprese dovrebbero avere una maggior libertà di licenziare quale premio di consolazione per assumere i nuovi entranti con un contratto unico a tempo indeterminato? In caso di difficoltà economiche non c´è bisogno di cambiare niente: valgono le norme circa i licenziamenti collettivi, di cui le imprese hanno fatto ampio uso negli ultimi anni, cui si aggiungono i pre-pensionamenti obbligatori, i piani di mobilità ecc. Restano i licenziamenti individuali. Per avallare la necessità di facilitarli in un primo (lungo) periodo viene affermato da un lato che un´impresa ha bisogno di anni per valutare le capacità professionali di un neo-assunto; dall´altro, che dopo anni di investimenti in formazione un´impresa non ha più interesse a licenziare un lavoratore perché perderebbe il capitale così investito. Ambedue le asserzioni sono prive di fondamento. Negli ultimi anni le professioni che hanno registrato il maggior aumento tra gli occupati riguardano il personale non qualificato, gli addetti alle vendite e ai servizi alle famiglie, e gli impiegati esecutivi: tutti lavori che si imparano in pochi giorni. Quanto all´investimento in formazione, le ricerche dicono che in settori dove esso avrebbe la massima importanza, vedi il metalmeccanico, esso si concreta, e solo in poche aziende, in dieci-venti ore l´anno: poco per rappresentare un investimento che un datore di lavoro non può perdere.
6. Alla fine, delle due l´una: o si introduce il contratto unico insieme con i licenziamenti facili, e si può star certi che la precarietà si diffonde anche nelle aziende dove prima non c´era o era marginale perché il datore di lavoro, privato della possibilità di ricorrere ai contratti a progetto, alle finte partite Iva ecc. sostituisce quei contratti di breve durata con il licenziamento. Prima che scatti, dopo anni, il vincolo dell´articolo 18. Oppure si trovano i modi per indurre le imprese ad assumere con il contratto unico lavoratori e lavoratrici mano a mano che scadono i loro contratti precari. È possibile che ciò comporti un costo. Ma il tentativo di imitare la non imitabile flessicurezza alla danese, fatti i conti, presumibilmente costerebbe di più. Quanto ad occupare i disoccupati di oggi e di domani, la via dovrebbe essere diversa rispetto a quella volta a disboscare la giungla della precarietà. Un tema su cui bisognerà ritornare.


La Repubblica 29.12.11


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